Con i sandali e con il saio. Ha salvato molti indigenti, quelli che non avevano un pezzo di pane.
Al momento dell’apertura della camera ardente, moltissimi palermitani si sono riversati per l’ultimo omaggio all’interno della cittadella del povero e della speranza.
La sua missione.
L’ultimo saluto e un addio. Aveva 59 anni.
Una vita per gli altri. Il sorriso sempre sulle labbra. Rivolto verso i poveri.

Era figlio di una famiglia benestante. Ha lasciato le agiatezze della sua vita per intraprendere un cammino di amore verso il prossimo, secondo il dettato evangelico.
L’opera da lui realizzata sopravvive con fierezza e chiama intorno al suo capezzale tante anime buone.
Negli ultimi giorni prima della morte, causata da un terribile tumore, il suo amico sacerdote, don Pino Vitrano, ha ricordato il periodo iniziale della sua vita: «Dopo il primo pellegrinaggio ad Assisi, sulle orme di San Francesco, lui si dedicò ai poveri di Palermo. Una sera passò dalla stazione, vide persone che dormivano all’addiaccio. Tornò a casa, prese un thermos, un Vangelo, un sacco a pelo e li raggiunse. Ai suoi genitori disse semplicemente: “Ora so quello che il Signore vuole da me”. Poi fondò la Missione di via Archirafi».
Biagio Conte ha percorso la città in lungo e in largo con un solo sogno: il riscatto. Simile alla teologia della liberazione, che ebbe il suo sviluppo in America Latina nella seconda metà del secolo scorso. Mai rassegnato alla sofferenza del prossimo. Una lotta continua contro gli antichi mali dell’esistenza terrena.
Siamo negli anni novanta, una città divisa e contesa tra le sue piaghe ancestrali e il desiderio martoriato di un possibile riscatto. Percorsa interamente fin nei suoi angoli nascosti e bui. Mai la rassegnazione. La sofferenza di tutti diventa altare delle sue pene, senza limite nell’abbracciare i poveri, ricercati sin dalla sua gioventù.

È poi nata sia la Missione femminile che la Cittadella di via Decollati. Sono strutture, compreso quella di via Archirafi, che possono ospitare più di mille persone. Il conforto è rappresentato da un pasto caldo, un letto e un’assistenza medica doverosa.
I palermitani non hanno mai lasciato solo quell’uomo, che spesso si appartava nella sua grotta per pregare. Era la sua vocazione.
Incessante la lotta contro il male. Al suo capezzale c’era sempre qualcuno. La preghiera era un sollievo, una riflessione e una sosta. Il “Padre nostro” era continuamente invocato. Il Santo Rosario e la Messa erano un segno quotidiano di abbraccio fraterno.
L’infermeria era sempre attrezzata. Preferiva il suo letto vicino alla finestra. Ha sempre risposto con coscienza a ogni sollecitazione. Una figura di estrema bontà.
Tantissimi in Italia e nel mondo hanno rivolto gli occhi al cielo per implorare la sua guarigione.
Nel 2021, in agosto, lanciò il suo messaggio: «Siamo diventati responsabili e fautori nel produrre nuove povertà, nuove emarginazioni, disagi mentali, depressioni, suicidi e nuovi senza tetto e profughi lasciati alla deriva. È chiaro che chi parla con questi toni non sempre è gradito, per questo toglierò il disturbo, cercando di non essere più assillante e invadente, come pensa una parte di questa malata società; ma un giorno la verità verrà a galla. E così ho sentito di ritirarmi in montagna e nel silenzio, finendo e portando a termine gli ultimi giorni che il buon Dio mi ha concesso in questa travagliata vita terrena». Era la sua trincea. Donava se stesso.
Nella sua biografia, era settembre del 2018, è messa ben in evidenza la benedizione, l’abbraccio e l’incontro affettuoso con Papa Francesco. A pranzo nella Missione, a fianco degli ultimi.
Mons. Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo, ha usato parole commoventi. Nel precedente incontro, il giorno dell’Epifania, aveva detto: «Oggi Biagio è colui che diventa la nostra stella, perché ci conduce all’essenziale. È questa la via che dobbiamo imboccare».
Una vita sulle orme di San Francesco, il Poverello di Assisi.







