Saman Abbas, una vita spezzata da un gruppo di uomini, che hanno deciso per lei.
Nessuno poteva discostarsi dal volere patriarcale.
Distrutta nel peggiore dei modi la sua libertà.
Una donna straniera, legata alla sua famiglia da principi aberranti, con le catene intorno al collo.
Mai indipendente, ma soggetta alla volontà dispotica e al ricatto dei capi della famiglia. Soprattutto quando l’emancipazione della donna dipende dal permesso di soggiorno, dalla cittadinanza o dalla carta d’identità.
Un ulteriore usbergo è rappresentato dal vincolo di reddito, da un alloggio o da un legame familiare non sereno.
Sono condizioni che turbano ferocemente la sua tranquillità.
«Ho sentito: “Uccidiamola”. Se non mi senti per 48 ore, rivolgiti alle forze dell’ordine», aveva detto al fidanzato.
Saman sapeva di essere in pericolo e la sera stessa scomparve.
Le chiavi della libertà erano nei suoi documenti, custoditi dal padre.
A dicembre ha compiuto 18 anni. È maggiorenne. Non la si può più trattenere. È decisa.
Ma cade nel tranello messo in atto dalla famiglia. Complice principale è la mamma, che rema contro la figlia, obbedendo al marito e alla nefasta e antica consuetudine pakistana.
A 17 anni Saman aveva chiesto aiuto, denunciando i genitori, perché volevano obbligarla a contrarre matrimonio in Pakistan con un suo cugino.
Le impediscono di frequentare la scuola.
E lo zio rincara la dose e sentenzia: «Non è una buona musulmana».
Il Tribunale dei minori e le disposizioni urgenti dei servizi sociali la tengono lontana da casa, ma non basta. I documenti attestanti la maggiore età sono indispensabili.
Torna a casa e li pretende.
È anche inutile il suo rivolgersi ai carabinieri.
Si presentano, quando ormai è troppo tardi?
Non si può tergiversare. Non si può non essere intempestivi.







