LA XYLELLA HA DISTRUTTO 21 MILIONI DI ULIVI DELLA PUGLIA.
DOCENTI DELL’UNIVERSITA’ DI BARI, TRA CUI IL PROF. GIOVANNI MARTELLI (1935-2020), SCOPRITORE DEL BATTERIO, E IL PROF. DONATO BOSCIA, RICERCATORE DEL CNR DI BARI, SONO STATI I MAGGIORI STUDIOSI DELL’INFEZIONE SOSTENENDO TESI SCIENTIFICHE, OGGI FINALMENTE RICONOSCIUTE VALIDE ANCHE IN SEDE GIUDIZIARIA.
ERANO STATI INDICATI COME I RESPONSABILI DELLA TRASMISSIONE DELL’INFEZIONE DA PARTE DI PSEUDO DOCENTI, AMBIENTALISTI E ANCHE POLITICI.
IL PROF. MARTELLI E’ MORTO NEL 2020 CON LA SOFFERENZA NEL CUORE.
Il PROF. BOSCIA ERA STATO DENUNCIATO. OGGI E’STATO COMPLETAMENTE PROSCIOLTO DA OGNI COLPA.
INSIEME A LORO GIUSEPPE SILLETTI, GENERALE DELLA FORESTALE, COMMISSARIO CONTRO LA XYLELLA, ERA STATO INDICATO COME ALTRO RESPONSABILE.
UN ULIVO INFETTO DI MONOPOLI DI CONTRADA CARAMANNA UTILIZZATO DAI DENUNCIANTI COME PROVA, DIMOSTRATASI FASULLA.
Qui di seguito la storia della vicenda e il commento amaro di Fabio Amati, ancora sotto processo per aver sostenuto le tesi scientifiche.
Il 6 febbraio 2026, il gip del tribunale di Bari Giuseppe Ronzino ha archiviato il procedimento a carico di Donato Boscia, dirigente di ricerca del CNR-IPSP di Bari e uno dei massimi esperti italiani di Xylella fastidiosa.
La notizia potrebbe sembrare semplicemente la chiusura di un capitolo. Un’archiviazione, si potrebbe pensare, è per definizione la fine di qualcosa che non avrebbe dovuto cominciare. Ma liquidarla così sarebbe un errore, perché dentro quell’ordinanza si trova qualcosa che vale la pena di raccontare nei dettagli, soprattutto alla luce di quello che è successo nel frattempo agli ulivi, agli scienziati e a un intero paesaggio.
La storia ha radici che affondano nel 2013, quando Xylella fastidiosa viene ufficialmente identificata nella provincia di Lecce.
Il batterio, originario delle Americhe (Costa Rica) e capace di colonizzare i vasi xilematici delle piante soffocandone il trasporto di acqua e linfa, era probabilmente già presente da anni, ma la sua individuazione formale scatena quello che in retrospettiva appare come uno dei conflitti più aspri tra scienza e opinione pubblica dell’Italia contemporanea.
Da un lato, la comunità scientifica e le istituzioni europee indicano una risposta: abbattere le piante infette, creare fasce cuscinetto attorno ai focolai, contrastare l’insetto vettore (la sputacchina media, Philaenus spumarius) responsabile della trasmissione da pianta a pianta.
Dall’altro, una parte consistente dell’opinione pubblica sceglie la strada della negazione radicale: il batterio è innocuo, i disseccamenti sono causati dagli erbicidi, l’emergenza è inventata, gli scienziati del CNR sono collusi con le multinazionali dei pesticidi.
Mentre lo scontro si consumava in televisione, sui social e nelle aule di tribunale, il batterio avanzava in media di venti chilometri l’anno, fino a contagiare oltre 21 milioni di piante e infettare un territorio di circa 8.000 chilometri quadrati, pari al 40% dell’intera regione Puglia.
In provincia di Lecce, prima zona colpita, le perdite di produzione olearia hanno superato il 75%. Cinquemila posti di lavoro nella filiera dell’olio extravergine sono scomparsi. Frantoi storici venduti a pezzi.
Nel novembre 2025, il Joint Research Centre della Commissione Europea, in collaborazione con EFSA, ha aggiornato la classifica dei parassiti prioritari per l’Unione Europea: Xylella fastidiosa si conferma al primo posto, con un potenziale di perdite annue da produzione agricola stimato in 7,1 miliardi di euro in uno scenario di diffusione completa sul territorio comunitario, con oltre 540.000 posti di lavoro a rischio.
Quello che mi colpisce di più, ripensandoci, è la geometria del disastro. Non solo il numero di alberi morti, che è già impressionante, ma il fatto che non si possono semplicemente “rimpiazzare”.
Un ulivo secolare non ha un sostituto a breve termine. Il paesaggio che la Puglia ha costruito in millenni, e che l’UNESCO ha riconosciuto come patrimonio dell’umanità, non tornerà uguale a se stesso in tempi umani.
Eppure, mentre tutto questo accadeva, il dibattito pubblico stava altrove. Si litigava sull’esistenza stessa del batterio; si organizzavano cortei per salvare piante già condannate; si presentavano esposti alle procure.
È qui che entra in scena Donato Boscia. Come massima figura scientifica di riferimento nella gestione dell’emergenza, diventa il bersaglio naturale di chi voleva dimostrare che l’intera vicenda fosse una costruzione artificiale.
Tra il 2018 e il 2022, una serie di esposti presentati da comitati locali, associazioni di categoria e singoli privati (tra cui un senatore del Movimento 5 stelle che nel 2021 era diventato famoso per la sua battaglia contro l’abbattimento degli ulivi) dà avvio a un procedimento penale che ipotizzava a suo carico reati gravissimi: epidemia colposa, disastro ambientale, diffusione di notizie false, rifiuto di atti d’ufficio.
La tesi era che la diffusione del batterio fosse stata “innescata, favorita e incoraggiata” da ritardi e omissioni delle autorità scientifiche.
L’ironia amara di questa accusa è che i ritardi effettivi nell’eradicazione (e ci sono stati, documentati) non erano stati causati da chi voleva intervenire, ma proprio da chi si era opposto agli interventi, ingagliardito spesso dalle iniziative giudiziarie stesse che poi incolpavano gli scienziati di non aver agito.
Vale la pena ricordare che già nel 2016, nel documento redatto da un gruppo di lavoro composto dai soci Roberto Bassi, Giorgio Morelli e Francesco Salamini, l’Accademia Nazionale dei Lincei aveva dichiarato con nettezza che il ruolo causale di Xylella fastidiosa nel disseccamento degli ulivi era “una conclusione che abbiamo accettato come non più discutibile”, smontando punto per punto le ipotesi alternative avanzate dall’inchiesta della procura di Lecce.
La stessa Accademia aveva denunciato come quell’inchiesta, con i sequestri dei computer dei ricercatori, avesse compromesso la capacità della scienza di rispondere all’emergenza in tempo reale, favorendo di fatto la diffusione del batterio.
Il gip Ronzino, nell’ordinanza di febbraio 2026, ha fatto propria questa lettura: Boscia ha agito in conformità alle prescrizioni imposte dalla normativa europea e dalla legge nazionale, sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili, e non vi è alcuna prova che la diffusione del batterio fosse riconducibile alle strategie adottate dai ricercatori.
Il dettaglio però più sconcertante dell’intera vicenda emerge da un episodio ricostruito nel corso dell’istruttoria.
Nel gennaio 2019, in contrada Caramanna nel territorio di Monopoli, un ulivo monumentale viene segnalato come positivo a Xylella.
L’allarme è serio: Monopoli si trova nel Barese, zona fino ad allora considerata indenne, e una conferma avrebbe significato un salto del fronte epidemico verso nord di proporzioni inedite. Segue un esposto in procura, che porta al sequestro della pianta bloccandone l’abbattimento.
Peccato che il campione biologico alla base della segnalazione sarebbe stato alterato: secondo gli accertamenti, proveniva dal Salento (zona da anni endemica) e non dalla pianta di Monopoli.
Per capire cosa significa, bisogna tenere a mente la tesi di partenza dei cospirazionisti: gli scienziati del CNR avrebbero gonfiato artificialmente l’emergenza, dichiarando infette piante che non lo erano, per giustificare abbattimenti di massa a vantaggio delle multinazionali dei pesticidi.
La logica di chi avrebbe alterato quel campione era dunque la seguente: se riusciamo a dimostrare che il batterio viene segnalato in una zona dove in realtà non c’è ancora, avremo la prova che i ricercatori manipolano i dati.
Il piano, però, prevedeva di usare esattamente lo strumento che si voleva denunciare, un campione falsificato, per smascherare un complotto che non esisteva. In altri termini, per dimostrare che gli scienziati inventavano l’epidemia, qualcuno ha dovuto inventare un escamotage.
La messinscena che cercavano di smascherare era immaginaria; quella che hanno costruito per farlo era concreta.
L’archiviazione di febbraio 2026 è, nel complesso, una buona notizia. Ma arriva quando il paesaggio del Salento è già irriconoscibile rispetto a vent’anni fa, e mentre la scienza si interroga ancora su come comunicare un’emergenza reale in un clima in cui la sfiducia verso le istituzioni e gli esperti tende a trasformare qualsiasi dato in carburante per la teoria opposta.
Non è un problema risolto con un’ordinanza di archiviazione. È un problema che, semmai, quella vicenda ha reso più visibile di quanto chiunque avrebbe voluto.
NOTA: Il testo richiama in parte una riflessione di Claudio De Bunker.
Fabiano Amati, già assessore regionale.
E ora chi pagherà il conto della distruzione del paesaggio da Xylella?
E a me, che nel mondo politico rimasi quasi solo nel dare ascolto alla prova scientifica, chi ripagherà le offese ricevute?
A proposito… sono ancora sotto processo.
Era il 29 marzo 2015 a Lecce in Piazza S. Oronzo, il giorno della domenica delle Palme.
Richiamati da un appello di un noto giornalista, si riunirono migliaia di persone per dire NO al Piano Silletti di contenimento del batterio, con le ragioni più fantasiose e bizzarre, direi ridicole se non fosse che si resero funzionali a una grande tragedia.
Diedero adesione e si presentarono attori, musicisti, cantanti, associazioni di ogni tipo (NO a questo, NO a quello, NO a tutto), qualche professore universitario — con uno mi confrontai negli anni successivi a Castellana Grotte — e persino una Miss Mondo. Non faccio nomi, ma sono tutti facilmente rintracciabili sulla rete, e non li cito solo per non distrarre dal punto.
Quanto ai partiti, alcuni si schierarono apertamente a fianco di quel concentrato di falsificazioni; altri si attestarono in un silenzio complice o furbesco. Anche qui non indico sigle e nomi, ma è tutto documentato.
Si diceva della domenica delle Palme 2015.
Quel giorno, per non farsi mancare nulla, fu evocato anche il significato di una parte del nome di Gesù, “Unto”, per eccitare le paure e indirizzare il risentimento verso “untori” non meglio specificati. Multinazionali, sette segrete cospiratori, eserciti, maghi e quante ne volete mettetene.
In questa confusione — tanto per aggiungere pure un pizzico di blasfemia — intervennero a sostegno anche alcuni sacerdoti, aggiungendo smarrimento a smarrimento, forse sedotti da una pastorale “liscia pelo”, poi ripresa persino in un’inchiesta della rivista paolina Jesus, dimenticando ciò che è scritto nel Libro della Sapienza: «Ma tu hai tutto disposto con misura, numero e peso».
E proprio nella mancanza di misura, numero e peso, oggi una parte della nostra Puglia appare simile a un paesaggio lunare, per la mancata attivazione tempestiva di tutte le precauzioni necessarie.
Il GIP di Bari Giuseppe Ronzino ha ordinato l’archiviazione del procedimento penale contro Donato Boscia, attivato dalla solita “compagnia di giro”che per anni ha percorso la Regione propagandando il batterio dell’incompetenza, del pressappochismo e della sfiducia nella scienza.
Lo hanno fatto forse per costruirsi una carriera politica? Può darsi. La politica attira molti.
Fatto sta che hanno contribuito a devastare il paesaggio pugliese e a mettere in grave difficoltà persone perbene come Donato Boscia e altri che, come lui, hanno attraversato anni di accuse e processi.
E ora la domanda resta la stessa: chi pagherà il conto? Nessuno, statene certi, ma almeno vogliamo lasciare scritto sui libri di storia chi furono quelli che consumarono il pasto e poi scapparono senza pagare?
Articolo a cura del Prof. Stefano Carbonara,
Agronomo e Scrittore










