Recentemente una TV privata ha trasmesso un’intervista ad un neurochirurgo dell’Università La Sapienza, che più che un’intervista è stata una “Lectio Magistralis” sul cervello per la sua dottrina, semplicità e comprensibilità ma soprattutto calore umano con cui ha espresso dei concetti che invitano ad una profonda riflessione.
Innanzitutto ha ribadito che poco sappiamo ancora di questo importantissimo organo, le cui potenzialità sono conosciute solo in minima parte, per cui dovrebbe essere oggetto di una maggior impegnativa ricerca scientifica che sicuramente porterebbe a portentose scoperte di grandissima utilità non solo per la salute, ma soprattutto anche per la qualità della vita e il progresso dell’umanità.
Il cervello umano, da non valutare in base alla sua dimensione fisica perché è noto in medicina che il più grosso apparteneva ad uno scemo, possiamo paragonarlo ad un’immensa foresta, per la maggior parte ancora inesplorata, grande impianto di produzione di energia in cui gli alberi sono le sue cellule, i cosiddetti neuroni che sono i motori, mentre i loro rami rappresentano le sue fibre, dette sinapsi, fili di collegamento fra i vari motori.
Quindi una considerazione: se la piccola parte di cervello ora conosciuta è stata finora in grado di fornirci tante conoscenze, quali e quante meraviglie potrebbe rivelarci in futuro la restante sua grande parte qualora ne venissimo a conoscenza? A questo interrogativo potrà rispondere solo la ricerca, se ben convogliata, ma questa costa, per cui la finanza, che purtroppo oggi condiziona tutta la nostra vita, preferisce altre soluzioni ben più rapidamente remunerative, come ad esempio la cosiddetta “Intelligenza Artificiale” (IA).
Come ogni buon centro di produzione, anche il cervello ha un suo deposito del materiale prodotto: la memoria. Ma in che modo si produce la memoria? Tutto il materiale prodotto viene immagazzinato o il cervello esercita una selezione?
Il filosofo e matematico Leibniz asseriva che noi nella nostra vita veniamo a contatto con “petit perceptions” cioè percezioni che non tutte raggiungono lo stato di coscienza, mentre quando lo raggiungono diventano “appercezioni”, cioè percezioni percepite e quindi patrimonio della nostra mente, cioè la memoria.
Il computer e la memoria artificiale immagazzinano indifferentemente tutti i dati senza differenziazione e, dice il nostro professore, come mai nella nostra memoria non sono presenti tutti gli avvenimenti che ci hanno accompagnato nel corso della nostra vita? Perché ricordiamo, ad esempio, solo alcuni momenti della nostra infanzia?
E qui, spiega il Prof., interviene un fattore che noi abbiamo e la memoria artificiale e i computer non hanno: “l’emozione”, questo grande fattore inestimabile che solo gli esseri viventi posseggono e che esercita una selezione spontanea, non conservando la “zavorra”.
In questo grande magazzino che è la nostra memoria, oltre a quanto depositato volontariamente (e molte volte contro il nostro piacere quali le nozioni scolastiche), noi conserviamo tutti i nostri ricordi, dai più brutti ai più belli, cioè tutto ciò che nella nostra vita ci ha prodotto emozioni, come ad esempio, tralasciando i più brutti, dal primo giorno di scuola a quello della laurea, dalla prima delusione al primo bacio e al primo amore, dal giorno del matrimonio alla nascita dei figli e così via.
Anche il computer elimina la sua zavorra mediante un comando che la invia nel cestino, ma vien da chiedersi, dove finisce la nostra zavorra scartata dalle nostre emozioni? Forse ritorna allo stato di “petit perception” perdendo lo stato di coscienza ma rimanendo sempre in noi, come evidenziato da Freud e Jung, dando vita alla psicanalisi.
Da ciò la necessità di conservare intatta la nostra capacità di emozionarci che costituisce l’arma più potente per conservare la nostra umanità difendendoci da quella meccanizzazione forzata che porterebbe all’annichilimento dell’uomo.
Le previsioni esternate sul futuro dell’umanità dai maggiori esperti in informatica dovrebbero essere un grande stimolo alla ricerca sul cervello umano per dei motivi di vitale importanza per tutta l’umanità, qui esposti.
L’intelligenza artificiale facilmente manovrabile, nelle mani sbagliate può costituire un grave pericolo per la sopravvivenza dello stesso genere umano, potendo portare anche a delle decisioni catastrofiche, quali la perdita di posti di lavoro fino allo scatenarsi di guerre che porterebbero fatalmente all’autodistruzione;
L’affidarsi sempre più alla tecnologia incide pesantemente sulle abitudini di vita dell’uomo, il che potrebbe portare inevitabilmente anche alla variazione delle stesse caratteristiche fisiche, creando una specie di evoluzione al contrario, inversa rispetto a quella iniziatasi con “l’homo sapiens”.
Addirittura una ditta americana ha creato l’immagine di una donna del 3.000, Mindy, che presenterebbe caratteristiche molto diverse: da una riduzione delle capacità intellettuali, al formarsi di una terza palpebra per difendersi dagli schermi luminosi, collo tozzo per una variazione della postura e gomiti piegati con mani delle dita adunche.

Sembrerebbe uno scenario apocalittico, che spero vivamente sia solo l’incubo di qualche nuova Cassandra, ma è quanto recentemente ipotizzato da un grande esperto a livello mondiale in materia di informatica e di intelligenza artificiale, che anche se possiamo considerare una fake è comunque un segnale d’allarme.
Ma non tutto è perduto.
Un orizzonte di speranza viene dalle parole dell’illustre professore con l’invito alla scienza ad impegnarsi sempre di più in una maggiore conoscenza del cervello umano e a noi di conservare intatte le nostre capacità di emozionarci anche di fronte alle piccole cose come il sorriso di un bambino o il volo di un gabbiano che sfiora l’onda del mare, un bel panorama e di tante altre che negli anni ‘70 Lucio Battisti chiamava semplicemente “Emozioni”.
Sarebbe auspicabile una tecnologia al servizio dell’uomo, non l’uomo schiavo della tecnologia.
Dott. Francesco Acquafredda
già primario medico Servizio Trasfusionale Ospedale di Monopoli







