Lo avevo perso di vista, non lo vedevo dai tempi della scuola (ITIS Monopoli) e della pallacanestro (Basket Club).
Probabilmente ci saremo incrociati in qualche occasione, il tempo come si sa ci trasforma e talvolta ci rende irriconoscibili; temo che Pino, se mi avesse incontrato faccia a faccia, sicuramente non avrebbe avuto il coraggio di farsi avanti. Lo ricordo timido, introverso e di poche parole, avrà pensato di infastidirmi e se ne sarà astenuto.
Che peccato! Sarebbe stata l’occasione per ricordare un episodio che non posso dimenticare e che ora desidero lasciare a tutti quelli che lo hanno conosciuto.
Correva l’anno, non lo ricordo più, sulle mattonelle dell’ex Istituto S. Giuseppe in via Lepanto si giocava una partita di basket, era una bellissima domenica di primavera con un sole stupendo, in ballo c’era il passaggio alla categoria superiore, e la tensione era alle stelle.
Gli avversari erano bravi, infatti con loro perdemmo sonoramente. Avevano un giocatore molto forte ed anche quel giorno stava realizzando molti punti. La partita si metteva male, molto male.
Nessuno dei titolari in campo riusciva ad arginare quel “califfo” scatenato che segnava a ripetizione da tutte le posizioni. In preda allo sconforto volsi lo sguardo ai giocatori seduti in panchina in cerca di qualcuno che potesse fermarlo.
Gli occhi si posarono su Pino, le sue doti offensive non erano eccelse ma, era quello più attrezzato fisicamente. Il dilemma: sarà in grado di marcare un attaccante così bravo?
Lui mi guardò terrorizzato, confesso che lo fui anch’io.
Gli dissi ”Pinù, a kodde fèng varve i kèpedde”, tradotto: Pinuccio, attaccati a lui come se dovessi fargli barba e capelli.
Da quel momento quel giocatore non toccò più una palla, al punto che l’allenatore pensando fosse stanco lo sostituì. Anche io feci uscire Pino festeggiato dai compagni di squadra, era diventato improvvisamente il giocatore più importante, oserei direi “un eroe inaspettato”.
Fuori dal campo l’avversario più pericoloso, la nostra squadra sembrò rinfrancata, al punto che il gap si ridusse vistosamente.
Ad un certo momento, mi accorsi che l’allenatore avversario si preparava a rimettere in gioco il suo miglior atleta allo scopo di arginare la nostra rimonta. Di rimando, con un cenno del capo feci capire al nostro caro che toccava a lui completare l’opera; questa volta i suoi occhi brillarono di orgoglio e felicità.
Con la marcatura asfissiante di Pino, il “califfo” non riuscì più a rendersi utile in alcun modo. I compagni lo vedevano marcato e non tentavano neanche di passargli la palla per timore di perderla. Si spazientì al punto che, preso dallo sconforto abbandonò il campo. Si tolse la maglia, la lanciò a terra e imprecando ad alta voce disse: – Basta, non gioco più -.
Come nelle favole per la seconda volta la magia si ripetè, e con il contributo risolutivo del nostro eroe, vittoria fu.

Una volta durante il viaggio di ritorno da una gara, mentre i compagni ridevano e scherzavano, lui rimaneva sempre silenzioso, allora gli dissi:- Pino perché non canti una canzone?- Una delle poche volte che l’ho visto ridere.
Arrivederci Pino !
Te ne sei andato via aggredito dal maledetto virus.
Ti abbiamo voluto bene anche se parlavi poco.
Ci rivedremo lassù a giocare una partita e tu sarai il più forte.

Giovanni Del Giglio






Ricordo perfettamente le capacità difensive, l’umiltà e la bontà di Pinuccio.
Ho conosciuto Pinuccio quando ci allenavamo a San Giuseppe. Lui è stato un esempio per me per il suo carattere e la sua serietà.
Ho un suo ricordo di quel periodo quando io, pur scarso, mi trovai ad attaccare la sua difesa. Niente da fare.
Non riuscivo a far nulla.. Non so come ma riuscii solo a farlo ridere con un paio di finte venute male. E io con lui…
Un grande rimpianto non averlo potuto salutare per un ultima volta.
Quando i miti si inc……arrabbiano, diventano risoluti e vincenti. Lo ricordo cosi: seduto al tavolo a cena proprio mio dirimpettaio. Ad un tratto sparì dalla mia vista rovinando sotto al tavolo. La sedia in plastica aveva ceduto facendolo precipitare e gli astanti, anziché soccorrerlo, un classico, tutti a ridere. Lui serafico si rialzò e continuammo la cena. Lo ricordo così. Ciao Pino.