
CATTIVE ABITUDINI
Esistono modelli comportamentali di vecchia e nuova generazione che caratterizzano la società; i modelli sono spesso condivisi con altri italiani ma i pugliesi sanno contribuire sovente con un pizzico di arte levantina trovando modalità talvolta estreme, talvolta ermetiche, comunque radicate e consolidate nel tempo e dal tempo. Il popolo delle formiche ha costruito labirinti diventati trappole dalle quali è difficile liberarsi: clientelismo, trasformismo, dualismo, carsismo politico e sociale, perdonismo, illegalità. Ma il meridionale lo sa da piccolo, ha le piaghe e se le deve tenere.
L’attuale situazione è, per alcuni aspetti, particolare, per la prima volta si prospetta una terra che tende a prosciugarsi non per la storica siccità ma per un incombente assetto demografico. Sono quindi richieste le elevate anche se rare esperienze congiunte di economisti, sociologi, antropologi per interpretare la realtà; ben vengano ad integrare le lateralità e le carenze della scienza economica tradizionale.
1) È notevole la dimensione e la diffusione dell’evasione fiscale; la Puglia è al terzo posto tra le Regioni italiane. L’entità del fenomeno è tale da pregiudicare il gettito, la competitività tra imprese e in particolare da incidere negativamente sul settore sanitario in termini di equità e finanziamento. L’evasione condiziona fortemente la possibilità di adeguare la spesa sanitaria alle reali necessità, è il più rilevante vulnus all’equità orizzontale e verticale, incide sulla distribuzione del reddito e sulle diseguaglianze. La Puglia è ai primi posti delle graduatorie del “sommerso” con elevati livelli dello spread tra ricchezza dichiarata e benessere reale; è ampio il catalogo dei lavoratori che spostano l’attività, e i propri mestieri, in una “dimensione privata” sottraendola a quella pubblica.
C’è una gabbia in cui si è invischiata la classe politica di fronte al fenomeno dell’evasione fiscale, costituita da pericolosi tranelli: tantissimi evasori/elettori, numerose lobbies incalzanti e invasive, a cui si aggiungono ricorrenti e tragici errori di policy (si pensi al recente tragicomico meccanismo del bonus edilizio) che riducono i margini di “elargizioni clientelari”. È naturale definirla una illegality trap. Di guisa che le molteplici “centrali regolatrici” dei premi e degli obblighi fiscali non consentono margini di libertà decisionali per scelte alternative a quelle attuali a cominciare dalla lotta all’evasione. Contrastare in modo esplicito il fenomeno evasivo di massa può costare milioni di voti, contrastare le lobbies può far crollare le fondamenta del potere, e così via; la mediazione tra tutti i pretendenti ha generato una gabbia molto stretta, inospitale, antidemocratica. Il cibo quotidiano del “buon vivere” è costituito dalla vasta produzione di erosioni della base imponibile, esenzioni, minimi, finti minimi, condoni, sanatorie, bonus. E la lotta all’evasione viene relegata al livello necessario per abbassare la soglia di irritazione della parte più sana della popolazione. Non si può più contare sulla politica per una incisiva lotta all’evasione di massa, la politica non è in grado di uscire dal labirinto degli intrecci e delle trame che lei stessa ha orlato, ciò nonostante si deve prendere atto che gran parte dei residenti non versa l’imposta progressiva sul reddito. Il contrasto all’evasione consentirebbe un fondamentale inaridimento delle fonti di finanziamento della corruzione e del riciclaggio. Comincia a circolare l’idea che “un’evasione fiscale e contributiva così elevata non è più accettabile, non solo dalla visuale economica e di equità sociale, ma anche per la sicurezza sul lavoro; è indice di un lavoro nero molto diffuso; chi evade ruba e chi pratica lavoro nero compie un reato”, l’idea è diffusa ma non sempre condivisa nei fatti.
Il contrasto all’evasione passa principalmente da un cambio culturale e anche da un più incisivo atteggiamento degli enti territoriali. I margini di miglioramento sono ampi e i bilanci comunali languono, esiste un paradosso evidente le cui conseguenze cadono sulla cittadinanza in chiave di qualità e quantità di servizi erogati; le “segnalazioni qualificate” che si devono comunicare alle autorità fiscali sono generalmente carenti. Esiste certamente una questione di competenze tecniche, ma la capacità di esazione dei tributi non è quella necessaria. Occorre far penetrare nelle coscienze e nella cultura nostrana, nelle scuole, nelle sedi di diffusione dell’informazione, anche tramite un’incisiva opera divulgativa, l’idea che da un efficace lotta all’evasione la Puglia trarrebbe vantaggi in tema di sviluppo economico, grado di concorrenza, equità sociale, finanza locale, contrasto all’illegalità. Occorre una sana redistribuzione a favore dei ceti più sani e civili, più produttivi. Chi paga le tasse sostiene da solo il welfare di tanti soggetti che non le pagano; l’evasione genera un’impropria redistribuzione del reddito. Combattendo l’evasione fiscale con riduzione di pari ammontare delle imposte si avrebbero effetti positivi su crescita, occupazione, investimenti, sviluppo.
2) L’antica e radicata diffusione di ammortizzatori impropri (evasione e sommerso) la dice lunga sulla fragilità del modello di sviluppo a livello micro e macro. Osservando la mera funzione di ammortizzatori sociali, trascurando cioè gli aspetti di illegalità, sono vari gli analisti che evidenziano le caratteristiche di sostegno dell’”economia nascosta” a favore di lavoratori e imprese marginali; le attività illecite non sarebbero da demonizzare rappresentando una sorta di modalità di aggiustamento della “marginalità” nei momenti difficili, nelle fasi avverse del ciclo, nelle crisi di settore. Ma quando, come nel caso della Puglia, il fenomeno rappresenta una componente strutturale del sistema, una consuetudine antica, allora costituisce certamente una distorsione del corretto funzionamento del sistema e della concorrenza. L’economia “non ufficiale” è una zona grigia che incorpora fragilità strutturali e abusi. L’italian spread (differenza tra ricchezza reale, redditi dichiarati e tenore di vita) spesso collegato al doppio lavoro è un evidente indice di squilibrio endogeno del sistema e della dicotomia tra “ufficiale” e “sommerso” dell’intera società. La Puglia ha uno degli spread più alti del Paese e non solo. C’è un Pil privato, privato anche alla contabilità nazionale, agli obblighi di legge, al fisco; l’economia parallela è voluminosa, raggiunge cifre consistenti, viene ironicamente definita informale, difensiva, si nasconde nei meandri delle cassette di sicurezza e dei forzieri moderni riemergendo poi nella fase del consumo spesso opulento, col gaming o con investimenti mascherati o triangolari; spesso facendo l’occhiolino ai benpensanti e ai controllori.
3) Il triangolo illegale – criminalità, corruzione ed evasione fiscale – incombe e incide sulla società e sulla sua morfologia. La dimensione del potenziale di crescita economico eroso da fenomeni illegali è stata valutata da recenti approfondimenti e studi; sono importanti le percentuali di perdita del Pil pro-capite in un contesto di presenza criminale ed evasione fiscale; le infiltrazioni mafiose sono una delle principali determinanti della insoddisfacente dinamica della produttività. In ultima analisi la presenza del “triangolo illegale” costituisce un pesante handicap allo sviluppo, riducendo il Pil pro-capite ed il livello di occupazione; la corruzione è un veicolo del declino, secondo taluni analisti è tra le cause principali del mancato o scarso decollo economico, si estende dall’élite ai ceti popolari. Dagli anni ’70 in poi la Puglia è stata aggredita dalle mafie, il quadro è cambiato con “cicli della violenza elettorale” e con una crescente evasione fiscale che con il riciclaggio costituisce il volano di varie forme di illegalità̀. Gli effetti deleteri dell’inquinamento criminale ricadono sulla società pugliese in termini di convivenza civile e mancato sviluppo. La Puglia è ostaggio di meccanismi che ne ostacolano il libero sviluppo, il primo problema che deve superare un imprenditore, locale, nazionale o estero, è quello della pacifica convivenza nel territorio. Oltre agli effetti di inquinamento sociale, perversi e diffusi, l’infiltrazione mafiosa provoca effetti vistosi soprattutto sull’economia. Sono crescenti le seduzioni del guadagno facile offerto dai sodalizi criminali che mettono sotto stress il sistema produttivo legale.
4) Meritocrazia
A quanto pare la meritocrazia non è un valore molto diffuso sia nel sistema scolastico che nel mercato del lavoro dove le conoscenze “personali e familiari” mantengono un ruolo importante. La meritocrazia e le competenze dovrebbero essere valori di fondo ma purtroppo devono combattere quotidianamente con raccomandazioni, clientele, caste, corporazioni, mafie e oligarchie. Autorevoli indagini anche recenti evidenziano che i processi di innovazione si sono in gran parte arenati proprio a causa della mancanza di meritocrazia, soprattutto in un Mezzogiorno in cui la pubblica amministrazione è stata considerata un ammortizzatore sociale improprio e frenante di una efficiente cultura dell’amministrare. La riqualificazione dell’amministrazione oggi si impone attraverso la valorizzazione soprattutto delle risorse umane, del lavoro femminile e di quello dei giovani, rinnovando la classe dirigente; il principio va esteso anche all’imprenditoria e alla società. Introduzione di sistemi incentivanti, misurazione della performance sono elementi decisivi. La “meritocrazia è difficile” e bisogna cominciare quindi da lontano: offrire pari opportunità di accedere a tutti i livelli d’istruzione indipendentemente dalla posizione economica e sociale, riconoscere il merito in tutti gli stadi del processo di formazione culturale e professionale, favorire la mobilità sociale con gli strumenti disponibili. Soprattutto il Sud continua ad essere il “fanalino di coda” delle classifiche internazionali che misurano lo stato della meritocrazia e il ruolo del merito nell’economia e nella società. Si tratta in particolare di qualità del sistema educativo, trasparenza, regole, attrattività per i talenti, pari opportunità. Abbiamo uno stock di “debito meritocratico” accumulato nel tempo, in un lungo tempo, è ora di invertire la rotta partendo dal Sud, dalla semplificazione dall’assetto regolatorio e dall’affrancamento della Pubblica Amministrazione. Bisogna eliminare i tanti “soffitti di cristallo” che impediscono ai giovani e alle donne di conseguire una reale valorizzazione dei propri meriti, anche in Puglia.
5) Gli stereotipi
Tra gli adolescenti è ancora presente uno stereotipo di genere con la convinzione dell’esistenza di ruoli che prevedono il primato dell’uomo nelle funzioni apicali e della donna negli oneri di cura e assistenza familiare. Esiste un ruolo di dominio di genere anche nel sesso, quale prodotto di una socializzazione binaria, di una distorsione cognitiva occulta in gran parte generata, oltre che all’interno di molte famiglie, dai mass-media e dalla letteratura per l’adolescenza.
Gli stereotipi di genere sono ancora riprodotti nel corso della socializzazione primaria (in famiglia) col supporto dei mass-media e dei videogiochi, tutti elementi di una “scorciatoia cognitiva inconscia”. È evidente che la trasmissione intergenerazionale funziona, è interiorizzata e avvalorata dal sistema mediale. Grande attenzione da parte di tutti gli attori interessati (in primis le famiglie) va quindi posta sul ruolo dei media, sulla “psicologia sottile e apparentemente ingenua” dei messaggi subliminali, sulla trasmissione di messaggi opachi e ambigui. Viviamo in un’epoca che rende il processo di formazione identitaria complesso e incerto, tante sono le variabili in gioco. Accanto alla famiglia e alla scuola i mass-media hanno un ruolo crescente di importanza che va presidiato soprattutto nei riguardi degli adolescenti con un approccio selettivo, severo quando necessario. I mass-media contribuiscono surrettiziamente alla costruzione sociale di pregiudizi che troppo spesso non rispecchiano la realtà sociale, piuttosto la deformano. L’attenzione va estesa ai testi scolastici e ai libri per bambini e per l’adolescenza. Le “contaminazioni di genere” sono numerose, spesso apparentemente invisibili, diffuse nella società. Sono le immagini ad incorporare pericoli: pubblicità, campagne informative, testi scolastici, simboli, icone, forme di comunicazione visiva che propongono stereotipi devianti. La decostruzione di stereotipi è operazione ardua. Le condizioni diseguali che le donne incontrano nella lotta per la vita (il c.d. soffitto di cristallo) si compongono attraverso tessere incastrate nel tempo in tutto il percorso esistenziale, con modalità a volte violente, altre volte sottili e ambigue.
Non si può però nascondere che a volte sono le donne stesse a gestire poteri e affetti secondo modalità che le rendono complici di una cultura loro nemica. Per contrastare gli stereotipi “impropri” diffusi da famiglie, media, letteratura varie basterebbe diffondere avvalorati studi anche recenti che dimostrano una forte correlazione tra il miglioramento della parità di genere e i risultati aziendali e istituzionali (per esempio con più dominio delle donne nel lavoro e nella leadership): migliori risultati finanziari, più alta redditività, maggiore efficienza operativa con più elevata attenzione alla diversità e all’inclusione, con tasso di crescita del margine di profitto; maggiore probabilità di adottare politiche sostenibili e socialmente responsabili. Questi ed altri i vantaggi di una maggiore inclusione femminile. Le donne si sono dimostrate buone amministratici della cosa pubblica, attente ai temi di ambiente, salute e infanzia. Ove sono state utilizzate anche nelle funzioni manageriali hanno espresso buone caratteristiche: pazienza, prudenza, empatia, disponibilità all’ascolto e al lavoro di squadra, pragmatismo. La cultura di Puglia, seppure con forti differenzazioni territoriali, sfumature talvolta apparenti e schemi variegati derivati dal “frazionamento” della società, è ancora intrisa di stereotipi.
6) Democrazia e passività sociale
Alle difficoltà sociali, alle diseguaglianze diffuse, alla povertà crescente, alla mortificazione di alcuni diritti, ai rancori sociali non si accompagnano diffuse e risolutive manifestazioni collettive di dissenso dello stesso livello di altri territori pur in condizioni sociali pari o migliori. Le democrazie moderne garantiscono spazio alle manifestazioni del pensiero e dell’azione. Gli spazi di libera espressione sono teoricamente ampi ma da noi sono, in termini comparativi, ridotti. Questa caratteristica culturale è evidente, è un obiettivo segnale d’inerzia, di non reattività, di flessione della “dissenting opinion”. Ci sono espressioni del nostro vivere insieme che manifestano caratteristiche critiche: il degrado estetico e sonoro delle nostre città, l’insicurezza, la (in)decenza ambientale e i trasporti pubblici, ville e giardini spelati, la natura offesa e trascurata, territorio spesso violentato e negato alla bellezza, l’overtourism dilagante ed invasivo di fronte alle quali la popolazione non è reattiva quanto necessario, non è coesa quanto sarebbe utile, non esercita appieno i diritti di cittadinanza. Ovviamente le proteste ci sono e ricorrenti, ma la storica permanenza dei mali endemici denuncia timidezza sociale, rassegnazione. Isolati sono i casi di pacifiche ma autentiche “rivolte”. I problemi “rimangono lì” a lungo, troppo a lungo, ristagnano. L’astensione elettorale ad esempio è un fenomeno crescente e preoccupante; si parla di esiti scontati, indifferenza per i partiti tutti incapaci di risolvere i problemi, smobilitazione politica, del voto che non cambia le cose. Ma è certo che così salta il motore della democrazia e l’inerzia, l’astensionismo, l’apatizzazione del corpo elettorale sono lo specchio del disagio sociale ed economico che apre e chiude un circolo vizioso che allontana dal clima democratico e partecipativo, corrode le fondamenta della società civile. L’astensione alligna soprattutto nelle aree povere dove ci sono problemi pressanti che incombono sul potenziale elettore, con la convinzione che la politica non sia capace di dare risposte. La povertà educativa e quella economica spingono soprattutto i giovani verso l’inerzia politica e una filosofia inerte e sonnolente che genera una sostanziale smobilitazione. Per risvegliare l’elettore sopito occorrerebbe una rivoluzione culturale ricca di contenuti attivi e dinamici; la disaffezione al voto è la disaffezione a qualcosa di più ampio spettro, è un fenomeno che sta conducendo silenziosamente ad un rischio “autoritario”. L’astensionismo è un fenomeno intermittente che già nel 1892 richiese il primo studio statistico sull’argomento, ora siamo ad un nuovo picco che talvolta viene giustificato con il raggiungimento di “livelli di democrazia matura”. Nel nostro caso è invece un gravoso indice di diffidenza nelle istituzioni, della classica tipologia “di astensionismo apatico”, rafforzato dall’inerzia della non azione che non conosce soluzioni alternative per far sentire il proprio dissenso.
7) La Regione è ai primi posti delle classifiche di sfruttamento del suolo e di perdita di terra coltivata. Il consumo di suolo è al tempo stesso una forma di dissesto idrogeologico e di inquinamento. È la Regione dove piove di meno e la mancanza di invasi genera il rischio di desertificazione di più della metà del territorio. L’aggressione e i cambiamenti del paesaggio riguardano principalmente la costa. Sono scomparsi negli ultimi venti anni cinquanta chilometri di area agricola lungo la costa a favore di seconde case, strutture ricettive, turistiche e ville di lusso. Questi usi incolti hanno radicalmente trasformato e deformato la lunga costa di Puglia.

SVILUPPO E SVILUPPISMO
La condizione del territorio appare complessivamente problematica sia in rapporto ad altre aree italiane che alle analoghe realtà europee. I divari sono importanti non solo per la loro misura ma per la stabilità nel tempo al di là di effetti ciclici e pur con dinamiche del Pil che mostrano favorevoli incrementi che non devono confondere il giudizio relativo al trend di fondo; gli andamenti congiunturali sono spesso fenomeni illusori. La Regione è quasi sempre presente nelle zone basse delle graduatorie più significative (Pil pro-capite, povertà economica, povertà educativa, tassi di occupazione) e come tutto il Sud presenta ritardi strutturali, indicatori socioeconomici negativi, evidente contrasto tra immagine e sostanza con contraddizioni stridenti nel campo sociale. La crescita del Pil attesta generalmente una Puglia vitale, reattiva, ma lo sguardo analitico non deve orientarsi solo ai fenomeni congiunturali che generano eccessi di ottimismo, quanto e soprattutto agli aspetti critici con valenza strutturale, dalla povertà al ruolo della donna e al tasso di occupazione, dal sistema scolastico alla condizione del capitale umano e sociale fino al livello professionale del management pubblico. Parlano chiaro in questo senso le analisi ufficiali (Istat) sul BES, l’altra faccia del Pil: “Le province pugliesi hanno livelli di benessere più bassi rispetto al complesso dei territori dell’Italia e in alcuni casi del Mezzogiorno”.
Va sottolineato che attualmente la Puglia sta giocando bene la sua partita in molti ambiti dell’economia ma non può bastare, ci vogliono un settore industriale diffuso e avanzato, innovazioni, infrastrutture adeguate, servizi di qualità che contraggano, tra l’altro, l’emorragia demografica che sottrae talenti e cultura spingendo l’economia in un “ciclo contorto del capitale umano”. Le cattedrali del deserto hanno fallito la loro missione originaria. Il fiume di risorse finanziarie non ha saputo creare nel tempo un adeguato sviluppo, ha purtroppo raggiunto centri di spesa inefficienti, troppo spesso illegali, e non si è invece incrociato in via diretta e produttiva con lo sviluppo e la valorizzazione del capitale umano e sociale.
L’attenzione va concentrata in estrema sintesi su due parole chiave, capitale umano e capitale sociale, che racchiudono simbolicamente altri temi e che sono i punti critici del progresso o del suo contrario. L’esodo dei giovani è la vera metafora della condizione pugliese.
La trappola più conosciuta e analizzata da tempo è quella dell’eterno sottosviluppo, dai piemontesi ad oggi, nonostante tentativi che passano da casse (del mezzogiorno), industrie e cattedrali nel deserto, fiumi di finanziamento mal utilizzati, regimi di favore, politiche di coesione, miracoli mai realizzati. Le disparità stanno crescendo, le debolezze del sistema produttivo, la presenza di fenomeni criminali, la corruzione diffusa contribuiscono ad ostacolare lo sviluppo del territorio. Con le ultime crisi finanziarie e non il ritardo si è ampliato, è aumentata l’area di dominio del triangolo dell’illegalità (evasione, corruzione, criminalità). I segnali di vitalità sono frequenti ma erratici, nello spazio e nel tempo. Questa trappola ha meandri irti di mille difficoltà e fino ad oggi nessuno ne è uscito vincente, tranne riconosciuti settori di eccellenza sostenuti da élite imprenditoriali che dimostrano il notevole potenziale del capitale umano. Uscire dal sentiero del sottosviluppo, dello scivolamento verso il basso sembra una chimera e l’atomizzazione del tessuto sociale si diffonde nel territorio. In alcuni settori “poveri” è maggioritaria la convinzione di un futuro “ineguale“ in un sud dimenticato tranne che dall’autonomia differenziata e dai suoi inconsapevoli ideatori. Ma il Sud, il mezzogiorno d’Italia può rivelarsi una grande risorsa, più che un problema; in fondo l’Italia, nel suo complesso, sarà ciò che sarà il Sud.
La Puglia è riuscita a ritagliarsi un ruolo visibile nello spazio interno e internazionale ma il sogno di diventare la California del Sud non è stato ancora realizzato, molto ancora va fatto. La storia d’Italia è ricca di “mali del Sud”, “terapie per il Mezzogiorno”, “rimpianti e interrogativi” per le battaglie perdute. La questione meridionale nasce con l’unità d’Italia, le prime politiche furono giolittiane e accantonate poi da Mussolini cosicché́ il divario toccò il suo apice nel primo dopoguerra. I nuovi interventi iniziarono dopo gli anni ’50 e negli anni ’60 ci fu la massima convergenza tra Nord e Sud che si è poi gradualmente interrotta, il ritardo del Mezzogiorno è oggi crescente. Il dibattito è lungo quanto la nostra storia, evidentemente è stato di prevalente sapore accademico, infruttuoso nei risvolti concreti; oggi si è riacceso, rinfocolato dalla c.d. “autonomia differenziata” e continua ad essere dispersivo, non sempre tocca il cuore dei problemi, comunque non li risolve.
La mancanza di volontà per intenti redistributivi, di capacità della classe dirigente, di tenacia dei cittadini (che hanno una fetta di responsabilità) a pretendere il cambiamento hanno contribuito a creare la trappola del sottosviluppo. Attraverso il rafforzamento del capitale umano e sociale deve essere generato un rinnovamento delle persone, dei cittadini, con reale intenzione e tenacia di cambiare. È la società che deve mutare, oggi c’è una diffusa incapacità di reclamare collettivamente i propri diritti. Ci sono attitudini, identità, stereotipi, comportamenti che hanno una lunga storia, spesso dolorosa, ma vanno cambiati. È un lavoro di autocoscienza individuale e collettiva che deve evidenziare gli aspetti di irrazionalità che riguardano i fattori che congiurano contro lo sviluppo, gli ostacoli mai rimossi da una coscienza che appare spesso sorda a richiami della realtà e della cruda obiettività dei fatti.
Buona parte delle scelte radicate è in sostanza l’eredità di forme di coesistenza adattive a modelli arcaici, ma c’è un limite oltre il quale, in società dinamiche quali le attuali, l’adattività diventa autodistruttiva e il “destino dell’abitudine” può consumarci lentamente; le strategie adattive non funzionano più, hanno esaurito la loro funzione.

UN FUTURO COMPLESSO
In estrema sintesi esistono variabili positive che coabitano con serie problematiche in un contesto contradditorio tra luci e ombre, condizionato nei suoi estremi dallo scenario illegale e da quello delle luminarie turistiche.
La Puglia non utilizza e non valorizza le migliori risorse: i giovani, le donne, il capitale umano. A lungo si è ritenuto, e si ritiene ancora, che le strategie si debbano fondare sulla capacità di catturare risorse esterne più che di valorizzare quelle interne. L’assistenzialismo, in gran parte di matrice finanziaria, non ha risolto i mali pugliesi, anzi ne ha aggravato l’indole inerziale e la storica abitudine alla dipendenza. È venuta l’ora di cambiare ottica e di utilizzare al meglio l’energia individuale e sociale, che esiste e va salvaguardata e valorizzata. Dopo il fallimento dei poli industriali e con tutte le obiettive difficoltà di considerare il turismo una leva strategica, occorre riorientare il modello di sviluppo. La Puglia può essere più che una meta turistica.
La primavera pugliese ha subìto recentemente una improvvisa gelata che ha risvegliato molti cittadini da un pigro torpore, l’immagine del territorio ha subìto l’ennesimo attacco. A livello politico centrale sono di impaccio le costanti e collusive diatribe spesso senza contenuti ed un trasformismo dilagante che obnubila le certezze dei cittadini e crea disaffezione per una democrazia che deve invece essere trasparente; è alto il tasso di litigiosità, è abituale la convivenza con le emergenze, è difficoltoso l’utilizzo delle risorse in campo, è tradizionale la tendenza a creare illusioni nella popolazione. A livello locale la mancanza di competenze per attività complesse limita le prospettive di crescita e di sviluppo del territorio; esistono deficit nell’azione amministrativa legati agli aspetti organizzativi, alla informatizzazione delle procedure, alla dotazione di capitale umano, alla frammentazione di competenze che influiscono sulla qualità dei servizi e sulla capacità progettuale. è una politica senza radici culturali che presenta un evidente scollamento tra bisogni reali, agenda politica, capacità di realizzazione. L’autonomia differenziata può accentuare la criticità del sistema.
In una visione di medio periodo una Puglia che si essicca, invecchia e impicciolisce a seguito dell’inverno demografico e delle migrazioni, che continua ad essere “l’eterna incompiuta” fagocitata dall’accecante ribalta internazionale, che trascura le classi più deboli con diserzioni dallo spirito pubblico, che non utilizza e non valorizza le migliori risorse (giovani e donne) è un territorio destinato alla deriva con risvolti negativi per l’intera comunità nazionale.
I pugliesi sono stati sempre costretti ad andare lontano per poter sopravvivere a causa della difficile condizione economica, sociale e culturale della Regione; la fase storica che è iniziata presenta nuove difficoltà che, insieme con vecchie radici, orientano al declino con difficili, anche se non impossibili, vie d’uscita e di speranza. Le politiche e le attenzioni pubbliche non sempre e non con continuità coinvolgono il popolo, le persone, tutto il popolo, tutte le persone.
Bisogna riprendere la via delle persone, dei valori, delle identità, della partecipazione democratica, dell’equa distribuzione del reddito, della storia piena di umanità, sensibilità verso i deboli e fragili, del vivere e condividere appieno le “differenze” anche se problematiche. L’accoglienza, prerogativa e vanto della regione, va estesa ai pugliesi, a tutti i pugliesi dentro e fuori le mura.

ECONOMIA ED ECONOMISTI
Suggerire manovre strategiche e tecniche operative volte a favorire lo sviluppo del Sud è operazione antica, si pratica dall’unità d’Italia; è semplice, perché si conoscono i consueti punti di fragilità; complessa, giacché le resistenze e i vincoli sono radicati; stimola reazioni ironiche essendo la sacrestia delle prediche inutili; è la palestra per giovani e vecchi economisti in cerca di successo e proposte raffinate; fornisce tranquillanti e sedativi ad un popolo che spera e spera e in parte emigra e fugge.
Se l’economia è stata più volte e anche di recente definita una scienza inutile forse le cause vanno ricercate anche nel Mezzogiorno dove teorie e tentativi salvifici si sono appalesati incostistenti ed hanno incontrato storici fallimenti. Tranne alcune eccezioni rappresentate da valenti professionisti, profondi conoscitori del Mezzogiorno, gli economisti hanno trovato difficoltà a misurarsi con i problemi del Sud, ingabbiati da schemi che non consentono di indagare sui processi di fondo, di effettuare “analisi lunghe” che contemplassero, ad esempio, il rapporto tortuoso tra Stato e società civile, tra Sud e la “dipendenza dagli altri”, politica ed economica. In queste materie complesse occorre infatti il supporto di altri saperi, l’antropologia, la sociologia, la storia. Ciononostante lo stato dell’arte teorica si aggiorna costantemente in relazione a fattori di contesto che mutano insieme alle prospettive endogene ed esogene del territorio. La palestra formativa degli economisti e dei ciarlatani è sempre affollata. Anni fa (2008) si aprì un dibattito intorno alla scienza economica alla quale si negava valenza scientifica e sociale dopo le crisi non previste e poi risolte solo in parte e furono sottolineate le responsabilità degli economisti verso i cittadini e le attese verso una “scienza” centrale nella vita sociale e nelle aspettative degli operatori, ma deludente nei risultati e soprattutto nel grado di concretezza.
“L’Italia è un paese di bassi salari, dove le tasse sono più alte che in qualsiasi altra parte del mondo. Le imposte, nel complesso, hanno raggiunto un livello insostenibile, e colpiscono più gravemente i poveri dei ricchi. Siamo il paese che ha il debito pubblico più alto in proporzione alle sue ricchezze. La giustizia è lenta, costosissima e senza sufficienti garanzie. L’istruzione elementare è insufficiente, quella superiore crea fabbriche di spostati. Abbiamo un primato vergognoso nella delinquenza comune”. Non è l’accorato, recente discorso di un nostro Presidente del Consiglio, né di un pregevole quanto raro analista economico e neppure di un sindacalista incalzante o di un noioso esponente dell’UE, è invece uno dei più famosi passi di un discorso di Giovanni Giolitti del 1899, cinque volte Presidente del Consiglio del Regno d’Italia, re del trasformismo centrista nell’epoca europea della “Belle Époque”, che risanò il bilancio statale, fenomeno di breve durata. Ciò a dimostrazione della cronicità di problemi che hanno radici storiche antiche e profonde, con alcune situazioni endemiche, che la società ha mantenuto ad un livello analogo nel tempo; criticità che sono di lunga durata con la crescita che non è mai diventata sviluppo sociale, con il territorio che spesso gira a vuoto senza risolvere i problemi in maniera compiuta e così favorendo la creazione di spirali, trappole, impacci.
Germi di pigrizia, rassegnazione e soprattutto di cinismo politico si rinvengono in una storia caratterizzata da subalternità da poteri stranieri compreso quello piemontese, e da lobbies e confraternite contemporanee.
Nella storia recente, e comunque dall’unità, la Puglia si è spesso arenata – definita come il territorio delle occasioni mancate – ha più volte esperito tentativi falliti di cambiare le cose; per apatie organizzative e decisionali, soprattutto di fronte a problemi complessi in cui sono decisive alcune qualità che sovente mancano (pur nella consapevolezza che la società non è uniforme e che per fortuna esistono eccellenti eccezioni): la cultura organizzativa, la visione interdisciplinare, adeguate skills manageriali soprattutto nel settore pubblico, un livello adeguato della cultura e del capitale umano e sociale.
Una regione la cui civilizzazione è stata spesso compressa e che si è affidata, e in parte continua a farlo, a meccanismi economico-sociali di regolazione (corporativismo, clientelismo, familismo) che tendono a generare effetti non virtuosi. Per indifferenza ed inerzia la Puglia – secondo autorevoli analisti – non è divenuta storicamente una regione in senso pienamente moderno; è dominata in larga parte da lobbies, consorterie, gruppi di potere visibili e non, soprattutto le mafie, che non favoriscono anzi frenano un necessario scatto di civiltà e democrazia e un salto nel futuro.

ALCUNE TERAPIE
Nel ripensamento organico delle strategie è comunque necessaria l’individuazione dei sentieri di crescita che deve tener conto della peculiarità dei luoghi e della società valorizzando forme innovative di produzione ed esprimendo le energie e le vocazioni locali nonché la potenzialità della piccola e media impresa in misura organica e sostenibile, favorendo l’allargamento della base produttiva. In Puglia tutto ciò che è enorme risulta avulso dal paesaggio e devastante per luoghi e territori, mai dimenticarsi dell’”acciaio” quando si progettano porti turistici, insediamenti alberghieri, nuove industrie. È difficile progettare e realizzare strutture fuori misura, è raro trovare competenze organizzative che consentano di affrontare progetti complessi.
Esiste una pluralità di leve prioritarie che possono favorire lo sviluppo: riduzione dei gap infrastrutturali; aumento dei livelli di produttività; miglioramento della qualità dell’azione pubblica, del funzionamento delle istituzioni e dell’erogazione dei servizi; stimolo al rispetto della legalità e al controllo del territorio per sradicare il “triangolo illegale”; miglioramento del mercato del lavoro con diminuzione di disequilibri e delle irregolarità; più equa distribuzione di ricchezza e opportunità; aumento degli investimenti in conoscenza, creazione di un quadro certo di garanzie e di una giustizia che funzioni in tempi ragionevoli.
La teoria e l’esperienza offrono molte altre ricette ma oggi in prima linea, con priorità di intervento, vanno posti l’aumento della produttività attraverso investimenti adeguati e la riduzione delle diseguaglianze con contrasto a tutte le forme di povertà – economica, educativa, culturale, digitale, esclusione sociale – favorendo una più equa distribuzione della ricchezza e dei saperi.
L’esistente trappola della produttività, legata a molti fattori e che si innesta in quella della precarietà e dei bassi salari, è un problema centrale. Il basso tasso di produttività si connette nella Regione a tutta la filiera che riguarda il capitale umano (istruzione, scuola, formazione continua, università, cultura di base). Se poi si orienta l’impiego di lavoratori in settori a scarso contenuto tecnologico (ad esempio il turismo) la produttività e i salari non possono aumentare.
Il settore manifatturiero in particolare va rinforzato insieme con tutta la struttura produttiva, occorre investire in ricerca e innovazione per evolvere nei settori a contenuto tecnologico con produttività del lavoro elevata, impiego del lavoro qualificato con creazione di nuovo lavoro. In sintesi occorre un innalzamento qualitativo del settore produttivo stimolando la sua modernizzazione, attraendo investimenti dall’estero, promuovendo l’integrazione delle catene del valore, innovando prodotti e processi, favorendo l’integrazione tra mondo della produzione, della logistica e della ricerca.
È altresì necessario reindirizzare le politiche pubbliche in un quadro che concepisca la giustizia fiscale e retributiva come una fonte primaria della prosperità a lungo termine. Le ricerche e gli indicatori orientano verso una relazione tra diseguaglianze, povertà, sottosviluppo e rischi sociali. In particolare le diseguaglianze deprimono l’inclusione sociale, la crescita della produttività collegata alle opportunità, frenano l’ottima allocazione delle risorse umane. C’è un trade-off tra equità distributiva e sviluppo economico. Diseguaglianze e povertà sono in sintesi un ostacolo allo sviluppo umano e alla crescita economica e le misure redistributive favoriscono il progresso socio-economico.

IL RUOLO DEI CITTADINI
Le recenti analisi, anche di organismi pubblici autorevoli, suggeriscono un mix di terapie coordinate che tengano conto delle precondizioni allo sviluppo, dei fattori di contesto, dei nuovi domini delle tecnologie digitali, delle variabili finanziarie e perequative. Ma lo sviluppo in definitiva dipenderà dai comportamenti e dalle scelte dei cittadini e delle classi dirigenti, dalle loro virtù etiche e dai saperi manageriali, chiamati a favorire i cambiamenti.
Il ruolo attivo dei cittadini e il loro protagonismo nella sfera pubblica sono elementi decisivi per il progresso della Regione e per la crescita della democrazia, la salvaguardia dei diritti, e per cambiamenti che si aspettano da decenni. Senza il loro convinto apporto le proposte e i suggerimenti tecnici rischiano di rimanere prediche inutili. Buona parte delle scelte ormai radicate nel territorio è l’eredità di forme di coesistenza adattive a modelli atavici. Per sua natura lo sviluppo locale è “botton up”, massimizza le risorse del territorio con un orientamento non basato esclusivamente sul mero concetto di crescita quantitativa ma che ha riguardo anche agli aspetti valoriali e immateriali (identità culturali, qualità della vita, capitale relazionale, scelte collettive).
La crescente disaffezione politica va rimpiazzata da una maggiore affezione civica altrimenti la scena sociale viene orientata e dominata da egemonie di stampo materialistico – a tutti i livelli – che non hanno tra le loro priorità la difesa di diritti, ceti indifesi, generazioni anziane, un’equa distribuzione della ricchezza, criteri morali ed etici, bisogni reali della società, così favorendo uno slittamento verso valori prevalentemente economicistici a scarsa valenza sociale. Animum debes mutare, non caelum.

SINTESI
Le nuove variabili di contesto richiedono un ripensamento del modello di sviluppo che focalizzi l’attenzione principalmente sul miglior utilizzo delle risorse disponibili (giovani, donne, capitale umano), sull’ampliamento della base industriale innalzando il livello di produttività, sulla più equa distribuzione dei redditi, sulla revisione dei profili “strategici” del turismo, sull’investimento in conoscenza, orientando gli orizzonti commerciali e produttivi verso l’area mediterranea giovandosi della favorevole posizione e proiezione geografica; ma soprattutto stimolando il coinvolgimento dei cittadini per favorire i cambiamenti e contrastare l’invasività del “triangolo illegale”. È necessario un grande balzo nel futuro ma vanno frenate e fermate tutte le forme di desertificazione, demografica, dei suoli, dei borghi, dei dialetti e della memoria, delle antiche identità e delle storie fondanti, delle tradizioni, della cultura per contrastare l’inaridimento del territorio e della sua magica storia; territorio dove il vecchio tende a scomparire ed il nuovo stenta a lievitare.
L’illusorio sogno della “California del Sud” deve superare ancora molti ostacoli, è una scommessa impegnativa oggi favorita dalle risorse destinate al PNRR, ma le variabili in gioco sono molte a cominciare dal fondamentale pieno utilizzo del capitale umano e sociale. Le ali di Puglia sono ancora fragili.
FRANCESCO LETTIERI
Scrittore, Economista.








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