Il centrodestra è compiaciuto.
Attaccato ai dati elettorali delle intenzioni di voto. La retorica è imponente, immobile e scultorea e corrisponde ai numeri che vengono ripetuti dai giornali e dalle televisioni.
Sono consensi che settimanalmente non calano.
Quella che una volta era la Casa delle Libertà procede a stento e con certezze troppo faticose, accompagnate dalla mancanza di una propria agenda.
La destra con facile semplificazione ripete i propri messaggi senza sfumature.
Con certezze, senza remore o dubbi.
Trova la strada comoda e spesso le questioni si riducono al proprio assetto interno.
Una federazione, un coordinamento, un partito oppure tre partiti. Un eterno predellino con tante idee diverse di Paese.
Prima Salvini, poi Meloni. E infine Berlusconi, quasi spettatore.
Nessuno si scandalizza se è in atto una lotta per la leadership. Una disputa che non mette in evidenza nessuna proposta seria, né progetti concreti di trasformazione della società.
È un mostrare i muscoli del comandante in campo. Gli applausi non mancano.
Non c’è un’idea nuova di Paese. La dialettica politica è assente.
Non c’è contraddittorio. Né sensibilità ad argomenti già sperimentati.
La lotta per il primato del leader appare poco piacevole. I punti di vista sono appena diversi. La disciplina sembra un valore, ma certi eccessi svalutano l’autorevolezza necessaria.
Meno tasse, più sicurezza sono sottolineate stancamente e ripetute all’infinito.
Quali le priorità? Non c’è dissenso e qualora ci fosse, rasenterebbe l’eresia. Solo ai tre leader è permesso litigare e dare libero sfogo, per dire tutto e il contrario di tutto con estrema disinvoltura.
Succede di cambiare idea da un giorno all’altro, ma l’assenso degli altri è certificato sempre.
D’altra parte la sinistra si avvolge su se stessa, quasi reinventandosi ogni giorno.
Troppe le sfumature con la perenne tendenza a spaccare il capello su ogni argomento.
È una virtù?
No. È l’eterno e non sopito desiderio di dividere l’atomo. In questa galassia non si vuol ancora riconoscere l’autorevolezza di Enrico Letta, nuovo segretario del maggior partito del centrosinistra.
Nessuno è propenso ad attribuirgli il ruolo di coordinamento. Ci sono in giro troppi galli ed ex funzionari di partito, che non vogliono mollare il proprio “particulare”, a cui sono aggrappati da decenni.
Vivono di rendita e parlano al singolare. Non hanno alle spalle un partito. Ma è sempre riservata una loro presenza nei dibattiti televisivi.
E pensare che, fino a qualche tempo fa, avevano l’ardire, a ogni piè sospinto, di sventolare l’alibi di Renzi.
Ignorando consapevolmente che un Partito Democratico è tale, perché al proprio interno ha la forza e la capacità di cambiare il proprio gruppo dirigente.
Adesso, il vento non spira a sinistra. Non voglio girarci intorno. Anche in Europa si respira un po’ di quest’aria.
Da noi la sinistra non è mai stata maggioritaria.
Nella Prima Repubblica le tendenze conservatrici erano tenute a bada. Invece, ora, si dispiegano con disinvoltura e con tutta le loro modeste capacità.
L’orchestra del centrodestra può intonare il pezzo e godere degli applausi. Questa avanzata può durare nel tempo senza mettere in discussione le gerarchie.
Ma siamo di fronte a un centrodestra ortodosso?
Non si può tacere dei singolari e antistorici “casi Durigon e Santucci”. Vorrebbero intitolare parchi e piazze a Mussolini e a Hitler. Cancellare la storia dell’Italia, uscita democraticamente dalle barbarie del fascismo.
Inammissibile. Come hanno subito affermato con decisione e fermezza sia l’ANPI, sia autorevoli costituzionalisti.
Il 98enne avvocato Carlo Smuraglia, presidente emerito dell’Associazione nazionale partigiani, riferendosi a Durigon, afferma: «Non bisogna consentire alcuna apertura al passato e a cattivi ritorni». «Se avesse dignità dovrebbe dimettersi. E Salvini dovrebbe prendere le distanze».
Più che una sorpresa, pare la conseguenza di una deriva iniziata già da tempo.
Tutto questo pare non faccia perdere voti. Anzi. Sembra in linea con un Paese diventato fiacco per eccesso di politica. Né la destra si pone tanti problemi.
In un Paese come il nostro, a lungo andare, una politica tanto ovvia ed estremamente ristretta, ha un avvenire e un futuro piuttosto datato ed effimero.
L’Italia per sua natura è un paese complesso e pluralista.
Antonio Losito
Direttore Monopoli Tre Rose