«Ignota destinazione».
Più volte Liliana Segre ripete queste due parole. Sente addosso ancora il peso tutto intero.
Sono trascorsi quasi 80 anni, ma sembra ieri.
Liliana Segre, il 30 gennaio del ’44, appena 13 anni, fu costretta a un altro passo, che cancellava la sua identità.
Le dissero soltanto «ignota destinazione».
Alla stazione Centrale di Milano c’è il Memoriale della Shoah.
Le immagini e le parole dell’epoca accanto a una grande scritta:

«Indifferenza».
I treni che trasportavano gli ebrei verso i campi di concentramento e di sterminio, con i nomi di chi non è più tornato indietro, accanto a quelli pochissimi di chi ce l’ha fatta.
Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, senatrice a vita, accoglie e accompagna Marta Cartabia, ministra della Giustizia nel governo Draghi. Piano, un passo alla volta. Una visita fino al binario della morte.
Poi, il lungo colloquio sulla giustizia con la sottolineatura del senso di oggi: i limiti, i lati oscuri, la storia, ma soprattutto le speranze.

Liliana Segre è nata a Milano nel 1930, è coetanea di Anna Frank, nata nel 1929, la giovane ebrea tedesca, diventata un simbolo della Shoah per il suo diario, il più famoso del mondo.
Lasciato in eredità alle generazioni future, fu scritto nel periodo in cui lei e la sua famiglia si nascondevano, per sfuggire ai nazisti. Poi la sua tragica morte nel campo di concentramento di Bergen-Belsen.
Liliana spiega e racconta, con voce dolce e inflessibile.
I ragazzi la stimano.
Sembra che lei abbia la stessa energia vitale. La senatrice preferisce il silenzio. Poi ricorda.
«Eravamo un’umanità disperata. Vitelli al macello. È l’indifferenza che ha permesso la violenza. È quel pregiudizio che sento ancora addosso. Tantissimo. Vedete i nomi? Famiglie intere, che spesso restavano in città per aiutare i nonni. Almeno l’ho vissuto da figlia. Perché da madre che non riesce a salvare i suoi bambini… io non ce l’avrei fatta».
Per il solo fatto di essere ebrei, i nazifascisti li rinchiusero a San Vittore:
La sola colpa di essere nati, è il titolo del libro che Segre ha scritto con Gherardo Colombo per Garzanti Editore.
«Quando ci portarono via dal carcere, gli altri detenuti si affacciarono ai ballatoi e si rivelarono straordinari. Loro non furono indifferenti. Non avete fatto niente di male, che Dio vi benedica, ci urlarono. Chi lanciava un’arancia, chi una mela, chi una sciarpa. Chi soltanto ebbe il coraggio di dirci che ci voleva bene».
Il resto della città abbassò le tende, preferì non vedere.
«E arrivammo qui al binario. Buttati a decine in carri bestiame come questi, una settimana di viaggio tra chi moriva, stava male, impazziva».
Liliana Segre guida la visita. Un ricordo dopo l’altro. Evita di entrare nel vagone della morte.
Il dolore è visibilmente grande. Le ferite sono immense. Da quel terribile giorno italiano del ’44, un abisso per il nostro Paese, non l’ha più fatto.

Dopo il percorso è difficile parlare.
Marta Cartabia dice: «Se c’è un posto dove ha senso provare, magari balbettando, a rimettere al centro la parola giustizia è proprio qui, nel luogo della massima ingiustizia».
«Il bisogno di giustizia è innanzitutto un bisogno di riconoscimento, di verità e di memoria, per non disperdere la coscienza e la conoscenza di quello che è successo».
E la ministra non può non parlare degli attacchi, che Liliana Segre subisce.
«Come si fa? Come è possibile? Mi viene in mente una frase che lei ricorda spesso, di Primo Levi: lo stupore per il male altrui. Servono le regole e gli strumenti di contrasto. Ma le leggi devono affondare le radici nella cultura e nell’educazione».
Segre e Cartabia sono concordi:
«Toccherà ai ragazzi».
La visita al Memoriale della Shoah si dovrebbe programmare a scuola. Se non in presenza, almeno in digitale. Restare in silenzio e farsi forza. Entrare nei vagoni con meta ignota e meditare.
E ricordare le parole di Primo Levi: «che questo è stato», per conoscere sempre la propria destinazione.
Antonio Losito







