Il messaggio tradizionale di fine anno. Pronunciato da Sergio Mattarella in piedi nel suo Studio di Presidente della Repubblica.
Prima di tutto ai giovani: «Siate esigenti e coraggiosi».
Subito dopo la lettera a Papa Leone XIV.
Alla destra di Sergio Mattarella, sul leggìo una copia della Costituzione Italiana. Alla sua sinistra il manifesto simbolo delle elezioni del 2 giugno del 1946: il volto radioso di donna. Una immagine dello Studio del Quirinale. Il capo dello Stato a reti unificate ha pronunciato il suo 11mo discorso di fine anno. «Un anno non facile, speriamo di incontrare un tempo migliore». Costruito intorno al pilastro delle celebrazioni per gli ottant’anni della Repubblica Italiana. Accorata, talvolta strenua, difesa della democrazia.
Un discorso familiare con accenti pacati. I concetti, che si susseguono, sembrano ispirare un allarme, anche se tutto il finale è basato sull’insegna della fiducia: «Nessun ostacolo è più forte della nostra democrazia».
Ha ricercato tutto quello che di buono abbiamo costruito dopo la catastrofe della Seconda Guerra mondiale.
Un appello alle istituzioni e ai cittadini. Tutti devono fare la propria parte per il bene della collettività.
«La nostra aspettativa è rivolta alla pace». Condanna senza mezzi termini i leader come Putin, che invadono uno stato sovrano e non accettano di mettere da parte le armi: «Diventa sempre più incomprensibile e ripugnante il rifiuto di chi la nega (la pace, ndr) perché si sente più forte».
Con visibile sofferenza ha richiamato alla memoria le case distrutte dai russi e dai loro bombardamenti in Ucraina e «la devastazione di Gaza, dove neonati al freddo muoiono assiderati».
Mattarella si rivolge a ciascuno di noi. A ogni italiano. Usa l’espressione di Papa Leone XIV: «disarmare le parole». Pacificare gli animi e «respingere l’odio». Ridurre a zero anche l’intenzione di violenza, che inquina le nostre giornate. «La pace in realtà è un modo di pensare» e il voler vivere il quotidiano, senza pretendere di imporre agli altri «la propria volontà, i propri interessi, il proprio dominio». Vale per tutti. Per il popolo italiano, per le istituzioni e chi le rappresenta. Vale a livello universale.
Non chiama in causa i politici, ma parla a tutti, per ridurre quella parte di contesa politica. In Parlamento, sui social e in tv, «ogni circostanza diviene pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche, di cui non conta il fondamento ma soltanto la forza polemica».
Mattarella ricorda che l’affermazione della libertà e la costruzione della pace sono «nell’atto fondativo della nostra Repubblica». Il presidente sfoglia «l’album immaginario» degli ottant’anni che abbiamo alle spalle e sceglie il simbolo delle donne chiamate per la prima volta a votare nel 1946. Il loro volto e i loro gesti furono determinanti a imprimere alla storia d’Italia «il segno dell’unità di popolo». Per la Repubblica «uno spartiacque nella nostra storia» e un carattere democratico e indelebile, «avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità».
Non è nostalgia, ma energia vitale, che il Presidente vuole trasmettere. Quegli anni furono l’inizio di un futuro e di una rinascita. Speranza e fiducia. I padri costituenti al mattino si contrapponevano nelle Aule parlamentari, ma al pomeriggio «insieme componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale», che ha «ispirato e guidato il Paese per tutti questi decenni». È difficile per i partiti italiani ritrovare quello spirito al di sopra delle parti? Sui grandi temi la collaborazione è d’obbligo. Il suo è un auspicio.
Allora «una grande stagione di riforme» cambiò l’Italia. La Riforma agraria e il Piano casa e «richiama le difficoltà delle giovani coppie a trovare casa oggi nelle nostre città». L’Europa e il Piano Marshall «pilastri della ricostruzione». Gli anni del miracolo economico. Lo Statuto dei lavoratori. L’istituzione del Servizio sanitario nazionale. Il sistema previdenziale esteso a tutti. Un edificio comune che va restaurato, mai smantellato. L’arte, la cultura, la musica, il cinema, la letteratura, la Rai-servizio pubblico «a garanzia del pluralismo». Elementi per la crescita dell’identità nazionale, insieme allo sport, nell’anno delle Olimpiadi di Cortina e di Milano.
Ha vinto l’Italia dopo i drammi delle stragi e del terrorismo. «La notte della Repubblica». Le istituzioni, «grazie all’unità delle forze politiche e sociali», sono state «più forti del terrore».
Un «film della memoria», per ricordare a tutti noi il valore di quello che abbiamo costruito grazie anche a eroi come Falcone e Borsellino. L’Italia è adesso «un attore di grande rilievo sulla scena internazionale». Tutti gli italiani ne siano orgogliosi. Sono apprezzati nel mondo sia il nostro stile di vita, sia la bellezza dei luoghi e le città d’arte. La cultura del cibo e del vino, diventati «patrimonio internazionale».
Tutto questo non va disperso. È prezioso. «La nostra vera forza, la coesione sociale nella libertà e democrazia, ci ha consentito di fare dell’Italia il grande Paese che è oggi». «L’Italia della Repubblica è una storia di successo nel mondo». «La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi». Bisogna lottare e chi ha responsabilità di governo deve contrastare tutto quello che mina la coesione sociale, come la povertà, la corruzione, le diseguaglianze, le ingiustizie, i reati ambientali e l’infedeltà fiscale.
La conclusione è dedicata ai più giovani. Mattarella li sollecita a non rassegnarsi. Essere «esigenti e coraggiosi». Scegliere il proprio futuro: «Sentitevi responsabili come la generazione che ottanta anni fa costruì l’Italia moderna». «Auguri!»
Antonio Losito







