
“La mia patria è una pietra
d’inciampo
un lampo
che rompe il confine”
82 poesie, 13 capitoli, dagli ultimi ai primi della sua esistenza, dal filo rosso 1983-1985, alle Patrie Hebron, Sarajevo, con dedica “ai miei amori Ed e Tobia”.
Così si svolge il filo del libro “Patrie Poesie” di Nichi Vendola, presentato in una serata d’estate, del 23 luglio 2021, tra le luci del tramonto e la notte di luna piena, nel prato verde di Saint Patrick Park di contrada Carrassa in Monopoli.
Nichi Vendola, sotto il simbolo di SEL, Sinistra e Libertà, è stato presidente della Regione Puglia di una stagione politica durata 10 anni dal 2005 al 2015.Oggi, dopo una pausa di sei anni dedicata alla sua vita privata e alla scrittura, torna in campo per riscattare la sua immagine colpita da un giudizio di condanna, non definitivo, per i fatti dell’Italsider di Taranto.
A dialogare con Nichi Mariangela Mastronardi, ad ascoltarlo tanti amici, suoi estimatori, nostalgici del tempo e del pensiero di don Tonino Bello, prete controcorrente, di cui Nichi era amico e seguace, ricordato con un messaggio vocale del fratello Trifone.
La serata inizia con la lettura della poesia dedicata a Benedetto Petrone, Benny, giovane di 18 anni della Bari vecchia, invalido, esponente del movimento studentesco di sinistra, malvagiamente ucciso da una squadraccia fascista in Piazza Prefettura il 28 novembre 1977. Nichi aveva 19 anni ed era suo amico.

A Benedetto Petrone
L’innocenza
La cosa davvero singolare, Benedetto
è vederti stampato
in quel quadrangolare
il tuo assassinio targato
che timbra come un marchio regolare
l’austera prefettura
qui innanzi ruzzolò la tua scrittura
un sogno puro senza partitura
cantavi il borgo antico e il mondo nuovo
La lama che si affanna alle tue spalle
un colpo all’innocenza un colpo duro
a valle dei tuoi vicoli al limite del muro
la morte non contempla le sue stelle
è un vetro
non ha metro
non conosce dolori
non ha giudizio
piuttosto questo è il vizio
della vita ma anche il suo talento
tutto il resto è lamento
la cosa davvero singolare, Benedetto
è non sapere più la differenza
che dice dove vive L’innocenza
tra stare nelle cose o con l’elmetto
sempre a distanza
tra il custodire il senso delle rose
e il perdersi nel gorgo maledetto
Cantavi il borgo antico e il mondo nuovo
oggi cinguettano sul sogno tuo negletto
strani rapaci che non fanno uovo
in alto planano senza più memoria
posseggono il presente del volere
son solo carne cruda al potere
non amano sudare con la storia
non sanno la tua vita non sanno la tua morte
hanno parole corte
hanno parole corte
Seguono altre letture, amare riflessioni, nuove speranze.
All’inizio della serata, conversando con me e Giovanni Lacitignola, Nichi ci racconta dei legami con Monopoli. Risalgono agli anni ’60, quando la sua famiglia era stata ospite per diversi mesi della famiglia del custode del Faro, che abitava in un vecchio interrato presso il Molo Margherita. “ Da ragazzino gironzolavo tra i vicoli del paese vecchio, le mura del castello e le banchine del porto”.
Nichi Vendola (Bari, 1958) è stato Presidente della Regione Puglia e parlamentare della Repubblica. All’attività politica affianca quella di scrittore e poeta: tra le sue opere ricordiamo Ultimo mare (Manni, 2011) e Vestire gli ignudi, seppellire i morti (Marcianum Press, 2016). L’ultimo libro “Patrie, Poesie” è edito da Il Saggiatore 2021.
RECENSIONE DI COPERTINA
Siamo nella magia del Salento, su uno scoglio pronti al tuffo, insieme a un bambino: nostro figlio. Poi siamo a Mosca, nella Piazza Rossa tutta coperta di neve. Siamo esuli a Los Angeles, oppure corriamo per le strade di Genova in fuga dai lacrimogeni. Vediamo Sarajevo e Baghdad martoriate dalla guerra, fremiamo nella sala d’attesa di un reparto maternità. Queste poesie di Nichi Vendola vibrano delle sue mille battaglie e formano una costellazione di infinite Patrie, linguistiche, emotive, culturali. Parole controcorrente rispetto al tempo che viviamo, parole che ospitano umanità, festeggiano il dono della diversità, invocano un patriottismo senza nazione o razza o genere; parole come cantieri, conflitti, gravidanze.
La varietà di temi e ambientazioni si riflette in quella delle forme, dall’icasticità dell’ideogramma alla musicalità delle ballate e delle filastrocche. Sospesi tra passione e ideologia, questi versi sono pellicole cinematografiche, corpi vivi sulla scena, materia palpitante di desideri e allegrie e ansie e dolori. È una poesia, quella di Patrie, che non dice le cose: è le cose. Cose antiche, attuali o ancora da venire che, attraverso lo sguardo del poeta, giungono a vivere davanti a noi, sotto i nostri occhi.
RECENSIONE SU RIVISTA ORTICALAB
Ha scelto un titolo coraggioso, Nichi Vendola, per la sua raccolta di poesie edita da Il Saggiatore: Patrie .
Plurale di patria, parola come è noto distante dal vocabolario storico della sinistra, di una cultura e di una storia politica nata nell’orizzonte dell’internazionalismo.
La patria di Vendola “non è fede amara di elmi di lame di sangue”, ma “mito che langue”, è “un lampo che rompe il confine”, ad indicare l’avversione per i recinti di ogni natura, quelli che intrappolano gli esseri umani, le loro idee, la loro libertà.
Le “patrie” raccontate sono molteplici: da Hebron, in Palestina, città che “alita di mattanza”, a Sarajevo, dove fissa l’immagine del “secolo che muore come è nato”, in un luogo teatro di violenza e di guerra.
Così come patria è la sua Puglia, è la “schiuma e la brezza del Salento”, è la città di Bari.
Ma quelle radici meridiane piantate nell’Italia del Sud rendono ancora più potente la connessione con l’umanità dolente, con l’immagine straziante “del dorso di un bambino con la maglietta rossa”, “Il nostro figlio globale riverso sulla riva santa risorto e iconizzato”, con chiunque una patria la cerchi, per vivere, per salvarsi, per avere un rifugio.
Un inno contro i fili spinati, i nazionalismi, contro i miti ancestrali fondati sul sangue e sulla terra.
E c’è il racconto anche del frammento più intimo, nella antica consapevolezza di quanto politico ci possa essere nel “personale”, nella narrazione delle proprie vite e dei propri sentimenti.
Così, all’interno del libro, appare un nucleo di poesie dal titolo “Comizio d’amore”, con un evidente riferimento pasoliniano, a quei “Comizi d’amore” di Pier Paolo Pasolini che furono uno straordinario viaggio-documentario nella cultura popolare italiana, anche nei suoi aspetti meno confessabili e più scomodi, realizzato nel 1965. Prima che la rivoluzione del ’68 desse quello scossone poderoso e irreversibile destinato a segnare il corso della storia.
Qui c’è una dedica lirica e potente, dal titolo eloquente: “pasoliniana”, con il racconto di quelle “notti di tormenta” di quel mese di novembre, che definisce “uno sciamano che guada le pozzanghere del cuore e cova il tuono e il lampo dei nostri anni settanta”.
E poi i canti dedicati al figlio per il quale compone una mappa immaginaria dei luoghi e delle spiagge del Golfo di Gaeta.
E ancora le poesie legate ai giorni di Genova in “Lamento in morte di Carlo Giuliani”, con la “Filastrocca del Diaz” nella quale sembra quasi manifestarsi un grido disperato: “Lasciate questa stanza, lasciate i ragazzini, lasciate quei capelli, lasciate gli orecchini, lasciate gli occhi belli”.
C’è naturalmente tanto altro, in un’opera che ha chiaramente una forte impronta politica, ma come lo stesso autore ha voluto ribadire, è scevra dal linguaggio e dalla ricerca della propaganda.
Non è sicuramente usuale per un uomo politico cimentarsi con la poesia, con la difficoltà e le asprezze di quel registro letterario. Senza voler tornare alla figura straordinaria di Rocco Scotellaro, per cui però forse si può dire che la sua identità di scrittore e di poeta lo caratterizzò ancor prima di quella di dirigente e militante politico, il pensiero va ad un grande dirigente comunista come Pietro Ingrao, autore di diverse raccolte di poesie, che da giovanissimo ebbe addirittura attestazioni di stima da parte di Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale.
Nichi Vendola si iscrive sicuramente in quel nucleo, ristrettissimo, di politici ed intellettuali capaci di dare orizzonte lirico alle parole della politica, alla lotta politica.
“Patrie” è una raccolta piena di parole preziose, “controcorrente”, come vengono definite.
E mi torna alla mente il richiamo al valore della “Parola contraria” che un grande scrittore come Erri De Luca ha evocato negli scorsi anni.
La “Patria” di Nichi Vendola è, in fondo, una “Parola contraria”. Contraria al separatismo, ai suprematismi, alla logica del “primato” di un gruppo etnico, religioso, nazionale. Una parola contraria al razzismo.
Ed è però anche una parola che apre un orizzonte, declinata al plurale.
L’orizzonte della fratellanza, dell’uguaglianza, e della libertà.
Narrato con la potenza di versi che hanno il dono della sincerità, del racconto di quel che si è vissuto, di quel per cui si è lottato. ( Roberto Montefusco).

Stefano Carbonara
Storico, scrittore
Editore
Rivista online
Monopoli tre rose
GALLERIA





































