IL TEMPO DI BERLUSCONI E LA DEVASTAZIONE MORALE DELL’ITALIA
Possibile che la guerra alla mafia sia finita così male, con la mafia al potere?
Possibile che il “popolo dei geni” continui a credere alle atroci menzogne di un Berlusconi e della sua corte dei miracoli?
Verrebbe da concludere che siamo un popolo di imbecilli e di malfattori, altro che geni.
Al fondo c’è un micidiale, radicale cinismo che domina tutto, un’assuefazione al malaffare che diventa ambiente e costringe le persone civili ed oneste ad una ammutolita paralisi.
Solo la verità può rendere liberi quanti oggi non vogliono essere servi, ma finiscono per esserlo inconsapevolmente, col torpore rassegnato che li paralizza.
Una condizione che oltre al nostro machiavellico cinismo, significa qualcosa di peggiore, un diffuso autodisprezzo.
Ci siamo ridotti in questo stato miserabile, che significa mancanza di senso dello Stato, che deriva dalla mancanza di uno Stato.
La superficialità della cultura popolare e la grave debolezza della borghesia intellettuale ed economica spiegano il carattere volubile dell’opinione pubblica e la facilità con cui viene sistematicamente ingannata per mezzo del micidiale potere persuasivo del monopolio televisivo.
Mafia vuol dire appalti, licenze edilizie, aree fabbricabili, sistemi di irrigazione, controllo dei mercati ortofrutticoli e dell’acqua, commercio di droga e grande mangiatoia della sanità pubblica.
La cultura delle regole, il senso della legalità, l’amore per la trasparenza sono da sempre minoritari in Italia.
Da noi non si è mai affermata una cultura liberale e democratica di massa: i liberali socialisti come i liberali conservatori sono stati sempre quattro gatti, guardati con un misto di sospetto e di curiosità dai ceti dominanti.
Il che spiega perché l’autoritarismo, come la cultura mafiosa, hanno sempre trovato terreno fertile.
E spiega anche perché il regime berlusconiano, terribile sintesi della cultura autoritaria e di quella mafiosa, ha incontrato resistenze così scarse.
La politica combatte Cosa Nostra quando alza troppo la testa, quando pretende di comandare anziché collaborare, poi torna al tavolo della trattativa per stabilire nuovi patti e nuovi equilibri.
L’uomo politico che chiede favori alla mafia non può poi agire autonomamente e tanto meno prendere misure contro la mafia, credendosi forte del suo potere politico. Se lo fa, viene punito.
Mattarella Bernardo, ministro della Prima Repubblica, aveva due figli che vollero cambiare linee di condotta. Uno, Piersanti, divenne presidente della Regione siciliana e decise di ostacolare la distribuzione degli appalti alla mafia. Fu assassinato nel 1980 a 45 anni.
( L’altro, Sergio, è stato l’ultimo presidente della Repubblica ).
Chi è visto come ostacolo all’eterna trattativa fra politici e mafiosi viene isolato come un fastidioso ingombro e tolto di mezzo. Col tritolo o con le campagne di delegittimazione.
Mutando quel che va mutato, questo vale per chi entra in rapporti di dare e avere con Berlusconi.
Fino ad Andreotti lo Stato conviveva con la mafia. Con i Berlusconi e i Dell’Utri è peggio: dalla convivenza siamo passati all’alleanza.
Il lungo incubo di Berlusconi al governo, accompagnato da una opposizione debole se non addirittura complice ha creato ulteriore assuefazione. E ha fiaccato le speranze e gli entusiasmi che sarebbero necessari per riprendere la lotta.
L’antimafia è affidata ai “pochi pazzi malinconici” di cui parlava Salvemini.
Dinanzi a questo quadro dell’Italia la tentazione sarebbe quella dell’angoscia e della disperazione.
La prima è sacrosanta, e anche salutare.
La seconda no, guai a disperare: a mente fredda sarebbe un errore.
Scriveva Calamandrei nel suo diario del 1939: la tragedia dell’Italia è proprio questa generale putrefazione morale, questa indifferenza, questa vigliaccheria”.
Ma poi venne la Resistenza: non tutti furono eroi, molti furono eroi per caso o per necessità. Ma il nucleo forte trascinò tanti, contribuì a liberarci dal nazifascismo.
E, con uno di quei miracoli che a volte fanno le minoranze agguerrite, ci regalò la Costituzione, che è stata presa a colpi di piccone dalla banda di Berlusconi.
In alcune fasi storiche della nostra Italia, quella di Chinnici, Caponnetto, Falcone, Borsellino e poi quella di Caselli e dei suoi uomini, le minoranze che si sentono Stato e Patria hanno trascinato la maggioranza verso esiti straordinari di rinascita morale, seguiti da fasi di smantellamento.
Intanto per preparare la battaglia bisogna conoscere.
La mafia, come ogni forma di illegalità, campa e ingrassa sull’ignoranza.
E nel regime di Berlusconi l’ignoranza viene diffusa a reti unificate, facendo leva sui nostri due peggiori vizi nazionali, i sottoprodotti della nostra scarsissima autostima che spesso copriamo col patriottismo ipocrita: la cupidigia di servilismo e la cupidigia di abiezione.
- Testo tratto dall’introduzione al libro “Intoccabili” di S. Lodato e M. Travaglio,2005 Biblioteca Universale Rizzoli.

Paolo Sylos Labini (1920-2005) ha origini pugliesi.
Il padre Michele di Bitonto, segretario di prefettura al tempo di Giolitti, è costretto a lasciare la carriera perché antifascista. La nonna paterna è di Gioia del Colle.
Si laurea in Giurisprudenza a Roma, perfeziona gli studi in Economia ad Harvard.
Tra i suoi amici negli anni Franco Modigliani, Giustino Fortunato, Ernesto Rossi, Gaetano Salvemini, Carlo e Nello Rosselli, Pasquale Saraceno e Beniamino Andreatta.
Professore di Economia Politica alla Sapienza di Roma. Collaboratore dei giornali Il Ponte di Calamandrei e il Mondo di Pannunzio, con articoli ed inchieste sul Mezzogiorno. Autore di numerosi libri e saggi di Economia, diffusi in tutto il mondo. Membro del Consiglio Tecnico del Ministero del Bilancio per la programmazione economica con Ugo La Malfa e Aldo Moro.
Presidente del Comitato per l’istituzione dell’Università della Calabria.
Nel 1974 si dimette al Ministero del Bilancio quando il ministro Giulio Andreotti, nomina sottosegretario Salvo Lima, noto esponente mafioso siciliano.
Nei primi anni ‘2000 con Norberto Bobbio e altri si distingue per le battaglie contro il governo Berlusconi.







