Il Movimento 5 stelle, la sua crisi e i tentativi per il rilancio.

Il gruppo parlamentare più numeroso, i pentastellati, all’inizio della legislatura nel 2018, erano 338.
Adesso dispongono complessivamente di 236 grandi elettori. Una forza politica ridotta e dispersa in tanti rivoli.
Ingiustificatamente. Per fortuna non del tutto esaurita. Nel 2013, per la prima volta approdati in parlamento, riuscirono subito a conquistare un ruolo centrale nelle elezioni presidenziali. Fecero un sondaggio tra gli iscritti e venne fuori una sintonia con la sinistra.
Da quest’area, infatti, provenivano tutti i dieci candidati intorno ai quali si riversarono le loro preferenze. A partire da posizioni radicali come Gino Strada e Dario Fo, fino a candidati più istituzionali come Romano Prodi.
Misero in tal modo in evidenza una consumata malizia parlamentare degna della prima repubblica.
L’indicazione finale per Stefano Rodotà fu solo un voler acuire il dibattito tormentato all’interno del partito democratico, naufragato e avvitato nella dolorosa scelta tra Romano Prodi e Franco Marini.
In quella circostanza il Movimento 5 Stelle conquistò una notevole centralità nel parlamento.
Adesso rappresenta il centro di un dibattito nascosto e silenzioso.
Giuseppe Conte, il capo politico, parla e disdice subito dopo.
Per fortuna il Pd è sempre giunto in soccorso, per evitargli passi falsi e compromettenti.
Nessuno è in grado di fare proposte e tutto il movimento naviga “a vista”, quasi avesse perso la bussola.
È la chiara impressione di assoluta mancanza di iniziative.
Se vogliamo fare un salto ancora più lungo, dobbiamo riconoscere che tutto è precipitato già al momento della formazione del primo governo Conte, quello gialloverde. Di fronte al rifiuto del Presidente della Repubblica di nominare Paolo Savona Ministro dell’Economia, il tandem, allora molto affiatato, Di Maio-Di Battista gridò allo scandalo e invocò l’impeachmant.
Sergio Mattarella, per fortuna e saggiamente, stese un velo pietoso e li perdonò. Il feeling come classe dirigente si era rotto e in seguito mai riallacciato, sia per l’intesa con la Lega anti-euro, sia per ulteriori deviazioni antisistema, come l’assurdo incontro con i Gilet Gialli.
Né il carisma di Conte, accompagnato da quel consenso popolare, è servito a riposizionare il M5S e a rimetterlo al centro di un sistema di relazioni di primo piano.
Manca ai capi politici uno spessore significativo.
Chi merita la sufficienza? Pochissimi tra le centinaia gli eletti. Di Maio attualmente sta dimostrando una crescita e una conquistata statura di avanguardia. Può stare al tavolo del governo. Ha le carte in regola. Allo stesso tempo il Movimento è marginale e senza voce.
Le truppe, in stragrande maggioranza “peones”, sono incerte e divise. Tali da adombrare e favorire la possibilità di esiti imprevisti. Per non parlare, infine, né della Casaleggio Associati, né della tegola giudiziaria, che ha decapitato l’altro giorno i vertici. Capitoli avvolti dalle nebbie della disfatta.







