
Per il sacerdote, fondatore di “Libera”, «il dolore e il risentimento dei familiari è assolutamente comprensibile. Ma con la liberazione dell’ex boss mafioso si dimostra una giustizia che non è vendetta e che contempla la rieducazione del condannato».
Don Luigi Ciotti, 76 anni, è un protagonista sin da quando ha indicato la costruzione in Italia di un’alternativa alla mafia.
Nel 1965, ha fondato a Torino il “Gruppo Abele”, per dare accoglienza ai giovani alle prese con la tossicodipendenza. Con un preciso obiettivo: includere la giustizia sociale ad ogni livello della vita e perseguire una dimensione educativa, che mette insieme cultura e accoglienza. Allo stesso tempo è una proposta politica, che unisce cammini diversi.
Sulla stessa strada il card. Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino.

Nel febbraio del 1993, ha dato vita a “Narcomafie”, un mensile che analizza e documenta il fenomeno della mafia e del narcotraffico.
Nel 1995, su ispirazione di Luciano Violante e di Saveria Antiochia, ha creato “Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie”. Per sollecitare la società civile a lottare contro la criminalità organizzata e favorire la creazione di una comunità alternativa a tutte le mafie.
Il 21 marzo 2014 Papa Francesco ha celebrato messa con lui, in occasione della “Giornata in memoria delle vittime innocenti delle mafie”.
Don Luigi Ciotti affida a Famiglia cristiana, settimanale molto diffuso, le sue dettagliate riflessioni sulla confusione generale causata dalla liberazione di Giovanni Brusca, il feroce assassino di “Cosa Nostra”, poi collaboratore di giustizia:
«Bisogna pensare innanzitutto al disorientamento e, in certi casi, al risentimento dei famigliari delle vittime. Il loro stato d’ animo è comprensibile e legittimo. La maggior parte di loro attende ancora verità e giustizia. Nei loro riguardi occorre dunque una maggior attenzione anche in termini di diritti. Riguardo invece la liberazione di Brusca, credo che si debba tenere presenti alcuni elementi».
«Primo. Dalla scelta di collaborare di Brusca lo Stato ha tratto innegabili vantaggi, come è stato riconosciuto da figure importanti della stessa magistratura. La sua confessione ha infatti permesso una grande quantità di arresti e un netto indebolimento della Cosa Nostra stragista dei “Corleonesi”».
«Secondo. Decidendo di collaborare, Brusca sapeva bene a cosa andava incontro, conoscendo dall’interno l’organizzazione criminale di cui svelava i segreti. Andava incontro a una condanna a morte perché la mafia non perdona chi tradisce, a maggior ragione se il “traditore” è stato una figura non secondaria dell’organizzazione».
«Terzo. La legislazione sui “pentiti” e “collaboratori di giustizia” è stata voluta fortemente da Giovanni Falcone. Certo si è trattato di un’extrema ratio, ma si è rivelata efficace con la mafia così come era stata efficace con il terrorismo politico. La giurisprudenza deve misurarsi a volte con vicende storiche che richiedono nuovi parametri perché ci pongono di fronte a mali che non possono essere combattuti con strumenti ordinari».
«Quarto elemento. Concordo con il Procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho quando dice che l’uscita dal carcere di Brusca non è una sconfitta ma una vittoria dello Stato. Lo Stato deve dimostrare una levatura morale superiore a quella dei suoi avversari o attentatori, e questa superiorità si dimostra anche attraverso una giustizia che non sia vendetta, che garantisca da una parte una giusta pena, dall’ altra uno spiraglio di speranza per chi sconta la pena e dimostra nei fatti di essere cambiato, di stare dalla parte della giustizia. Del resto si tratta di un principio sancito dall’ articolo 27 della Costituzione laddove si parla di pene che devono tendere alla “rieducazione” del condannato».
È questa la base culturale, che risale esattamente al 1764, quando Cesare Beccaria scrisse “Dei delitti e delle pene”. Un testo precursore, fondamentale e unanimemente considerato la fonte del diritto e della giurisprudenza moderna e contemporanea.
«Quinto elemento, tratto dalla mia personale esperienza. Bisogna credere nel cambiamento delle persone, nella capacità di riscattarsi dal male, il male subito ma anche il male compiuto. In 56 anni d’impegno sociale ho visto percorsi di cambiamento e di conversione. Nessuno è irrecuperabile. Certo bisogna richiamare alle responsabilità e stimolare crisi di coscienza, delineando al contempo le opportunità offerte da un cambiamento radicale di vita non solo in termini di vantaggi materiali ma di libertà interiore, possibilità di vivere una vita più libera perché più giusta e più vera. Certo non è facile, e proprio nel mondo delle mafie le conversioni si contano sulle dita di una mano. Ma credo che si debba tentare. Mi auguro che Brusca si sia incamminato in questa strada di ricerca di verità, non solo sui delitti di Cosa Nostra, ma sul suo esserne stato complice ed esecutore».
Le parole di don Ciotti ci indicano un cambiamento positivo, perché in molti contesti la sensibilità di ognuno di noi tende a diventare consapevolezza, che piano piano si trasforma e diventa impegno quotidiano.
Pare proprio il magistero della Chiesa e di Papa Francesco.
Antonio Losito
Direttore Monopoli Tre Rose






