Alcide De Gasperi morì nel lontano 1954.
La figlia Maria Romana (1923-2022) ha sempre conservato in sé la voglia e il dovere di narrare molti dettagli della vita di suo padre, sicuramente tra i più grandi uomini politici italiani del secolo da poco più di vent’anni tramontato.
Non solo per onorare la sua memoria, ma per descrivere meglio degli storici qualsiasi avvenimento, compresi quei momenti particolarissimi della sua vita privata e familiare. Ha preso in considerazione documenti, lettere e ricordi personali, per ricostruire il suo percorso umano.
«Era un uomo dotato di una straordinaria dirittura morale e infatti nessun avversario politico ha mai trovato qualche macchia sulla sua vita tale da poterlo compromettere o colpire sul piano personale. Ed era anche un intellettuale che quando finì in carcere scriveva lettere in latino».
«Ai tempi del fascismo al mattino lavorava in Vaticano come bibliotecario, nel pomeriggio traduceva testi in tedesco dettando le frasi ad alta voce a nostra mamma, che le batteva a macchina. Noi bambine dovevamo stare in silenzio per non disturbarli. Quando era presidente del Consiglio la sera si rilassava leggendo le egloghe di Virgilio in latino e l’Anabasi di Senofonte in greco».
Maria Romana, una delle quattro figlie di De Gasperi, che nel 1922 aveva sposato Francesca Romani, era molto legata al padre.
«Quando ero bambina essere sua figlia non significava niente di particolare, perché lui non ci aveva raccontato niente della sua vita precedente, la politica, la lotta antifascista, il carcere e tutto il resto».

Qualche anno più tardi la vita di ogni giorno segnò dei cambiamenti.
«Cominciò a chiedermi di portare pacchi di lettere a un vicino che abitava al piano di sotto. Poi qualche giorno dopo mi chiese di andarli a riprendere. In seguito capii che ciò avveniva quando c’era qualche manifestazione fascista o visite di ospiti stranieri che il Duce riceveva in città, e si temevano arresti e perquisizioni. Quelle carte contenevano la sua storia, a partire da quella vissuta durante il periodo austro-ungarico e dovevano quindi essere messe al sicuro».
Iniziò a lavorare con lui poco tempo prima della fine della guerra.
«Lo seguii già a Salerno, dove dal febbraio 1944 si insediò il governo provvisorio dell’Italia che stava uscendo definitivamente dall’era fascista. Ero l’unica donna e avendo studiando dattilografia mi fecero redigere testi e documenti. Quello era un governo molto povero, che all’epoca rifletteva la situazione del nostro Paese. Quando eravamo a tavola, nella villa che aveva accolto tutti i ministri e i collaboratori, anche il cibo era scarso. Si respirava un clima di povertà ma anche di profonda dignità. L’Italia era una nazione allo stremo, che aveva partecipato alla guerra dalla parte sbagliata e doveva ricominciare da zero facendo un lavoro enorme al fianco degli Alleati. Si percepiva un pressante bisogno di tornare a essere ascoltati nello scacchiere internazionale. Ci riuscimmo a poco a poco, con grandi sacrifici e tanto lavoro».
Sulla scrivania una foto del padre con una dedica particolare: «alla mia cara segretaria e compagna d’America». Riferimento chiaramente legato a quel viaggio storico, che fecero insieme nel 1947, quando lui era Presidente del Consiglio.
«Un vecchio quadrimotore ci portò per la prima volta negli Stati Uniti. Non fu una visita ufficiale perché non avevamo ricevuto alcun invito da Washington ma mio padre cercò in tutti i modi di avvicinare il governo statunitense perché all’epoca il nostro Paese versava in una situazione molto difficile. Dovevamo riconquistare credibilità Oltreoceano ma soprattutto ottenere aiuti economici per la ricostruzione».
Momento decisivo.
«L’Italia era letteralmente alla fame ma la richiesta inoltrata dalla nostra ambasciata per un aiuto concreto continuava a non ricevere risposta. La penultima sera mio padre mi confidò che ormai aveva perso quasi ogni speranza, invece proprio l’ultimo giorno si vide consegnare un assegno da cento milioni di dollari che ci consentì di tornare in patria con gli aiuti necessari per la ripresa economica. Anche i comunisti, inizialmente scettici, alla fine dovettero ricredersi».
Dieci anni esatti dalla morte di suo padre, nel 1964, Maria Romana pubblicò:
De Gasperi. Uomo solo.
Una definizione appropriata.
«Non significava che fosse un uomo votato alla solitudine. Al contrario, viveva molto volentieri in mezzo alla gente. Ma si ritrovò solo in molti periodi della sua vita, quando dovette prendere decisioni assai difficili. Durante il periodo fascista, ad esempio, non poté parlare quasi con nessuno al di là di pochissimi amici. Lo stesso avvenne in seguito, quando parlava al popolo dicendo sempre ciò che pensava. La sua fu innanzitutto una solitudine di natura politica, poiché la ‘sua’ politica era basata sulla serietà, sui principi e sulla convinzione di essere sulla strada giusta».
Lei si stupiva per la profondità dei suoi pensieri, per la fede nei valori del cristianesimo e per la sua integrità morale e il senso dello Stato. Nel 1952, in occasione delle elezioni amministrative a Roma, rifiutò con decisione l’invito di Pio XII alla formazione di un accordo politico con monarchici ed ex fascisti.
«Più leggo le cose che mio padre ha fatto e scritto fin da giovane e più mi convinco che sia stato spinto da una spiritualità e da una religiosità enorme. Il suo unico desiderio era quello di portare le idee cristiane nella politica. La ricerca di Dio e l’anelito verso il trascendente, ma anche l’assunzione di responsabilità verso il Paese e la faticosa esperienza di governo. Questi elementi fecero parte di un’unica cornice umana».
In un cassetto della scrivania sono custoditi gelosamente foglietti con appunti lasciati da suo padre.
«Sono frasi, citazioni e preghiere che scrisse di getto in italiano e in latino su carta intestata della Presidenza del Consiglio o di qualche ministero. Sono richieste che faceva al Signore, supplicandolo di aiutarlo nei momenti difficili. Conservo questi fogli con cura da tanti anni, ma non mi sono mai decisa a pubblicarli, perché ritengo che per essere compresi e valorizzati appieno dovrebbero essere accompagnati dal commento di un religioso».
«Più leggo i suoi scritti e più sono convinta che fosse spinto da enorme spiritualità. Il suo maggior desiderio era portare le idee cristiane in politica e l’assunzione di responsabilità verso il Paese».







