L’ulivo e le altre colture nella storia economica di Monopoli.
Dall’esame degli insediamenti e delle tipologie abitative sono venuti in luce i tratti di un’economia essenzialmente agricola.
L’ulivo costituisce la coltura tipica e fondamentale dell’agro di Monopoli da tempi remoti.
Gli alberi secolari dell’ulivo sono i protagonisti e i testimoni del la storia della città.
Agli inizi del XIII secolo risalgono testimonianze che riferiscono di terreni a specializzazione olivicola, nei quali si contano diverse centinaia di alberi, al riparo di muretti a secco, le clausurae olivarum.
Un documento risalente all’anno 1234, durante il regno di Federico II, descrive tre varietà di olive del territorio monopolitano: furkatenka, olkarta, cellina. Si fa menzione dei termites, olivi selvatici o oleastri utilizzati per l’innesto.
Alla fine del ‘300, in un privilegio concesso dal re Ladislao, Monopoli figura come un luogo dove si fa più quantitade d’olio e gli abitanti non habent alia plus utilia quam fructus olivarum.
Si comprende allora perché sia così grande e ricorrente la preoccupazione per i danni arrecati agli oliveti dal bestiame condotto a pascolare dai monti alla pianura.
È nota la testimonianza del pellegrino fiammingo, Anselmo Adorno, che intorno al 1470, nel suo viaggio di ritorno dalla Terra Santa, nota nei terreni che circondano Monopoli dei veri e propri boschetti di olivi.
In una relazione del 1495 inviata al Doge da Jeronimo Contarini, Provveditore
dell’Armata veneta, al momento della conquista di Monopoli da parte dei Veneziani, si legge:
In questa città sono 2.000 homeni da fatti (adulti), et è ricchissima.
La terra è fortissima da mar e da terra; è grande come Zara, et è più bella; il suo territorio è longo 60 miglia, et largo 30; è pieno di olivari, i quali danno 4.000 bote d’oglio all’anno, che importano 70 fin 100.000 ducati; oltra la gran quantità di formenti, et altre cose.
Concludo che da Napoli indriedo, quella è la prima città del regno.
Questa terra de Monopoli è bellissima, tutta la murada dentro e fora a quadri de pietra tufo; non ha castello; ha giardini bellissimi et aque vive; abondante de ogli più de terra di la Pulia, et di le doane egli traze ducati 20 mila a l’anno.
In questi anni, in effetti, Monopoli è una città ricca, con una florida economia basata essenzialmente sull’olivicoltura, diffusa su tutta la pianura.
Al secondo posto è la cerealicoltura, praticata nelle aree collinari libere dalla macchia, in direzione di Alberobello e Castellana, la cui produzione, pur notevole, è però insufficiente al fabbisogno della popolazione.
Segue la coltivazione della vite, circoscritta a piccole superfici collinari verso Conversano, con produzione di buoni vini.
Nel corso del ‘500 le colture di olivo e frumento si incrementano: l’olio è richiesto dai mercati esteri, come Venezia, che rivende il prodotto nell’Italia Settentrionale e nel centro Europa; la produzione di grano si adatta all’andamento demografico che vede triplicarsi la popolazione della Regione nell’arco del secolo e raddoppiare quella di Napoli, la capitale che reclama rifornimenti alimentari.
Olivo e seminativo a volte sono consociati fra loro come anche con mandorli e carrubi.
L’allevamento dei cavalli.
Negli anni in cui Venezia interviene nella contesa tra Spagnoli e Francesi per il Meridione, occupando direttamente alcuni porti pugliesi con i quali traffica, tra cui Monopoli, nell’agro si sviluppa anche l’allevamento dei cavalli.

Nella masseria della Cavallerizza, dove già con gli Aragonesi si curava l’allevamento degli animali per l’esercito, durante la dominazione dei Veneziani (1495-1509 e 1528-1529) si incrementa l’attività e dall’ incrocio tra cavalli locali ed arabi, si ottiene, forse, il cavallo murgese, razza di grande pregio dal mantello nero.
Durante il governo della Serenissima si intensificano gli scambi commerciali: verso la città lagunare partono navi cariche non solo di olio, ma anche di vino, fichi e legumi, per poi far ritorno con panni, tele, cere lavorate, carta, libri.







