Il governo della Presidente Meloni decide che le navi dei soccorsi devono entrare in porto solo per far sbarcare gli aventi diritto.
Cioè bambini e donne in attesa.
Il resto al largo, in mare aperto, anche se in tempesta.
Piantedosi, il Ministro degli Interni del governo italiano, è stato categorico: solo «le persone che hanno i requisiti possono scendere».
Quindi solo soccorsi selettivi.
I non aventi diritto resteranno in mare sulle navi delle Ong.
Fa eccezione una petroliera. Alla quale nessun ostacolo è stato opposto. Ha effettuato due soccorsi e immediatamente ha fatto sbarcare in Sicilia i migranti raccolti in mare. Subito dopo è ripartita.
Due pesi e due misure.
Il Ministro ha poi continuato: «Ci facciamo carico di ciò che presenta problemi di ordine assistenziale e umanitario senza derogare al fatto che gli obblighi di presa in carico competono allo Stato di bandiera».
Una versione delle cose, che sta facendo preoccupare le autorità marittime italiane? Hanno il timore di andare incontro a eventuali “guai giudiziari”, per non aver prestato la dovuta attenzione agli sbarchi o al soccorso di migranti sulle navi in difficoltà? Il quotidiano Avvenire riferisce di una fonte autorevole che affermerebbe: «Il richiamo alle esigenze di sicurezza francamente appare scomposto, quando migliaia sbarcano autonomamente o da mercantili senza che nessuno si sogni di fare un controllo preventivo in mare».
Oltretutto, sia la Norvegia che la Germania hanno rigettato questa teoria, non supportata da alcun ragionamento giuridico.
Il ministero degli esteri di Oslo afferma: «La Norvegia non ha alcuna responsabilità ai sensi delle convenzioni sui diritti umani o del diritto del mare per le persone imbarcate a bordo di navi private battenti bandiera norvegese».
Nello stesso tempo anche l’ambasciata tedesca avverte l’Italia. Le navi delle Ong «hanno dato un importante contributo al salvataggio di vite in mare».
In passato i vari tentativi di applicare divieti di approdo ai naufraghi pare siano stati smentiti dalla stessa giurisdizione italiana, nonché da quella internazionale.
La situazione delle persone dopo dieci giorni a bordo delle navi è difficile. Soprattutto dopo i mesi passati nei campi di detenzione in Libia.
Il capo missione di Medici senza Frontiere sottolinea: «La loro sofferenza aumenta di ora in ora. L’incertezza sui tempi e i luoghi dello sbarco e l’impossibilità di accedere all’iter per chiedere protezione internazionale non fanno che aumentare il disagio».
«Stanno per finire le scorte di cibo e acqua ed entro pochi giorni non ci sarà più da mangiare».








