


Di scuola parlano tutti e un po’ è comprensibile perché viene naturale parlare di qualcosa che ci riguarda per tanti anni della nostra vita e che inevitabilmente ci segna nel profondo, nel bene o nel male: noi che ci lavoriamo e non smettiamo mai di appartenerle ascoltiamo, facciamo autocritica, ci reinventiamo, spesso ci arrabbiamo, ci spremiamo fino all’ultima goccia per trovare il varco, la strada che ci faccia incontrare i nostri ragazzi e permetta loro di approfittare della saggezza dei grandi imparata con gli errori, in modo tale da provare a non ripeterli o, quantomeno, a commetterne di diversi. Imbandiamo una tavola per tutti i gusti, dalla quale nessuno deve alzarsi con la fame.
Cento anni di questo lavoro sono relativamente pochi, coprono l’arco della vita di un essere umano o poco più, ma sono abbastanza per fare un bilancio: il Liceo Classico G. Galilei attraversa la generazioni monopolitane ufficialmente dal 30 maggio 1922, quando al Ginnasio precedentemente esistente fu aggiunto l’ultimo triennio e Monopoli poté finalmente vantare una preziosissima risorsa sul proprio territorio, avendo il privilegio di allevare in modo completo e coerente i propri ragazzi, formando futuri professionisti preparati, uomini e donne cittadini interi, menti pensanti, attive e utili alla crescita della nostra terra.
Questa conquista,che porta la firma del sindaco Pugliese, fu messa nelle mani del colto e preparato preside G. Munno, padre paziente che spinse in mare questa barca che ancora oggi tra tempeste, bonacce e splendidi orizzonti continua solcare il nostro bellissimo mare.
Per chiudere in modo degno un intero anno di festeggiamenti in cui tanti protagonisti della vita di questo Liceo hanno preso la parola per raccontarlo con l’affetto dei figli, io (Angela Di Bello) e il professor Vincenzo d’Amelj Melodia abbiamo avuto il compito più bello, quello di guidare i ragazzi di oggi a fare la loro narrazione tramite la forma teatrale di quello che il Liceo è stato ed è.
Abbiamo pensato che a parlare di se stessa dovesse essere una buona volta la Scuola, abbiamo descritto sottovoce e a molteplici mani, insegnanti e alunni, i volti che essa ha acquisito nel corso di un intero secolo, un secolo complesso, con una serie di eventi e trasformazioni che, commisurate ai soli 100 anni di cui parliamo, sembrano aver viaggiato davvero ad una velocità supersonica: non è cambiata solo la storia di una città e di un intero universo, ma il modo di pensare e di essere di ognuno di noi.
Creare una giusta sintesi di epoche, pensieri, ansie, gioie delle persone che hanno compiuto questa straordinaria e centenaria traversata e incastonarla nella storia del nostro Liceo: questo il sentiero percorso.
Tutto il resto è stata magia: alchimia di sentimento, passione, consapevolezza storica dei docenti e freschezza, tensione e intelligenza di ragazzi sui cui passi oggi il vecchio “sempre attuale” Galileo continua a camminare in una sinergia di sguardi, in un muto scambio di idee con le sue giovani stelle, punti luce destinati a rischiarare un paesaggio che va ben oltre i confini di Monopoli.
Impossibile il nostro lavoro senza la consulenza e il contributo di chi dell’arte ha fatto il proprio mestiere dopo avere vissuto le prime fasi di formazione proprio tra le braccia del nostro Liceo e senza alcuna esitazione gli ha offerto le proprie spalle su cui salire come Enea ad Anchise in fuga da Troia, nel momento in cui il padre bisognoso di aiuto raccoglie quanto seminato nell’animo grato del proprio figlio: grazie dal profondo a Paolo Morga per la regia, a Maurizio Pellegrini per la voce che ha narrato e a Dodò Fuso per il montaggio video, senza di loro e senza la magia di un contenitore come il piccolo gioiello di Monopoli, il “teatro Mariella” , nulla sarebbe stato altrettanto meraviglioso.
Da qui il caleidoscopio di quadri in scena il 30 maggio scorso, in cui ciascuno spettatore si è riconosciuto: c’è chi, adulto, ha ritrovato il sé ragazzo, chi ha rivisto su quel palco il figlio con il quale oggi fa fatica ha trovare il punto di incontro, chi, grazie alle parole che i ragazzi stessi hanno scritto, ha avuto l’opportunità di sbirciare dallo spioncino delicatamente aperto che cosa passa nella testa di questi figli e infine chi, guardando i suoi coetanei in scena, non ha potuto fare a meno di pensare che, al di là delle fatiche, in fondo è una fortuna avere oggi ancora sotto i propri piedi e fra le proprie mani quel capitolo della vita, la scuola, che rimane sempre il più riletto e il più rimpianto da ciascuno.








