A casa del dottore
Il 6 luglio 2023 trovo l’avviso di una telefonata di Francesco Acquafredda accompagnata da un messaggio. “Stefano ho bisogno di incontrarti per parlare di una problematica riguardante l’assistenza sanitaria”
Lo chiamo verso le 14.30. “Si, vieni a trovarmi, a 89 anni non mi posso spostare, mi tengono in casa ai domiciliari, devo parlarti di alcuni temi sanitari”.
“Certo, Francesco, verrò, ti telefono per avvisarti”.
“Ma non alle calende greche, sai ho parecchi anni”.
Alle 17 gli telefono per raggiungerlo presso la sua abitazione in via Petracca 2A.
“Prendi l’ascensore, al VI piano”.
Mi apre la porta, mi accoglie calorosamente, mi porta sul terrazzo che si affaccia sul porto.
Una vista panoramica unica, il mare, le barche, il porto, il paese vecchio, la villa comunale, cala Fontanelle, le vecchie ciminiere della ex Cementeria.
“Sarebbe un delitto costruire qui tanti palazzi, la zona meriterebbe verde, spazi pubblici e servizi, parcheggi attrezzati, in modo da permettere innanzitutto ai monopolitani di godere uno dei posti più belli della loro città” mi dice.
Sul terrazzo l’orto giardino, fiori e piante, il gelsomino, le melanzane, i peperoni cornetti, i fagiolini, profumi e sapori. E poi le cime di rape, di cui è ghiottissimo, conservate in freezer in un sacchetto per poterle cucinare con le orecchiette fuori stagione.
Inizia a parlarmi, ma io lo provoco inducendolo a raccontarmi innanzitutto di sé e delle sue esperienze lavorative: è un fiume in piena, da un argomento all’altro, tra ricordi giovanili, di scuola, di lavoro e di familiari.
Famiglia di origine e studi.
Sono nato a Bitonto il 27 aprile 1934. Mio padre Vito Acquafredda è un medico di famiglia.
Nel 1948 frequento il liceo classico “Carmine Sylos”, il mio insegnante di Storia e Filosofia è il prof. Filippo Carbonelli, monopolitano doc, un tizio che il primo giorno che entra in classe si presenta con una giacca a quadrettini colorati, pantaloni color cachi, capelli lisci e brillantina, stirati all’indietro alla fascista. Noi studenti tutti a ridere. Poi inizia a parlare, tutti in silenzio ad ascoltarlo.
Qualche giorno dopo, entrati un po’ in confidenza, gli chiediamo: Professore ma lei è un nobile, abbiamo saputo che insegna per passione, non avendo bisogno dello stipendio! Ma, risposta lapidaria: voi credete che se non ne avessi bisogno sarei qui a perdere la testa con dei mocciosi come voi?
E così ci dava delle indimenticabili lezioni di vita, parlava dell’Europa da europeista convinto e appassionato: noi Europa siamo la preda nello scontro tra la Russia e l’America, invece dobbiamo essere autonomi e protagonisti, fuori e senza sudditanza dai due blocchi.
Aveva anticipato i nostri tempi con le sue convinzioni e, tra l’altro avendo perduto mio padre proprio in quell’anno, le sue idee furono per me un’importante punto di riferimento per la mia formazione civica e politica.
Terminato il liceo, mi iscrivo alla Facoltà di Medicina a Bari, nel 1961 mi laureo e nello stesso anno, il 30 settembre, mi sposo con Maria Giuseppina Vitone, una ragazza con la quale sono già fidanzato dal 1949.
Con lei sempre vicina, casalinga, mi trasferisco a Modena dove conseguo la specializzazione in Radiologia.
I primi anni di lavoro negli ospedali del Nord
A Rimini è il primo lavoro con l’incarico di assistente radiologo presso l’Ospedale, 135.000 lire al mese come stipendio.
Poi l’impiego all’Ospedale di Fano, mentre frequento l’Università di Bologna presso l’Ospedale del S. Orsola per il corso di specializzazione in immunoematologia.
Intanto nascono i figli ogni 15 mesi, Tiziana nel 1962 a Rimini, Rossana nel 1964 a Fano, Vito nel 1965 ad Ancona.
Pur soddisfatto del lavoro in ospedale a Fano, per motivi di carriera, partecipo, vincendolo, al Concorso di aiuto dirigente del servizio trasfusionale all’Ospedale di Pinerolo, presidente di commissione il famoso prof. Achille Mario Dogliotti.
L’Ospedale è intitolato ad “Edoardo Agnelli” e proprio sui cui cieli passa l’elicottero di Gianni Agnelli, illuminato imprenditore proprietario della FIAT, per recarsi alla sua storica abitazione a Villar Perosa.
Rimango lì dal 1966 al 1971, frequentando il laboratorio di coagulazione della clinica medica dell’Università di Torino; ma purtroppo in Piemonte, pur essendo ideale il clima lavorativo, non è lo stesso quello meteorologico che non è per me, fa freddo, ho nostalgia della Puglia, del caldo del sud.
Il ritorno al Sud nell’Ospedale di Monopoli
A Bitonto incontro il prof. Francesco Rossiello, preside della Scuola Media G. Galilei di Monopoli ma mio vecchio carissimo professore ai tempi della scuola media, il quale mi invita a prendere contatti col sen. Luigi Russo, presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale Civile di Monopoli, intenzionato ad istituirvi il Centro Trasfusionale.
Arrivo per la prima volta a Monopoli nei giorni convulsi del naufragio dell’Heleanna e Il vigile Vincenzo Penta, a cui mi ero rivolto per indicarmi dove fosse l’Ospedale, mi fa da guida con la motocicletta di servizio.
Mi presento al sen. Russo, terza stanza a destra degli uffici. Mi accoglie annunciandomi la necessità di nominare per il concorso la commissione di 5 membri, cosa difficile a farsi non essendoci nemmeno il pagamento con gettone di presenza.
Non posso di quei giorni non ricordare l’operosità dell’infaticabile e modesto quanto premuroso Michelino Ferretti, memoria storica dell’Ospedale, inarrestabile nel disbrigo di tutte le formalità burocratiche necessarie per l’espletamento del concorso: basti pensare che per completare il numero un commissario arriva da Milano, per il cui spostamento a Monopoli viene pressantemente invitato.
Istituzione del Servizio Trasfusionale del Sangue
Nel 1974, vinto il concorso, inizio ad organizzare il servizio trasfusionale, avvalendomi della preziosa collaborazione dell’AVIS, promossa e attivata dal preside prof. Angelo Menga.
La prima battaglia da fare è quella di combattere il “mercato del sangue”, una vera e propria piaga sociale in Puglia, costituita da persone che davano il sangue dietro compenso; anche Monopoli era vittima di questo turpe mercato, che a me, proveniente da una Regione in cui il sangue veniva “donato” disinteressatamente e alle volte in quantità superiori alle reali necessità, sembrò subito come un vergognoso commercio da estirpare alle radici.
Impresa difficilissima e rischiosa, visto che proprio nelle adiacenze della banca del sangue del policlinico di Bari stazionavano i capi di questa organizzazione, costituita da persone sottoposte al prelievo continuo di sangue, quindi di cattiva qualità e privo di controlli sanitari.
Gli organizzatori del mercato vedono male l’istituzione di un serio servizio trasfusionale a Monopoli che costituiva per loro un cattivo precedente, per cui mettono in giro la diceria che il centro trasfusionale non era autorizzato, che il sangue non era buono, minacciano la mia persona e uno di loro si presenta al sen. Russo, riferendo che mi avrebbe aspettato davanti all’ingresso per tagliarmi ad uno ad uno i peli del mio baffo.
Da qui la necessità di farmi il porto d’armi per portarmi dietro una pistola, per difesa personale, sotto la sorveglianza speciale del capitano Venditti dei Carabinieri.
La fattiva collaborazione con l’AVIS e con l’amministrazione dell’ASL
Insieme all’AVIS iniziamo a fare campagne di sensibilizzazione, presso i parenti, presso le scuole, attraverso la TV di Teleram, poi Canale 7: nei primi anni ’80 con lo sviluppo dell’AIDS l’azione divulgativa diventa più efficace fino alla eliminazione totale del mercato del sangue. Viene organizzata una rete di donatori volontari che generosamente donano il loro sangue gratuitamente per pazienti a loro sconosciuti.
In quegli anni partecipo a Torino ad un convegno sul tema dell’AIDS, tenuto da Luc Montagnier, scopritore della grave malattia e al ritorno a Monopoli propongo a Ferruccio Santostasi, presidente del Comitato di Gestione dell’ASL Ba 5, l’acquisto di reattivi per la diagnostica dell’AIDS mediante una rapida gara.
“Dottò ,come disce a sIgnerè” è la lapidaria risposta dell’indimenticabile presidente.
Così il 1° agosto 1981 dopo una rapidissima gara telegrafica iniziamo la diagnostica dell’AIDS, tra i primi ospedali della Puglia.
Ovviamente tutto ciò è possibile perché attorniato da un’ottima equipe di validissimi collaboratori, sui quali ho sempre riposto la massima fiducia e con i quali ho condiviso il merito dei risultati raggiunti.
Il sangue ricavato dalle donazioni dei volontari è raccolto in una sacca di 400-450 gr. e viene somministrato gratuitamente ai pazienti secondo le loro necessità.
Un altro obiettivo è l’aggiornamento continuo delle tecniche trasfusionali, come l’autotrasfusione, cioè sangue prelevato dagli stessi pazienti da sottoporre ad interventi e trasfuso a loro stessi; il recupero intraoperatorio del sangue che così viene restituito al paziente stesso.
Si effettua anche la plasmaferesi, donazione di solo plasma per pazienti che non hanno bisogno di globuli rossi, ma di altri componenti; quindi organizziamo lo screening emocoaugulativo per prevenire complicanze emorragiche o di altro tipo concernenti la coagulazione del sangue a seguito di interventi chirurgici.

I Collaboratori del Servizio Trasfusionale e i Primari dell’Ospedale
Il gruppo di lavoro del Servizio Trasfusionale è formato dal sottoscritto Francesco Acquafredda, primario, Giorgio Munno e Angela Todisco aiuti medici, dalle dottoresse Ada Sardella e Angela Greco, biologhe, dagli infermieri Rosanna Diomede e Cosimo Secundo, dai tecnici Nicola Lacasella, Elio Morga, Rosanna Serripierri e, con altre qualifiche, Mario Nitti e Giacomo Notarangelo.
In quegli anni l’equipe medica dell’Ospedale ha come primari Vito Cotugno per la Medicina, Renato Bonaventura per l’Ortopedia, Vincenzo Fiore e poi Giovanni Gabrieli per la Chirurgia, Michele Falagario per l’Ostetricia, Giuseppe Pastore per la Nefrologia e Dialisi, Domenico Anglani per la Radiologia, Giovanni Marasciulo per l’Anestesia, Giacomo Palmisano e poi Rocco Sorace per il Pronto Soccorso, successivamente Rosario Multari per la Riabilitazione e Michele Fumarola per la Geriatria.
Non posso non ricordare i grandi sforzi sostenuti, anche dal sottoscritto per conoscenza personale dell’allora Assessore regionale alla Sanità, il tarantino Conte, per ottenere l’istituzione della Nefrologia, Riabilitazione e Geriatria, poi soppressi, travolti dall’indifferenza e disinteresse per l’esistenza di quello che era un vero e funzionante ospedale!.
Grande nostalgia non solo per gli anni verdi ma di quella che era una equipe medica ben affiatata e che, ritengo, abbia ben servito la comunità monopolitana, perché posso affermare con orgoglio che ci ritrovavamo al letto dei pazienti uniti e interessati solo alla soluzione dei loro problemi.
Nel 1992 il presidente Santostasi mi assegna l’incarico di Capo del Servizio di Igiene Pubblica della Ba 5, che mantengo fino al 1 maggio 2001, giorno del mio pensionamento.
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L’incontro termina qui. Sono passate diverse ore dacché con Francesco Acquafredda abbiamo iniziato a parlare.
“Stefano, mi raccomando, dobbiamo risentirci. Lo scopo di farti venire da me era quello di volerti parlare di altro, dei guai della sanità”
Ci lasciamo con la promessa di rivedersi per qualche altra puntata in cui raccontare della grave crisi della sanità, specie di quella pubblica, dei cambiamenti negativi avvenuti negli anni, della situazione in Puglia, di quello che non funziona nei servizi di assistenza e cura dei cittadini, del futuro del vecchio e del nuovo Ospedale di Monopoli.
A risentirci !
Foto di repertorio dai miei libri di storia di Monopoli.
Stefano Carbonara
Storico, scrittore, editore di Monopoli Tre Rose








Grande uomo e professionista il mio primo Capo…diplomatico quando serviva e sanguigno quando la diplomazia non bastava.L’ho sempre stimato e lo ricordo con affetto .