LA GUERRA TRA HAMAS E ISRAELE.
All’alba di sabato 7 ottobre (le 5:30 in Italia) Hamas ha lanciato migliaia di rudimentali razzi su Israele e fatto seguire un’incursione di uomini armati nei villaggi e nei kibbutz israeliani adiacenti alla Striscia di Gaza.
In questo attacco terroristico senza precedenti per ampiezza e crudeltà, sono stati uccisi oltre un migliaio di civili, tra cui donne e bambini, provocato 2.500 feriti e sequestrato un centinaio di persone, portate a Gaza come ostaggi.
Israele ha risposto con massicci attacchi aerei sulla Striscia di Gaza, uccidendo finora 1.600 palestinesi, di cui un terzo bambini, e ferendone quattro volte tanti. I bombardamenti hanno distrutto moltissimi edifici, ma gli oltre 200mila sfollati palestinesi non sanno dove rifugiarsi, perché tutti i varchi sono chiusi. Gaza infatti è sotto assedio e da qualche giorno priva di elettricità e approvvigionamenti di acqua e cibo.
Ora il conflitto potrebbe subire una pericolosa escalation, coinvolgendo il Libano Meridionale, la Siria, la Cisgiordania e facendo altre migliaia di morti.
Lo scontro tra questi due popoli, quello di Israele e quello della Palestina, va avanti più o meno intensamente dal 1948. Comprendere le ragioni di quanto accade in quella terra definita “santa”, perché conserva luoghi e memorie sacre per tutte e tre le religioni monoteiste (cristianesimo, ebraismo e islamismo), non è però semplice.
Cosa e dove sono la Palestina e Israele

Si trovano all’estremità orientale del Mediterraneo, al confine con il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto: insieme occupano una superficie di circa 26mila chilometri quadrati, grande all’incirca quanto la nostra Sicilia, ma più lunga e stretta. Per capire di cosa stiamo parlando bisogna immaginare un puzzle con due colori: uno rappresenta Israele, l’altro la Palestina. All’interno di quello stesso puzzle, dal 1947 – anno in cui l’Onu approvò un piano per spartire il territorio dell’ex Mandato britannico della Palestina tra ebrei e arabi (Risoluzione 181) – coesistono due entità statali che non sono mai riuscite a trovare un accordo per convivere pacificamente. Israele ha la superficie più grande (ha più puzzle insomma), circa 20mila chilometri quadrati, mentre la Palestina ne ha 6.020, divisi in due parti: la Cisgiordania (5.655 chilometri quadrati) e la Striscia di Gaza (365 chilometri quadrati). In Israele vivono quasi 10 milioni di abitanti, in Palestina circa 5,4 milioni (di cui 2,1 milioni a Gaza).
Cos’è la Striscia di Gaza? Cos’è la Cisgiordania?

La Striscia di Gaza è la parte di Palestina che si affaccia sul Mediterraneo. In questa sottile fascia di terra di appena 40 chilometri per 9, stretta tra l’Egitto, Israele e il mare, sono assiepate 2,1 milioni di persone, per lo più rifugiati palestinesi. Israele ne controlla lo spazio aereo, le acque territoriali e gli accessi attraverso i varchi nella recinzione che dal 2001 circonda l’enclave. Qui si hanno quotidianamente appena 10 litri d’acqua a testa per bere, lavarsi e cucinare, e l’elettricità è disponibile solo per 13 ore al giorno. Oltre l’80% della popolazione vive in condizioni di povertà e la disoccupazione sfiora il 50%.
La Cisgiordania è l’altra parte della Palestina, dove sorgono città famose come Hebron, Nablus, Jenin e Ramallah, la capitale provvisoria. Questo ben più ampio territorio, che si estende dal fiume Giordano verso ovest per 5.655 chilometri quadrati, fino a lambire Gerusalemme, è anch’esso completamente circondata da un’imponente “barriera di separazione” di cemento e filo spinato. Pur rivendicandola interamente come propria, l’Autorità nazionale palestinese ha il pieno controllo solo sul 18% della Cisgiordania, mentre il 21% è amministrato congiuntamente con Israele e ben il 61% è sotto il controllo esclusivo israeliano, malgrado lì vivano, oltre a 450mila coloni ebrei, 300mila palestinesi.
Chi sono i protagonisti della guerra?
Per capirlo bisogna fare un po’ di storia. Nel 1948, appena i britannici se ne furono andati in ossequio alla risoluzione dell’Onu, le autorità ebraiche dichiararono l’indipendenza del territorio a loro assegnato. Immediatamente dopo, una coalizione di Paesi arabi attaccò il neocostituito Stato, dando il via alla prima guerra arabo-israeliana. Il conflitto si concluse con il definitivo insediamento di Israele, l’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est da parte della Transgiordania (l’attuale Giordania), della Striscia di Gaza da parte dell’Egitto e la fuga o la cacciata di circa 700mila palestinesi, che trovarono rifugio nei campi profughi allestiti un po’ in tutto il Vicino Oriente.
Quest’esodo forzato fu all’origine della “questione palestinese”, tuttora irrisolta. Nel 1959 il leader palestinese Yasser Arafat fondò un partito nazionalista, Fatah, che propugnava la liberazione armata della Palestina da parte degli stessi palestinesi, mentre nel 1964 fu la Lega araba a costituire l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), con un proprio braccio armato.
Nel 1967 scoppiò una nuova guerra tra Israele e i Paesi arabi, che nell’arco di appena sei giorni permise a Israele di conquistare altri pezzi palestinesi del puzzle, occupando la Striscia di Gaza e la Cisgiordania (da qui la definizione di “Territori occupati”).
Esasperati dal mancato riconoscimento delle proprie aspirazioni nazionali, tra il 1987 e il 1993 i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania diedero vita alla cosiddetta Prima intifada, una serie di dure proteste contro l’occupazione israeliana che provocò la morte di più di 1.900 palestinesi e 200 israeliani. È proprio in quegli anni che nacque Hamas, un movimento radicale islamista caratterizzato da una totale intransigenza nei confronti di Israele, contro cui avrebbe messo in atto anche brutali attacchi terroristici.
Nel 1993 un barlume di speranza giunse dalla firma degli Accordi di Oslo tra il governo israeliano e l’Olp, che avrebbero dovuto rappresentare il primo passo verso la costituzione di uno Stato palestinese indipendente. Si deve a questi accordi la creazione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), cui venne conferito un certo grado di sovranità su una parte dei territori occupati.
Ma il successivo stallo dei negoziati portò tra il 2000 e il 2005 allo scoppio della Seconda intifada, ancora più violenta della prima, con quasi 5mila morti palestinesi e più di mille israeliani. Nel corso della sollevazione, Israele decise di difendersi dal rischio di attacchi terroristici costruendo prima una recinzione tutta attorno alla Striscia di Gaza (da cui si è ritirato nel 2005) e poi un muro di separazione con la Cisgiordania. Nel 2004, dopo la morte di Arafat, il suo posto a capo dell’Anp è andato a
Mahmud Abbas, esponente di Fatah. Ma in seguito alle elezioni legislative del 2006 Hamas ha preso il controllo della Striscia di Gaza (in cui aveva ricevuto la maggioranza dei voti) cacciando con la forza il partito rivale Fatah (che ha mantenuto invece il controllo della Cisgiordania) e disconoscendo l’autorità del presidente Abbas. In questi ultimi anni gli scontri tra le forze armate israeliane e i palestinesi sono andati aumentando. Hamas ha continuato a compiere attentati e a lanciare razzi su Israele, che ha risposto più volte bombardando Gaza. Israele ha inoltre accelerato la sua politica di espansione in Cisgiordania delle colonie, insediamenti ebraici ritenuti illegali dalla comunità internazionale.
Cos’è un campo profughi palestinese
I primi campi profughi furono creati dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 per accogliere i rifugiati palestinesi espulsi dalle loro terre in seguito al conflitto. Oggi sono presenti in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Striscia di Gaza. In Cisgiordania i campi profughi ufficiali sono 19, con 177mila rifugiati circa; a Gaza ce ne sono 8, con 479mila rifugiati. In questi ultimi, a causa della ristrettezza del territorio, la gente vive ammassata e con scarsi servizi sanitari, scolastici e assistenziali.
Cosa e quante sono le colonie israeliane
Dal 1967 in avanti molti israeliani hanno approfittato del controllo militare acquisito con la Guerra dei sei giorni sulla Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est) e le alture del Golan per costruirci case e fondare comunità a carattere religioso, rivendicando il proprio legame storico e culturale con quei territori (che loro chiamano con gli antichi nomi di Giudea e Samaria). Oggi in Cisgiordania sono più di cento gli insediamenti israeliani, in alcuni casi vere e proprie città, per un totale di oltre 450mila coloni, a cui se ne sommano altri 220mila residenti a Gerusalemme Est e 20mila sulle alture del Golan (che per il diritto internazionale appartengono alla Siria).
Gerusalemme: la città santa per le tre religioni monoteiste
È considerata una Città Santa da tutte e tre le religione monoteiste. La città vecchia e le sue mura, Patrimonio dell’umanità, racchiudono in meno di un chilometro quadrato molti luoghi di grande significato religioso, come il Monte del tempio, il Muro del pianto, la Basilica del Santo Sepolcro, la Cupola della roccia e la Moschea al-Aqsa. Anche Gerusalemme, come il resto della Palestina e d’Israele, è divisa. Fino alla fine della Prima guerra mondiale fu occupata dai turchi, ma in seguito alla sconfitta dell’Impero ottomano passò sotto il controllo del Mandato britannico della Palestina. Il piano di spartizione Onu del 1947 prevedeva che Gerusalemme venisse posta sotto tutela internazionale. Ma la guerra arabo-israeliana del 1948 finì per dividere la città in una parte ovest, controllata da Israele, e una parte est, sotto controllo giordano fino al 1967, quando a seguito della Guerra dei sei giorni anche la parte orientale di Gerusalemme fu conquistata dalle truppe israeliane. Gerusalemme Est resta tuttavia la capitale designata dello Stato di Palestina.
I luoghi sacri di Gerusalemme

Alcuni di questi posti sono contesi da sempre e fonte – come anche in quest’ultima guerra – di elementi scatenanti. La Spianata delle moschee (per gli ebrei Monte del tempio, e Tempio di Salomone per i cristiani) è il luogo più “conflittuale”. Ospita la Moschea al-Aqsa, il terzo più importante sito religioso al mondo per i musulmani. Con la Guerra dei sei giorni Israele ha inglobato de facto la parte araba di Gerusalemme, compresa la Spianata delle moschee. Il controllo di al-Aqsa è quindi stato affidato dagli occupanti alla Fondazione islamica dei waqf. Sotto la Spianata delle moschee, però, c’è il Muro del pianto, dove pregano gli ebrei. Per questo nel corso degli anni alcune frange estremiste ebraiche hanno tentato di affermare la propria egemonia sul sito con diverse provocazioni.
Perché l’operazione militare di Hamas è stata chiamata “Tempesta di al-Aqsa”?
Prende il nome proprio dalla famosa moschea, simbolo identitario dei palestinesi, che lo scorso 2 ottobre è stata profanata da un migliaio di coloni ebrei con un’incursione dissacratoria nel suo cortile.
Chi è Hamas
Acronimo di Ḥarakat al-Muqawama al-Islamiya (Movimento di resistenza islamica), Hamas è un’organizzazione politica e paramilitare islamista. Fondata a Gaza nel 1987 dal religioso palestinese Ahmed Yassin, ha gradatamente guadagnato popolarità all’interno della società palestinese istituendo ospedali, scuole, biblioteche e altri servizi assistenziali in tutta la Striscia di Gaza, fino a vincere le elezioni del 2006. Dall’altro lato, però, l’ala militare di Hamas, sostenuta e finanziata da alcuni Paesi arabi come Iran e Qatar, si è contraddistinta per aver commesso e rivendicato sanguinosi attentati in Israele, di cui non riconosce il diritto all’esistenza. Per questa ragione è considerata da Stati Uniti, Unione europea e numerosi altri Paesi un’organizzazione terroristica.
Chi è Hezbollah
Hezbollah (“Partito di Dio”) è un’organizzazione paramilitare islamista libanese e fortemente anti ebraica nata nel 1982 durante l’invasione israeliana del Libano e divenuta successivamente anche un partito politico, di cui è segretario Hassan Nasrallah. Per quanto gli uni siano sunniti e gli altri sciiti, negli ultimi anni i rapporti tra Hamas e Hezbollah si sono intensificati. C’è dunque la possibilità che Hezbollah intervenga in sostegno di Hamas in questa guerra, mettendo però a rischio la già precaria economia libanese.
Chi è Mahmud Abbas
Conosciuto anche come Abu Mazen, è il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, succeduto nel 2005 a Yasser Arafat, morto per cause naturali l’anno prima. È tuttora in carica, avendo ripetutamente rinviato le elezioni. Nel 2006 è entrato in contrasto con Hamas, da cui è accusato di aver cospirato contro di essa e di collaborare con Israele.
Chi è Netanyahu
Benjamin “Bibi” Netanyahu è un politico ed ex militare israeliano, primo ministro di Israele dal 29 dicembre 2022 (dopo esserlo già stato per altri due periodi). Oltre che per la sua linea dura nei confronti della questione palestinese, Netanyahu è stato criticato per le accuse di corruzione, frode e abuso di potere per le quali è attualmente sotto processo.
UN AUSPICIO
La Storia di questa martoriata terra insegna che la guerra non è una soluzione: ai morti e alle distruzioni si aggiungono nuovi odi e desideri di rivincite. Sarebbe auspicabile mantenere fede agli impegni e agli accordi di pace: due Stati, due Popoli. Lo vogliono le parti pacifiche dei popoli palestinesi ed ebraiche. Non lo vogliono gli integralisti di una parte e dell’altra: i palestinesi del gruppo di Hamas, gli ebrei della fazione del governatore d’Israele Netanyahu. L’auspicio è che vengano isolati e sconfitti.
LA STORIA DI QUESTI LUOGHI E DI QUESTI POPOLI.
L’area della Palestina e di Gaza, nei tempi più antichi, fu espugnata dai Filistei.
Fino alla conquista di Alessandro Magno (332) fu di fatto indipendente.
Distrutta da Alessandro Ianneo (94 a.C.) e poi ricostruita da Gabinio (54 a.C.), divenne poi centro di cultura greca. Con la penetrazione cristiana fiorì (5°-6° sec.) la scuola di retorica ed esegesi (Procopio, Enea, Coricio).
Nel 634 G. fu conquistata dagli Arabi e divenne importante centro musulmano. Contesa nel 12° sec. tra Saraceni e crociati, nel 1149 fu fortificata da Baldovino III.
Restò in potere dei Turchi dalla fine del 15° sec. fino alla Prima guerra mondiale, durante la quale fu perno della difesa tedesco-turca del Medio Oriente. Occupata dalle truppe britanniche nel 1917, G. nel 1922-48 fu sottoposta, come il resto della Palestina, all’amministrazione inglese.
Nel conflitto arabo-israeliano del 1948-49 fu occupata dalle forze egiziane insieme a una sottile fascia costiera, la Striscia di Gaza, lunga circa 40 km, che dal confine egiziano, a SO della città omonima, giunge subito a N, confinando a N ed E con Israele.
Malgrado la limitata estensione (378 km2), la Striscia di G. è densamente popolata (oltre 1.650.000 ab. nel 2011 con un’ età media di 17,7 anni), soprattutto in conseguenza del massiccio afflusso di profughi palestinesi dopo la costituzione dello Stato di Israele nel 1948. Rimase sotto il controllo egiziano fino al 1967 (salvo un breve periodo di occupazione israeliana dal novembre 1956 al marzo 1957), quando fu invasa dalle forze israeliane durante la guerra dei Sei giorni e poi sottoposta ad amministrazione militare.
Rivendicata dall’OLP come parte di uno Stato palestinese indipendente, veniva posta dagli accordi di Oslo del 1993 sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese in base al principio della restituzione dei territori occupati in cambio della pace.
Proprio la città di Gaza., il 14 dicembre 1998, fu teatro di una storica visita del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton: l’abrogazione dallo Statuto dell’OLP dei riferimenti alla distruzione di Israele, proclamata solennemente in quell’occasione dalla dirigenza palestinese, sembrava spianare la strada alla creazione imminente di uno Stato palestinese e al reciproco riconoscimento fra i due popoli.
Ma al contrario, i ritardi israeliani nell’implementazione degli accordi, l’espansione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e a G., il crescente ricorso al terrorismo contro la popolazione israeliana da parte dell’organizzazione fondamentalista palestinese Ḥamas azzerarono di fatto i progressi compiuti nei negoziati tra le parti e inauguravano una lunga stagione di violenze di cui faceva le spese soprattutto la sempre più impoverita popolazione palestinese.
Tra il 2000 e il 2005 lo stato di crisi economica incombente a G. appariva sempre più preoccupante, aggravato dalle continue ‘chiusure’ militari israeliane della Striscia che impedivano il regolare funzionamento della vita lavorativa dei numerosi Palestinesi che si recavano in Israele.
Aumentava la disoccupazione, crollavano gli scambi commerciali, peggioravano i servizi sociali.
Nell’agosto 2005 il primo ministro israeliano Ariel Sharon decise di procedere unilateralmente allo smantellamento delle basi militari e delle numerose colonie ebraiche costituitesi nella Striscia nel corso dei decenni successivi all’occupazione (21 colonie con circa 8200 abitanti), mettendo fine all’amministrazione militare. Tutto il territorio di Gaza passava così in mano palestinese. Dopo il ritiro Israele si riservò comunque il controllo dello spazio aereo e delle acque territoriali, il diritto di vietare l’ingresso nella Striscia a coloro che non vi risultavano residenti, il controllo totale dei movimenti di persone e merci tra G. e la Cisgiordania e di tutte le merci in entrata nella Striscia, con conseguente facoltà di chiudere i relativi varchi. Le elezioni politiche del gennaio 2006 in Cisgiordania e a G. facevano registrare il successo elettorale di Ḥamas, capace di penetrare in profondità nella società palestinese raccogliendo adesioni sia tra le fasce più disagiate della popolazione, sia tra gli studenti universitari e i ceti emergenti.
Il rifiuto di al-Fatàh, fino ad allora la più forte organizzazione politica palestinese, di formare un governo di unità nazionale con Ḥamas, non disposta a rinunciare ai suoi proclami sulla distruzione dello Stato ebraico, lasciava presagire uno scontro imminente tra le due organizzazioni, che fu rinviato solo a causa della violenta offensiva lanciata da Ḥamas contro Israele (fine giugno 2006), cui quest’ultimo rispose con un’incursione del suo esercito nella Striscia, incursione che portò allo stremo la popolazione già fortemente colpita.
Tra l’autunno del 2006 e il giugno del 2007 nonostante un illusorio accordo di governo tra i due partiti palestinesi, s’intensificavano gli scontri nelle strade tra i militanti delle due opposte fazioni, culminati in una vera e propria battaglia militare provocata da Ḥamas che vedeva sconfitta ed espulsa al-Fatàh dal territorio di tutta la Striscia, mentre la stessa Ḥamas s’impossessava di tutti i centri di potere. Si determinava di fatto una divisione tra Cisgiordania e G.; quest’ultima, infatti, non riconosceva più l’autorità del presidente palestinese Abū Māzen,che rappresentava l’anima moderata dell’universo palestinese.
Tra il 2006 e il 2007 si intensificavano le operazioni militari israeliane a G. con l’obiettivo dichiarato di smantellare le basi di lancio dei missili Qassam, che minacciavano Sderot, il deserto del Negev, Ashkelon e la città costiera di Ashod. L’alleanza tra Ḥamas, gli Hezbollah libanesi e l’Iran del presidente Ahmadinejad potenziava la forza militare di Ḥamas ma non risparmiava alla popolazione della Striscia un’ennesima prova di resistenza.
Il 18 gennaio 2008 Israele chiudeva ancora una volta Gaza in una morsa tagliando tutti i rifornimenti: cibo, combustile, aiuti umanitari. Il 23 gennaio alcune centinaia di migliaia di palestinesi forzavano il valico di Rafah al confine con l’Egitto in cerca di cibo e assistenza.
Pronta ad approfittare della tragedia della popolazione, Ḥamas alzava i toni della sua propaganda anti-israeliana per guadagnare attenzione e appoggi nella comunità internazionale, ma alla fine dell’anno, il 27 dicembre, Israele scatenava una nuova guerra a Gaza. Obiettivo dichiarato dell’attacco era porre fine al lancio di razzi sul territorio israeliano, che dal 2000 aveva provocato 28 vittime.
Con il cessate il fuoco del 18 gennaio 2009 e il ritiro delle truppe israeliane dopo l’operazione Piombo Fuso, Gaza appariva un campo di rovine: tra 1166 e 1417 morti il bilancio delle vittime tra i palestinesi, e moltissime le perdite registrate tra i civili; 13 gli israeliani morti, 10 militari e tre civili.
L’impressione suscitata nel mondo dalla situazione a G. spinse il Consiglio per i diritti umani delle NU a istituire una Commissione d’indagine i cui risultati furono resi noti nel settembre 2009: si leggeva nella dichiarazione, successivamente sconfessata dal presidente, ma non dagli altri membri della Commissione, che Israele aveva reiteratamente violato i diritti umani della popolazione palestinese e forse commesso anche crimini contro l’umanità.
Il 2009, intanto, aveva fatto registrare numerosi ma sterili tentativi di giungere a una riconciliazione tra Ḥamas e al-Fatàh con la mediazione dell’Egitto, mentre una trattativa segreta era stata avviata alla fine dell’anno tra Israele e i vertici di Ḥamas per il rilascio del giovane soldato israeliano Gilad Shalit rapito il 25 giugno 2006 da un commando palestinese dell’organizzazione penetrato in territorio israeliano dalla Striscia attraverso un tunnel sotterraneo.
Nel maggio 2010 l’attenzione della comunità internazionale fu richiamata dall’incursione armata della marina israeliana sulla nave turca Mavi Marmara che navigava in acque internazionali alla testa di una flottiglia di navi dirette a G. e intenzionate a forzare il blocco navale israeliano intorno alla Striscia per consegnare aiuti umanitari e beni di prima necessità.
Nove attivisti turchi a bordo della Mavi Marmara furono uccisi e molti vennero feriti dopo il tentativo di resistenza violenta da parte dell’equipaggio all’incursione israeliana. L’episodio determinò un brusco deterioramento dei rapporti tra Israele e la Turchia, importante alleato strategico dello Stato ebraico nella regione.
Nel corso del 2011, malgrado i tentativi di riannodare i rapporti tra i due paesi, permaneva uno stato di tensione, alimentato anche dal rapporto della commissione istituita dalle NU che pur accusando Israele di aver ecceduto nell’uso spropositato della forza non considerava illegittimo, come auspicato dal governo turco, il blocco israeliano intorno a Gaza.
Nel maggio 2011, dopo i numerosi tentativi andati a vuoto e una recrudescenza delle violenze tra i militanti delle due organizzazioni, i leader di Ḥamas e al-Fatàh firmavano al Cairo un accordo di riconciliazione, prontamente criticato dalle autorità israeliane, che fissava al 2012 le nuove consultazioni parlamentari e presidenziali.
Ma la posizione di forza di Ḥamas veniva ribadita ancora una volta nell’ottobre del 2011, quando l’11 del mese, dopo cinque anni di delicati negoziati condotti con la mediazione egiziana, i vertici dell’organizzazione e le autorità israeliane annunciavano l’accordo sul rilascio di Gilad Shalit in cambio della liberazione di oltre mille palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane. Il 18 ottobre Shalit tornava a casa e contemporaneamente i primi 477 detenuti palestinesi venivano liberati.
Nel novembre 2012 si è verificata una nuova ripresa delle ostilità israelo-palestinesi: una nuova offensiva di Israele, nel corso dell’operazione denominata “Colonna di nuvola”, ha provocato la morte di A. al Jabari, leader delle brigate Ezzedin Al Qassam, il braccio militare di Ḥamas, seguita da numerose incursioni aeree nella Striscia di G. che hanno colpito un totale di circa 1300 obiettivi e prodotto 160 morti, mentre concomitanti lanci di razzi a opera delle forze di resistenza palestinesi interessavano Tel Aviv e altre città israeliane.
Dopo otto giorni di violenti scontri, un accordo bilaterale per il cessate il fuoco è stato raggiunto grazie alla mediazione del nuovo governo islamista dell’Egitto e sostenuto dagli Usa, sebbene la tregua appaia agli osservatori internazionali ancora molto fragile e l’OLP abbia presentato una protesta al Consiglio di sicurezza dell’ONU per la sua violazione da parte di Israele, dove si sarebbero inoltre registrati ancora sporadici lanci di razzi sparati dalla Striscia di Gaza.
Nel maggio 2014, dopo il raggiungimento di un’intesa tra al-Fatàh e Ḥamas, le due fazioni si sono accordate sulla nomina di R. Hamdullah a primo ministro del governo transitorio di unità nazionale, ufficialmente insediatosi il mese successivo; le dimissioni di Hamdullah, rassegnate nel giugno 2015 per l’impossibilità di rendere operativo l’esecutivo all’interno della Striscia di Gaza., e i continui dissidi interni hanno portato al rinvio delle elezioni, mentre la Cisgiordania e Gerusalemme hanno visto un drammatico aumento della tensione, sfociato nel settembre 2015 in una nuova ondata di violenza, poi rientrata anche grazie al mancato appoggio delle principali organizzazioni politiche palestinesi.
Un passo decisivo verso la riconciliazione è stato compiuto nel settembre 2017 con lo scioglimento dell’esecutivo di Ḥamas a G. e con l’accettazione da parte del movimento islamista delle condizioni poste dall’ANP, tra cui l’indizione di elezioni generali che comprendano anche Gaza. e Palestina.
Nel maggio 2021 violenti scontri scoppiati a seguito dell’allontanamento di alcune famiglie palestinesi da un quartiere di Gerusalemme hanno provocato una recrudescenza del conflitto israelo-palestinese, nel corso della quale le due parti si sono affrontate con scontri di artiglieria e attacchi aerei che hanno provocato la morte di circa 200 individui. La tregua tra Hamas e Israele è stata raggiunta alla fine di maggio, quando esse hanno concordato il cessate il fuoco, reclamando entrambe la vittoria, ma negli anni successivi si sono registrate varie fasi di ripresa delle ostilità alternate a labili tregue, come nell’agosto 2022 e nel maggio 2023.
Nell’ottobre 2023 Hamas ha lanciato da Gaza una nuova offensiva contro diverse città israeliane attraverso incursioni via terra e raid aerei, cui Israele ha risposto assediando l’area della Striscia e bloccando le forniture di cibo, elettricità, carburante e acqua. L’escalation militare ha aperto uno scenario di guerra che ha generato nella comunità internazionale grande apprensione per il rischio di una estensione del conflitto ben oltre il contesto regionale.








Due popoli, due stati. È questa l’unica soluzione sensata e realmente praticabile, a patto di volerla davvero. E infatti essa è naufragata più volte, tra interessi economici ed estremismi politici e religiosi, sapientemente quanto cinicamente aizzati proprio nei momenti che sembravano più promettenti per arrivare davvero a una soluzione, forse non definitiva, ma almeno duratura.
Deprime il fatto che, anche questa volta, dopo quella Ucraina-Russia, si siano scatenate le opposte “tifoserie”, nella migliore delle ipotesi prive di ogni cognizione storica, ma più spesso in mala fede.
Grazie dell’ottimo articolo, prof!