Il 9 novembre 2016, contrariamente a tutte le previsioni avanzate dai più famosi statistici, Donald Trump era stato eletto Presidente degli Stati Uniti.
Quello stesso giorno un’azienda britannica poco conosciuta diffondeva un comunicato stampa: “Prendiamo atto con grande soddisfazione del fatto che il nostro rivoluzionario approccio alle comunicazioni basate sui dati ha svolto un ruolo centrale nella straordinaria vittoria del presidente eletto Trump”.
Si tratta della Cambridge Analytica, protagonista dei big dati, le cui vicende sono ben note.
Il 7 gennaio 2021 Mark Zuckerberg sul suo profilo Twitter annuncia, in seguito al tentato golpe negli Usa, di aver sospeso l’account Facebook di Donald Trump.
Una decisione a sua modo storica, che dimostra lo straordinario potere politico delle piattaforme.
E’ innegabile che i social network hanno permesso a Trump di dire tutto quello che voleva e anche di organizzare in serenità gli eventi del 6 gennaio, incitando per giorni alla rivolta davanti agli occhi di tutti.
Ma questo significa che quanto avvenuto è colpa dei social network?
Ancora una volta, si è aperto il dibattito che tiene banco dal quel 2016: è colpa di Facebook se ha vinto Donald Trump?
Se in Europa l’estrema destra e il populismo viaggiano a gonfie vele?
Se le teorie del complotto vanno sempre più di moda?
Il punto è che i social network sono una parte fondamentale del mondo reale e come tale vanno trattati.
Ora si tratta di capire se ha davvero senso che Mark Zuckerberg diventi l’arbitro della verità e decida chi ha diritto di rivolgersi a miliardi di altre persone e chi invece deve restare nell’ombra.
Ovvero può essere una società privata a esercitare il potere di censura?
Oppure occorre una ennesima autorità pubblica a decidere il limite oltre il quale il messaggio politico sui social diventa fonte di manipolazione e di pericolo per le istituzioni democratiche?
Sono le legittime preoccupazioni sottolineate proprio da chi, oggi, critica la decisione dei social network di sospendere gli account del Presidente.
Osservazioni tutte condivisibili. Vale però la pena di segnalare che, in contesti diversi, tutto questo già succede, ad ogni utente, a tutti noi.
Il problema, quindi, non è che Trump è stato infine censurato. Semmai il problema è che fino a oggi, a differenza di quanto sarebbe avvenuto per un qualunque utente di Facebook, gli è stato permesso di violare queste regole in continuazione, con post razzisti, che incitano alla violenza o altro ancora.
L’enorme potere decisionale nelle mani di Facebook e Twitter è senz’altro una questione dei nostri tempi, degna di massima attenzione.

Michela Pagliarulo
Avvocato







