

IL PERICOLO DELLA SECESSIONE DEI RICCHI
di Gianfranco Viesti
È attualmente in discussione in Commissione Affari Costituzionali del Senato un disegno di legge governativo che potrebbe aprire la strada alla concessione di poteri molto maggiori e di risorse finanziarie assai rilevanti alle Regioni che hanno avanzato la richiesta di autonomia differenziata. Gianfranco Viesti, sintetizzando i principali contenuti di un suo recente volume, spiega perché, se questo avvenisse, sarebbe seriamente minacciata l’unità sostanziale del nostro paese e potrebbe configurarsi una “secessione dei ricchi”.

Prospettive del regionalismo in Italia
Quali sono il quadro e le prospettive del regionalismo italiano, e più in generale lo stato del decentramento politico e amministrativo nel nostro paese?
Si tratta di una domanda importante, che riguarda il potere e i diritti dei cittadini in Italia: i livelli di governo che hanno maggiore possibilità, per competenze e risorse economiche, di prendere le decisioni più importanti sulle grandi politiche pubbliche; e come e quanto, a seconda dell’organizzazione del potere, possono essere garantiti i diritti costituzionali dei cittadini nei diversi territori del paese.
Temi con una grande valenza politica, che influenzano tanto i principi di parità dei diritti di cittadinanza degli italiani quanto il funzionamento di alcuni grandi servizi pubblici nazionali, a partire dalla scuola.
Le tesi di fondo
La questione è analizzata nel mio volume “Contro la secessione dei ricchi” le cui tesi di fondo sono due.
La prima è che il grande processo di decentramento dei poteri, in particolare a favore delle regioni – avviato in Italia negli anni Novanta e fortemente consolidato dalla riforma costituzionale del 2001 – ha determinato un quadro assai insoddisfacente, ricco di conflitti e di problemi, che merita senz’altro una paziente e incisiva azione di miglioramento e di riforma, senza eccessivi sbandamenti nelle opposte direzioni di un maggiore accentramento o di un ulteriore decentramento dei poteri.
La seconda tesi è che il dibattito politico degli ultimi anni non è orientato a risolvere questi problemi, ma a crearne di nuovi, gravi. È incentrato sulle richieste di decentramento asimmetrico e di maggiori poteri e maggiori risorse, ai sensi del terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione.:
Il regionalismo differenziato, per come sono state concretamente formulate le richieste prima da tre regioni e poi da altre, è un processo da evitare perché peggiorerebbe la situazione d’insieme, concentrerebbe troppo potere nelle mani di pochi presidenti di regione e renderebbe ancora più difficile garantire i diritti civili e sociali a tutti i cittadini.
Dunque, avrebbe conseguenze negative sull’intero paese e sui suoi cittadini anche per molti versi, quelli delle stesse regioni che desiderano nuove competenze. Non si tratta infatti di decentramento, bensì di una sostanziale “secessione dei ricchi”.
La secessione dei ricchi
Con “secessione dei ricchi” si definisce il processo che si avvierebbe con la concessione alle regioni delle nuove competenze così come richieste. La parola “secessione” è usata per richiamare una separazione che, seppure non di diritto, sarebbe nei fatti.
Le Regioni dotate di maggiori autonomie si configurerebbero infatti come delle regioni-Stato, seppur formalmente ancora dentro la cornice nazionale. Esse godrebbero di poteri estesissimi e delle risorse per esercitarli, anche se in modo differenziato fra di loro.
Parallelamente, si avrebbe un depauperamento della capacità del governo e del Parlamento italiano di affrontare questioni vitali con le politiche pubbliche ritenute più opportune. Ad essi rimarrebbero ritagli di competenze per ritagli di territori: l’Italia diventerebbe un paese arlecchinesco, confuso, inefficiente.
La secessione è dei ricchi in due sensi. In senso geografico, perché le nuove regioni-Stato includerebbero inizialmente quelle più ricche, che hanno avviato il processo, con una cesura rispetto al resto del paese.
All’obiezione che già oggi le disparità territoriali sono significative è facile replicare: esse sono un dato di fatto che, a norma della Costituzione, si cerca di contrastare; con l’autonomia regionale differenziata diverrebbero disparità previste dalle norme.
Lo è in senso economico-sociale, poiché il processo è spinto dal desiderio degli amministratori di queste comunità di poter disporre di una parte del gettito delle tasse pagate nelle loro regioni superiore a quanto oggi lo Stato spende nei loro territori.
Risorse che, a norma di Costituzione, devono essere utilizzate per fornire essenziali servizi pubblici, e quindi garantire diritti di cittadinanza, a tutti gli italiani, indipendentemente dal luogo in cui vivono. In Italia vigerebbe una sorta di ius domicilii, che lega i diritti alla residenza.
Realtà dei paesi europei
Per argomentare queste conclusioni è utile, in primo luogo, una comparazione internazionale: la realtà dei paesi europei è profondamente diversa.
Negli ultimi decenni è generalmente cresciuto il grado di decentramento, anche se esso continua a presentare grandi differenze fra paesi come Germania e Spagna, da un lato, e Francia, dall’altro.
Non è possibile individuare un livello ottimale di trasferimento di poteri dallo Stato nazionale verso regioni ed enti locali: vi sono, in teoria e nell’esperienza internazionale, vantaggi e svantaggi di cui bisogna tenere attentamente conto.
Vi sono poi esperienze di decentramento asimmetrico, cioè di poteri diversi attribuiti a enti dello stesso livello di governo, e anch’esse sono in aumento. Tuttavia, riguardano principalmente il governo delle città e non le regioni. Il caso spagnolo è di particolare interesse, soprattutto perché in quel paese vi è un decentramento asimmetrico dei poteri e dei meccanismi finanziari delle comunità autonome (assimilabili alle regioni italiane); ma proprio le vicende spagnole del XXI secolo mostrano i rilevanti rischi di conflitto associati a queste asimmetrie.
L’Europa ha visto vere e proprie secessioni: ma attualmente, nei paesi membri dell’UE, sono assai più interessanti le dinamiche che possono portare a “secessioni di fatto” per cui l’unità nazionale è modificata sostanzialmente anche se non formalmente.
Le riforme in Italia
In Italia il ruolo degli enti locali e in particolare delle regioni è fortemente cresciuto dopo la riforma costituzionale del 2001.
Ma l’assetto che ne è scaturito è largamente insoddisfacente. Il quadro dei poteri è confuso e conflittuale; nei primi venti anni del secolo, il livello di governo nazionale si è indebolito e si è fortemente accresciuto il ruolo delle regioni e dei loro presidenti, con atteggiamenti di “sovranismo regionale” volti ad accrescere il loro potere e la loro capacità di intermediare risorse pubbliche.
Province e aree metropolitane sono in una situazione di grande incertezza, mentre i comuni – storicamente perno del governo locale in Italia e più vicini ai cittadini – sono schiacciati dalla carenza di risorse e dal controllo che le regioni esercitano su di loro.
Per di più le autonomie speciali esistenti determinano rilevanti, ingiustificate iniquità. In questo quadro i cittadini non hanno la possibilità di conoscere e giudicare ciò che i loro amministratori fanno, e il livello centrale non interviene per garantire i loro diritti, come è evidente nel caso della sanità.
Tuttavia, alla fine degli anni Venti la pandemia Covid ha tragicamente mostrato i costi di questa situazione, e la più importante iniziativa di politica economica, il PNRR, ha visto una forte centralizzazione del potere nell’esecutivo nazionale.
La riforma sull’autonomia differenziata
Gli aspetti economici dell’attuale decentramento italiano sono definiti dalla legge 42 del 2009 – che mira ad attuare i nuovi articoli della Costituzione relativi al finanziamento di regioni ed enti locali –, inclusi i capisaldi dell’intero meccanismo: i livelli essenziali delle prestazioni, cioè il nucleo dei diritti sociali e civili da definire e garantire a tutti i cittadini sull’intero territorio nazionale; e i fondi perequativi, volti a determinare parità nei finanziamenti a realtà amministrative operanti in territori con diversa ricchezza. Ma la legge ha fatto pochissimi passi in avanti.
Quasi nessuno per quanto riguarda le regioni, anche considerando che il finanziamento della loro principale voce di bilancio, e cioè la sanità, non tiene conto dei fabbisogni di salute della popolazione: in sanità i livelli essenziali di assistenza esistono da molto tempo, ma sono irrilevanti per determinare fabbisogni e finanziamenti.
Per quanto riguarda i comuni, invece, la legge 42 è stata estesamente applicata, anche grazie a un importante sforzo tecnico. Ma a lungo in modo distorto: in assenza dei Lep, i fabbisogni sono stati rapportati alla spesa storica; il fondo di solidarietà comunale procede con tempistiche assai lente, e dovrebbe andare a regime solo trent’anni dopo la riforma costituzionale.
In questo quadro, tuttavia, vi sono anche esempi positivi: è il caso del LEP, relativo ai nidi fissato nel 2022, e accompagnato da finanziamenti aggiuntivi per consentire a tutti i comuni di realizzarlo. Vicenda che mostra come siano necessari una volontà politica determinata e un attento disegno tecnico per procedere verso una maggiore uguaglianza fra i cittadini.
Ma questi temi non sono sull’agenda politica. Dominano le vicende dell’autonomia differenziata, che fu originata dalle richieste delle giunte regionali di Veneto e Lombardia di acquisire tutte le competenze possibili mantenendo nel loro territorio una parte di quello che definiscono il loro residuo fiscale; e che ha preso slancio quando l’Emilia-Romagna guidata dal Partito democratico, avanzò analoghe richieste.
A inizio 2018 il governo Gentiloni ha siglato Pre-Intese dai contenuti estremamente discutibili con le tre regioni. Il successivo governo Lega-Movimento 5 Stelle è arrivato davvero a un passo dal concedere tutti i poteri e i privilegi finanziari richiesti, frenato solo da una riconsiderazione del tema da parte dei 5 Stelle.
Uscita dalle priorità nel periodo del Covid, l’autonomia regionale differenziata è tornata in primo piano nel 2022 con il governo Meloni, che ha fatto propria una legge-quadro proposta dal ministro leghista Calderoli per favorire il più possibile le richieste regionali.
Le conseguenze negative della riforma in corso
Perché è una secessione dei ricchi? L’Italia sarebbe radicalmente trasformata con la nascita di regioni-Stato al suo interno. Esse, infatti, godrebbero di poteri estesissimi in materie fondamentali, dalla scuola alla sanità, dalle infrastrutture all’ambiente, alle politiche industriali e in molti altri ambiti, come è dettagliatamente ricostruito nel volume.
Avrebbero fine la scuola pubblica italiana, il Servizio sanitario nazionale, il sistema unitario delle infrastrutture e dell’energia. Il tutto in un quadro di estrema confusione, dato che le competenze richieste dalle regioni – a cui è assai probabile che si affianchino subito tutte le altre a statuto ordinario – sarebbero comunque differenziate fra loro. Il governo centrale avrebbe poteri residuali, e competenze su ritagli geografici.
L’Italia diverrebbe un paese arlecchino, nel quale sarebbe impossibile condurre fondamentali politiche nazionali, anche nel solco di quelle europee; e nel quale il sistema delle imprese andrebbe incontro a crescenti difficoltà per la frammentazione legislativa e operativa che si potrebbe creare in molti mercati, dall’edilizia ai prodotti alimentari.
Ma la secessione dei ricchi si verificherebbe anche per gli aspetti economici. Le regioni richiedenti mirano infatti a ottenere condizioni vantaggiose del tutto assimilabili a quelle delle autonomie speciali.
Veneto e Lombardia hanno da sempre chiaramente collegato le richieste di autonomia al desiderio di trattenere per sé una parte del cosiddetto residuo fiscale regionale, cioè di un ipotetico ammontare pari alla differenza fra il gettito fiscale e la spesa pubblica che hanno luogo nei loro confini.
Si tratta dei “soldi del Nord” della tradizione leghista: un calcolo fuorviante, che non tiene conto delle disposizioni costituzionali relative alla progressività del prelievo fiscale e all’universalità dell’accesso dei cittadini ai servizi pubblici: i residui fiscali fanno capo agli individui, non ai territori.
Lo strumento per ottenerlo è complesso tecnicamente, ma chiaro politicamente: la previsione di un’aliquota di compartecipazione al gettito dei tributi nazionali, che consentirebbe alle regioni di godere di risorse garantite senza dover tassare i propri cittadini.
Risorse che con il tempo potrebbero crescere, a danno degli altri italiani. E nulla si sa circa altri possibili effetti finanziari a loro vantaggio, ad esempio connessi al trasferimento gratuito di parti del patrimonio pubblico nazionale.
A poco vale l’enfasi comunicativa sulla contemporanea determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (LEP): a parte le difficoltà tecniche, fissarli senza garantire risorse aggiuntive molto ampie significa cristallizzare le disparità esistenti.
La riforma voluta dalla Lega porta verso la divisione dell’Unità nazionale
I ministri leghisti a cui è stata affidata la questione – prima nel governo Conte I, poi nel governo Meloni – hanno cercato di prevedere modalità procedimentali per arrivare all’autonomia differenziata, le più favorevoli possibili per le regioni.
Sono basate sulla centralità della trattativa fra gli esecutivi nazionale e regionale, sulla marginalizzazione del ruolo del Parlamento, cui sarebbero affidati compiti di mera testimonianza, sulla massima segretezza possibile sugli specifici contenuti delle Intese Stato-Regioni, da tenere accuratamente al riparo dall’attenzione dell’opinione pubblica, sul trasferimento delle fondamentali scelte di dettaglio a commissioni paritetiche, sempre Stato-Regioni, con decisioni anch’esse al riparo dall’intervento del Parlamento e della Corte costituzionale.
Il disegno di legge governativo che mira a questi risultati è attualmente (ottobre 2023) in discussione in Senato.
L’Italia ha bisogno di un paziente processo di riscrittura dei suoi assetti decentrati, senza nostalgie centralistiche o fughe in avanti.
Le richieste di maggiore autonomia così come presentate dalle regioni Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna dovrebbero essere respinte; l’articolo 117 della Costituzione rivisto, il terzo comma dell’articolo 116 eliminato, o quantomeno radicalmente trasformato (come proposto da una legge di iniziativa popolare promossa dal Coordinamento per la democrazia costituzionale, pure attualmente in discussione in Senato).
Ne va del futuro dell’Italia nei prossimi decenni.
Presentazione di Flora Villani

Nello scorso mese di marzo il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge delega proposto dal leghista Calderoli per l’attuazione dell’autonomia differenziata nelle regioni a statuto ordinario.
E’ una proposta di legge che conferisce al governo il potere di trattare direttamente con le regioni che faranno richiesta di tale autonomia. Al Parlamento il ruolo di mero spettatore, senza alcuna possibilità di modificare le intese raggiunte tra singola regione e governo, ma solo il compito di esprimere “atti di indirizzo” in una prima fase e, successivamente, di semplice ratifica del disegno di legge già predisposto dal governo.
Le materie su cui le regioni potranno chiedere di legiferare sono 23, così come previsto dall’art. 116 e 117 della Costituzione, un ventaglio molto vasto di competenze che vanno dall’energia alle infrastrutture, dall’istruzione alla ricerca scientifica e tecnologica, dal coordinamento della finanza pubblica al sistema tributario, dalle infrastrutture ai beni culturali e ai porti e aeroporti. E l’elenco continua, basta leggere gli articoli della Costituzione su menzionati.
Ma la Costituzione non impone, dice che lo Stato può delegare alle Regioni alcune competenze. E comunque l’art. 117 va integrato con il 119 che prevede forme di aiuto alle regioni o Enti locali con minore capacità finanziaria allo scopo di garantire equità nella distribuzione delle risorse tra i vari territori e uguali condizioni nella fruizione dei diritti da parte di tutti i cittadini.
La verità è che Calderoli e la Lega vogliono separare il nord dal resto del Paese, lasciando oltretutto invariate le attuali disparità di finanziamento che da circa venti anni penalizzano le regioni meridionali legandole al famigerato principio della spesa storica, o a criteri non equi per l’assegnazione delle risorse per la sanità.
I Livelli Essenziali delle Prestazioni i LEP, pure previsti dal disegno di legge Calderoli, non sono finanziati per il 2023, poiché in Finanziaria non ce n’è traccia. Quindi si dovrebbe partire con l’autonomia differenziata nel 2024 lasciando immutati i divari esistenti tra le varie regioni. (Perché poi proporre Livelli Essenziali delle Prestazioni e non livelli Uguali delle Prestazioni per tutti i cittadini di questo sfortunato Paese?)
Sia nella Commissione Affari Costituzionali del Senato che nel Comitato per la definizione dei LEP ci sono state importanti voci di dissenso rispetto alle proposte Calderoli (leghista incallito che spera di concludere con questo governo un progetto di vecchia data della Lega Nord di Bossi). Le elenco, lasciando poi al professore il commento su questi NO.
In Commissione affari Costituzionali del Senato hanno espresso forti perplessità: Banca d’Italia, Corte dei Conti, Confindustria, Servizio di Bilancio del Senato, Alcuni Sindacati (UIL e CGIL), SVIMEZ, L’ANCI nella persona del suo presidente sindaco di Bari Decaro, Alcuni presidenti di regione tra cui il nostro Emiliano. In altra sede si è dichiarata perplessa la Commissione Europea Ed anche la Conferenza Episcopale Italiana e l’Arcivescovo di Napoli. Nel Comitato per la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (presidente Sabino Cassese) ci sono state di recente dimissioni eccellenti, non condividendo alcuni suoi membri il merito e il metodo con cui stanno procedendo i lavori: Giuliano Amato Franco Bassanini (costituzionalista, parlamentare, ministro per la funzione pubblica) Franco Gallo (giurista, prof di diritto tributario) Alessandro Pajno (docente di pubblica amministrazione presso l’univ. Bologna, Roma, LUISS, Scuola Sup. Sant’Anna di Pisa, diversi incarichi di governo) Luciano Violante, Anna Finocchiaro, Franco Scoca (docente di diritto amministrativo presso varie università italiane e straniere)
Commenti post incontro
Flora Villani : Stasera in Biblioteca il prof. Viesti ha tracciato un quadro preoccupante dell’ipotesi di autonomia differenziata così come si sta delineando nella discussione in Commissione Affari Costituzionali del Senato. Un gravissimo rischio per la unità del nostro Paese e per la vita quotidiana di noi cittadini.
Bruna Civilla : Preoccupante anche il fatto che lo stato dell’arte della autonomia differenziata sia relativamente avanzato nella totale o quasi assenza di informazione da parte dei mezzi di comunicazione. La trattativa in corso fra governo e le tre regioni richiedenti è caratterizzata da un’assurda segretezza sui contenuti.
Paola Bruno : Il sindaco della nostra città non ha ritenuto di portare un saluto e il suo pensiero alla discussione sull’autonomia differenziata che tocca la democrazia del nostro paese. Continuo a chiedermi come arrivare a far conoscere alla comunità cittadina la grave situazione che si va delineando. Come informare il popolo? Non bastano le nostre prese d’atto nel chiuso.
Antonio Guccione: Poiché il Governo sta cercando di mettere la sordina a questa ” secessione ” noi dobbiamo fare esattamente l’opposto. Portarla alla attenzione di tutti! Con tutti i mezzi democratici e legali possibili. Individualmente Parlarne sui social, con i conoscenti, partecipare a tutte le iniziative al riguardo. E come Partito organizzare una MANIFESTAZIONE CITTADINA ( un corteo con comizio, una Fiaccolata, un sit in) per sensibilizzare l’amministrazione e coinvolgere quanti più cittadini possibile.
IMMAGINI DELL’INCONTRO
Intervista di Roberto Ciccarelli del Manifesto a Gianfranco Viesti del 20.10.23
Questo non è il primo libro che lei dedica ai problemi dell’attualità politica e sociale più stringente. Cosa implica l’impegno contro l’autonomia differenziata per un economista in una disciplina definita «una scienza triste»?
Sono un professore all’antica e credo che gli universitari abbiano tre doveri: insegnare, fare ricerca scientifica, partecipare al dibattito pubblico locale e nazionale. Abbiamo un ruolo importante di traduttori di temi complessi per i cittadini. Ruolo che, nell’Italia di oggi, è ancora più importante perché mancano sostanzialmente i partiti e le altre organizzazioni che hanno ricoperto questo ruolo in passato. I cittadini sono disinformati e smarriti. Personalmente cerco di imitare, senza riuscirci vista la loro statura, alcuni grandi maestri del passato, da Giorgio Fuà a Paolo Sylos Labini. Ci hanno insegnato che l’indispensabile rigore formale, l’attenzione ai numeri e alle fonti accademiche vanno sposate con l’interpretazione dei fenomeni sociali e politici per contribuire al dibattito pubblico.
Nella storia degli intellettuali meridionali ha avuto un peso importante l’idea della trasformazione sociale. Lei che vive e insegna all’università di Bari si sente parte di questa storia?
La carica civile e sociale di questa storia è decisiva. Alla sua base c’è un’idea: il Mezzogiorno non è altro dall’Italia, ma è un pezzo più debole dell’Italia. Oggi vanno senz’altro studiate le politiche territoriali, ma quello che conta davvero sono le grandi politiche nazionali e globali. Chi si occupa di economie regionali, non può che rivolgere la propria attenzione alle grandi questioni che influenzano tanto le diseguaglianze tra le persone quanto quelle tra i luoghi. Il libro l’ho scritto partendo da questa impostazione culturale.
Che cosa intende per «secessione dei ricchi»?
È un processo politico volto a creare regioni-stato, a partire da Lombardia e Veneto, dotate di poteri enormi sulle politiche pubbliche e con risorse finanziarie proporzionalmente maggiori rispetto ad altre regioni nel resto del paese. Ci possono essere secessioni esplicite e implicite. La strada che si sta seguendo è quella di una vera rottura del paese lasciando formalmente intatto l’involucro nazionale.
Quali sono le differenze o le analogie con i processi di decentramento in Europa?
Il caso più rilevante è quello della Spagna. La comparazione dimostra che, nel caso italiano, non stiamo discutendo di autonomia, un concetto molto positivo a mio avviso, ma di differenziazione fra le regioni. Le autonomie, nei paesi europei, hanno un significato positivo rispetto alla forma-stato all’interno del quale il potere è organizzato su più livelli. La differenziazione è tutt’altro: è un processo in cui alcuni soggetti, all’interno dello stesso paese, diventano più potenti e ricchi rispetto ad altri. A scanso di equivoci preciso che, da parte mia, non c’è alcuna nostalgia per gli stati autoritari fortemente centralizzati.
Questi processi sono emersi da una trentina d’anni almeno. Che cosa li ha generati?
La crisi in cui versa il paese da allora e, in particolare, le politiche dell’austerità dal 2008 in poi. Il consenso verso strategie di egoismo territoriale è cresciuto per le palpabili difficoltà dei cittadini, anche in Lombardia e nel Veneto, abituate a un tenore di vita e a un livello di servizi molto alto.
Cosa chiedono le élite delle regioni più determinate?
Le loro richieste sono sterminate e sostanzialmente eversive dell’Italia così come la conosciamo. Vogliono tutte le principali politiche pubbliche in mano alle regioni e, al livello statale, frammenti residuali di competenze.
Prospetta una realtà inquietante: il processo dell’autonomia differenziata è stato concepito per «tenere l’opinione pubblica il più possibile all’oscuro». Cosa sta succedendo?
C’è un pericoloso silenzio dei mezzi di informazione di massa e i cittadini ne sanno pochissimo. L’esplicita strategia è ottenere il risultato alzando cortine di fumo, ad esempio con la discussione che si sta facendo sui cosiddetti «Livelli essenziali di prestazione» (Lep) discussione poco utile in mancanza di risorse per finanziarli. Non pretendo che la si pensi come la penso io ma mi pare difficile sostenere che si tratti di questioni marginali. Sono temi della massima importanza e dovrebbero essere oggetto di un dibattito politico e parlamentare nel paese di cui non c’è traccia.
Perché?
Per due ragioni. Sin da quando si è iniziato a parlare di «autonomia differenziata» nessuna delle forze politiche ha coerentemente e sistematicamente avversato il progetto. Poi c’è il ruolo dei media che hanno sempre dedicato poco spazio alla questione, derubricandola quasi a una questione dei meridionali. Purtroppo, pensano di acquisire benemerenze nei confronti del governo non sollevando un problema che può provocare spaccature profondissime nella maggioranza.
Lei è molto duro anche con il Partito democratico e con i responsabili politici dell’Emilia Romagna.
Perché?
Perché la regione Emilia-Romagna si è affiancata dal 2017 a Lombardia e Veneto, con mia grande sorpresa e dispiacere. Il governo Gentiloni ha poi aperto loro la strada nel 2018, al contrario di quel che aveva fatto Berlusconi nel 2008.
Si prospetta uno scambio tra il «presidenzialismo» sostenuto da Fratelli d’Italia e l’autonomia differenziata della Lega?
Così sembra. Personalmente sono contrario a entrambi gli ingredienti, ma noto che siamo in presenza di un governo assai approssimativo con basi culturali molto deboli. Ho l’impressione che non sappia esattamente bene quello di cui parla e metta insieme due riforme opposte.
Cosa accadrebbe se le realizzassero entrambe?
Un disastro. Un paese con meno democrazia, con fortissime concentrazioni di potere nelle mani di poche persone; un paese arlecchino e inetto, incapace di realizzare le proprie politiche. Uno scenario davvero molto preoccupante.
Che fine farebbe il servizio sanitario nazionale?
Morirebbe. La secessione dei ricchi creerebbe sistemi regionali del tutto indipendenti; con tutta probabilità con un ruolo del privato ancora maggiore rispetto ad oggi.
E la scuola, le politiche industriali e sociali?
Sulla scuola vedo un po’ più di ostacoli, ma tutto può accadere. L’intenzione è creare sistemi scolastici regionalizzati, selezionando gli insegnanti. Con gli insegnanti dipendenti dalle regioni verrebbe meno la loro tutela sindacale nazionale. Sulle politiche industriali la secessione darebbe tutti i poteri alle regioni: un percorso opposto rispetto alla necessità di disegnare una strategia nazionale nel quadro delle nuove, possibili, politiche europee.
Come si ferma tutto questo?
Dal basso, percorrendo le strade del Sud e del Nord, parlando ai cittadini. Creando al Sud problemi di consensi a Fratelli d’Italia e al Nord scuotendo l’opinione pubblica un po’ narcotizzata dalla modesta opposizione degli intellettuali e delle forze politiche di centrosinistra.


















Discorsi difficili in un contesto in cui molti meridionali, magari lavoratori dipendenti, hanno votato per il centrodestra, non saprei con quale logica e aspettandosi cosa. In più, va rimarcato il contributo dato dai governi di centro sinistra a questo progetto tutto di destra. Giusti i propositi di Antonio Guccione sulla necessità di parlarne e informare, ma andrebbero finalizzati a una forte azione di lobbing nei confronti dei parlamentari meridionali, pur nella consapevolezza che essi saranno propensi più a non pestare i piedi ai propri referenti nazionali, che a tutelare i cittadini da cui hanno preso i voti.
Quindi, la speranza è che, per qualche motivo ad oggi non prevedibile, questa maggioranza venga meno e la gente impari finalmente a votare e a chiedere conto ai parlamentari del territorio (magari “segandoli” alla tornata successiva), prima di esaltarsi – esempio tutto locale – per l’attracco nel nostro porto dell’ennesima lussuosa nave da crociera, con Lamborghini e altre amenità a contorno.