
Lo specchio di Elena
L’omicidio di Giulia Cecchettin ha provocato una reazione imprevista nell’opinione pubblica. Mai prima d’ora un delitto di questo tipo aveva mosso così tanti opinionisti, scrittori, intellettuali, discorsi in famiglia, nelle scuole, nelle piazze.
In molti ci siamo chiesti come mai questo caso abbia avuto più attenzione rispetto ai tanti, troppi, che l’hanno preceduto.

Tra le possibili risposte, ne azzardo una: non è andata in onda la solita sceneggiatura da programma pomeridiano. Lì dove ci saremmo aspettati parenti che crollano davanti ai microfoni, frasi sgrammaticate in accento dialettale, occhi gonfi di lacrime catturati dai cameraman da tele tragedia, ci siamo invece ritrovati Elena Cecchettin, la sorella di Giulia, che, in un italiano perfetto, ha pronunciato frasi precise, pensate, mirate: “il femminicidio non è un delitto passionale, ma un delitto di potere”, “Turetta non è un mostro, il mostro è un’eccezione, ma un figlio sano della società patriarcale”.
Quello di Elena non è stato uno sfogo individuale da aggiungere ai tanti racconti da pornografia del dolore il cui effetto emotivo sarebbe durato fino al successivo spot pubblicitario, ma un discorso all’intera collettività che emerge da una consapevolezza matura e concluso con un vero e proprio j’accuse: mia sorella non è stata vittima della violenza di un maschio isolato, ma delle regole non dette e quindi mai messe in discussione di una società nella quale comportamenti ritenuti inoffensivi come sguardi e risatine, battute fuori posto, catcalling e apprezzamenti non richiesti versano ogni giorno benzina sul fuoco del potere maschile. Un potere che non ammette rifiuto: alla donna non è concessa la libertà di un no. Mia sorella, come le tante donne che l’hanno preceduta nella sventura, è morta a causa di quel no. Ed è vero che Filippo Turetta “era tanto un bravo ragazzo” e che “non avrebbe mai fatto del male a una mosca” perché, nella società che denuncio, non è necessario essere criminali incalliti per far del male a una donna.
Il patriarcato è l’acqua nella quale nuotiamo da millenni, l’aria che respiriamo, la cultura che orienta molte delle nostre scelte, un fenomeno tanto quotidiano e socialmente accettato da emergere con clamore solo nelle sue propaggini più tragiche ed estreme e questo rende il dibattito molto difficile.
Uno, perché il discorso di Elena può non piacere a tutti. Molti, tanto uomini che donne, questa società la vogliono così com’è e proprio non vedono perché debba essere cambiata. E molti maschi non si considerano affatto responsabili: “io non ho mai ucciso e non ucciderei mai, anzi ho conosciuto una donna che picchiava il marito” e il problema lo risolvono così.
Due, perché anche a volercene liberare, la storia non si cancella con un colpo di spugna. Certi processi di liberazione sono lenti.
Bisogna, invece, ammettere che si tratta di una realtà mostruosamente estesa che abbraccia ogni continente e ogni persona di ogni livello culturale e di ogni ceto sociale: esiste un potere maschile che accettiamo da millenni, il cui codice genetico è costituito da sopraffazione e di cui siamo tutti responsabili.
Che fare, a questo punto?
A noi maschi il compito più urgente. Per cominciare, ci tocca chiarire ai nostri figli che, anche se in modo diverso, siamo anche noi vittime. Si nasce maschi e poi si sceglie che tipo di uomini diventare. Ma se il patriarcato non perdona la donna che dice no, è spietato anche con chi persegue una propria idea di maschilità.
Il ragazzino di 13 anni che si impicca sotto la pressione dei compagni che lo insultano poiché poco maschio, è vittima di un modello maschile patriarcale. E chi cresce con i parametri di un certo maschilismo, senza entrare in contatto con le proprie emozioni poco “maschie”, fingendo di non provare mai paura, dolore, gioia, tristezza, cresce senza una parte fondamentale del proprio sé. L’ideale del maschio senza emozioni alla John Wayne può solo combinare danni, quasi sempre irreparabili.
Le emozioni sono importanti, ci saremmo estinti da tempo se non le avessimo mai provate. Ma bisogna saperle riconoscere e utilizzarle e questo si impara, così come si impara a camminare, a parlare, e poi a leggere e scrivere. Ma quando si parla di educazione emotiva, chissà perché, i docenti maschi quasi sempre scompaiono. E, nelle nostre aule, le emozioni dei ragazzi spaventano, tanto i professori quanto, va detto, le professoresse. E l’educazione emotiva, tanto invocata adesso, è stata quasi sempre considerata perdita di tempo dalla maggioranza di noi insegnanti, subissati da impegni ben più importanti come i voti da assegnare, almeno tre a quadrimestre, e il programma da portare avanti: ci sono gli esami finali e comunque il giudizio dei docenti della scuola di grado successivo incombe, non sia mai dicano che i miei alunni non sanno leggere, scrivere e far di conto. Eppure gente come Goleman, Lucangeli, Galimberti, ma la lista sarebbe lunga, ce lo insegnano da decenni che la cura delle emozioni in classe favorisce l’apprendimento.
Analfabetismo emotivo (trasversale a ogni livello sociale e culturale) e patriarcato possono diventare una miscela micidiale. Quando esplode, noi maschi alziamo la voce, spingiamo, schiaffeggiamo, uccidiamo. Anche, e soprattutto, fra mura domestiche. E l’alibi delle mamme che ci hanno cresciuti secondo regole patriarcali (e, quindi, la colpa è pur sempre delle donne) ormai non basta più perché Elena ci ha messi davanti a uno specchio: tu sei così e ricordatelo quando, fra tre giorni, morirà un’altra donna. Una ogni tre giorni.
La Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne non basta più.
Non esiste alternativa al riconoscere che io, proprio io, sono portatore di patriarcato. Non perché cattivo, ma perché nato maschio in una società da sempre patriarcale. E, se non lavoro ogni giorno per liberarmene, se non studio, se non accetto il confronto, se non analizzo il mio modo di pensare e di agire, maschio patriarcale morirò.
Una grande donna, Letizia Battaglia, diceva che non bisogna mai stare dove ti hanno messo gli altri. Noi maschi siamo in grado, malgrado la nostra storia, di decidere dove, come e con chi stare, cioè di diventare uomini? E, soprattutto, lo vogliamo davvero?








