
Mentre è in atto la lotta contro il brigantaggio restano gravi i problemi economici e finanziari del Regno.
Alto è il costo della costruzione dello Stato Unitario che per giunta si è accollato i debiti pubblici di tutti gli Stati preesistenti nella Penisola.
Il governo, alle prese con un deficit pauroso che ammonta a circa 2 miliardi e 242 milioni di lire dell’epoca, usa qualsiasi mezzo per raggiungere il pareggio di bilancio.
Aumentano i prezzi di sale e tabacco, è imposta una ritenuta sugli stipendi, è applicata la tassa mobiliare, quella sui fabbricati e più tardi quella sul macinato.

L’aumento del costo del sale induce i cittadini di Monopoli a procurarselo dall’acqua di mare raccolta nelle conche degli scogli.
Il 2 maggio 1863 Vito Indiveri e Giacomo Martinelli, sorpresi a raccogliere il sale, aggrediscono la guardia scelta doganale Pellegrino.
Il contrabbando aumenta: il 9 giugno 1863 due agenti sono feriti in località Torre Ancina da alcuni individui che trasportano 7 sacchi di sale da Polignano a Monopoli.
Nel novembre 1864, con una lettera riservata al prefetto di Bari, il sindaco Francesco Turchiarulo analizza le condizioni dei tempi:
Signore, per debito d’ufficio non può il sottoscritto tralasciare di esporre l’impressione tristissima prodotta su questa popolazione dall’annuncio fatto dal Ministero della Guerra sullo stato finanziario dell’Italia e della proposta e dei mezzi per sopperire ad un disavanzo mostruoso.
L’aumento sul sale e tabacco, oggetto di generale uso e necessità, si ritiene impopolare e favorente il contrabbando dei generi suddetti.
Così per gli stipendi sui quali gravita una ritenuta del 2%, ed ora la tassa mobiliare, ed in tempi in cui tutto costa il doppio di prima.
Ciò poi che si ritiene assolutamente gravoso e difficile ad effettuarsi sarebbe l’anticipo forzoso di una annata di fondiaria.
Ed invero se si potesse fare estrazione dalla situazione generale, e riguardare esclusivamente quella singola di questo paese, non potrebbesi che sconvenirvene; paese che non ha né industrie né risorse straordinarie, ma tutto vive dall’entrata olearia.
Quindi si sparla, si mormora, si osserva, si insinua, si fanno discorsi e confronti col caduto governo e si grida da tutte le parti contro l’attuale amministrazione.
Tutto ciò si delinea all’alto intendimento della S.V. perché resti edotta delle voci e spirito pubblico.
Con legge del 1868 il parlamento istituisce la tassa sul macinato, proposta anni prima da Quintino Sella, in misura di lire 2 al quintale di grano e lire 1 al quintale di granturco.
L’economia di Monopoli, prettamente agricola, subisce un duro colpo. Il salario giornaliero di un operaio è di soli 6 soldi.
Nei tumulti contro il macinato sono uccise nel sud 600 persone e arrestate 12.000.
Anche 33 vescovi, incolpati dei disordini, sono arrestati.
Nel 1866, con una ingloriosa azione militare a cui si dà il nome di Terza Guerra d’Indipendenza, viene annesso allo stato unitario anche il Veneto.
Verso la fine del 1868 la Puglia è percorsa da emissari di partiti avversi alle istituzioni del Regno d’Italia.
In data 22 novembre il sindaco Federico Indelli scrive all’Ispettore di Pubblica Sicurezza Girardi raccomandando una oculata sorveglianza per un certo Pantano, nativo di Sicilia, che percorre le tre Puglie sotto veste di emissario di un partito che egli chiamava Veneto d’Azione, ma realmente è reazionario.
Il prefetto Bartolomeo Amari-Cusa, il 6 dicembre 1869, raccomanda al sindaco di impedire assolutamente dimostrazioni di qualsivoglia natura; sul finire del 1870 invita il sindaco a far sorvegliare un certo Gian Filippo Ghirelli, ex maggiore dell’esercito, sospettato di maneggi mazziniani, rilasciato dalle carceri di Bologna e trasferito a Monopoli. In una lettera riservata del 7 settembre 1870 al sindaco Federico Indelli il Prefetto avverte: Un partito che da sé medesimo si vanta di avere pressoché ogni iniziativa patriottica e di esprimere egli solo la volontà della maggioranza del paese, alacremente sta adoperandosi per commuovere la pubblica opinione e con manifesti, indirizzi e sleali maneggi trascinarla in dimostrazioni quanto incompatibili con le dolorose condizioni dei tempi, altrettanto pregiudizievole a quella calma della quale il Governo ha d’uopo per l’assennato e regolare indirizzo dei pubblici negozi. Valendosi della questione romana, la di cui arduissima soluzione meglio che con gli inconsulti ed anarchici espedimenti sta ora maturandosi dal Governo del Re con quella serenità di giudizio e con quella sicura cautela che solo possono risolverla, questo partito, sotto le speciose proteste di affrettare il compimento delle nazionali aspirazioni, tenta di menomare negli italiani la fiducia nel potere costituito, appellandolo per fini reconditi e per deliberata pusillanimità riluttante se non avverso a questo compimento …ove Ella potesse scorgere taluno intento a turbare l’ordine pubblico vorrà subito procedere contro il medesimo con severa repressione, rendendo questo ufficio informato per telegrafo immediatamente.
Nello stesso anno giunge a soluzione l’annosa “questione romana”, che ha visto negli anni successivi all’Unità l’alternarsi di azioni armate di volontari garibaldini e di iniziative diplomatiche del governo centrale.

Il 20 settembre, la questione viene risolta precipitosamente con la forza delle armi e con la breccia di Porta Pia.
Questo evento viene annunziato al sindaco con un telegramma in cui si legge:
Firenze 20, Bari 20 settembre 1870. Viva il Re, viva l’Italia. La divisione Bixio apriva stamane alle 6 il fuoco contro porta S. Pancrazio (nella fretta del momento così fu chiamata Porta Pia) e bastioni laterali. Successivamente si avvicinò alla città occupando il convento S. Pancrazio e Quattro Venti. La piazza mantenne un fuoco vivo per qualche ora. Verso le 10 inalberò bandiera bianca per ordine del Pontefice. Con Roma capitale d’Italia il sogno di tanti patrioti si avvera, la bandiera tricolore sventola da ciascuno dei sette colli.
Degli anni del Risorgimento Luigi Finamore Pepe, storico monopolitano, nel 1905 così scrive:
È la Resurrezione della nostra diletta patria, che da espressione geografica ha preso il posto nel convito delle grandi nazioni. Bisogna ben ricordare in quale triste condizione versavano le province italiane. Sette serpi ne avvelenavano l’atmosfera, e guai a chi cercasse di sottrarsi alla malefica loro influenza. Chi usciva di casa il mattino non era certo di rientrarvi la sera, perché gli occhi lincei di una polizia scrutinatrice lo seguiva dappertutto, e talvolta le inimicizie, la invidia e la calunnia mutavano il carattere delle persone e ad esse apponevano disegni sovversivi. Per ben due volte nel 1820 e nel 1848, si tentò di scuotere la catena che ci asserviva, ma il sangue e la proscrizione fiaccarono le forze degli Italiani, cosicché nel 1849 si ritornò all’antico stato di servitù. Venne la riscossa finalmente nel 1860, quando un Gran Re, Padre della Patria ed i suoi fedeli e valorosi amici Cavour, Mazzini e Garibaldi, cavaliere senza macchia e senza paura, risollevarono la bandiera del riscatto sostenuta da una schiera di eroi, quali Cairoli, Nicotera, La Marmora, Cialdini, Bixio, Cosenz ed altri cento e cento valorosi, i quali con l’aiuto della Francia, dove imperava un altro italiano, seppero purgare la nostra bella Italia dalla tirannide di quei principiotti che l’avevano ridotta come terra di morti. Ma Vivaddio! Un Re e pochi eroi, per quanto valentissimi, non potevano da soli operare il miracolo della Resurrezione, se non fossero stati seguiti e confortati da un numero infinito di patrioti che brulicavano in ogni parte d’Italia, e specialmente in queste nostre province meridionali sulle quali pesava il più duro giogo della servitù borbonica.
Luigi Finamore Pepe
Nasce a Napoli nel 1816 da Giovanni Antonio e da Pepe Ippolita. Di famiglia agiata, monopolitano di adozione, cavaliere e gentiluomo, è molto stimato dai cittadini. Nel 1897 scrive Monopoli e la Monarchia delle Puglie. Storico del Risorgimento monopolitano, muore a Monopoli nel 1908. 96

A parte l’intonazione retorica e la affrettata attribuzione del titolo di eroi, alcuni spunti sarebbero utili per contrastare un certo facile revisionismo attuale, che dalla giusta critica dei limiti e delle inadempienze dello stato unitario scivola in una sconcertante esaltazione dell’assolutismo borbonico.
Nel 1911 l’Amministrazione Comunale festeggia solennemente il 50° anniversario dell’Unità d’Italia.
Tra gli scrittori monopolitani, che si distinguono per una rievocazione sentita e appassionata dei fatti risorgimentali, spicca la figura di Panfilo Luigi Indelli.
Panfilo Luigi Indelli.

Chiamato comunemente Luigino, nasce il 4 giugno 1890 in via S. Martino da Giovanni Indelli di illustre casato, decaduto per motivi economici, e da Isabella Bernardi, umile popolana.
È ultimo di dodici figli. Degli anni adolescenziali si ricordano alcune sue manie da poeta e alcune stravaganze: alle signore che passeggiano al borgo si diverte a mettere il piede sullo strascico delle vesti; nei giorni di pioggia ama girare sotto l’ombrello intorno al suo isolato.
Frequenta il ginnasio, ma non completa il liceo, si tuffa nello studio come autodidatta. Ha pochi amici, ma ama molto i libri.
A 18 anni collabora a riviste e giornali del tempo, in particolare al quindicinale locale Il Tripode. Il suo sogno è per una fanciulla d’animo perfetto e viver lontan dagli importuni, di cui scrive nell’opera De l’anima.
Nel 1911 riesce a completare con la prefazione dell’insigne storico Carlo Villani l’opera Pagine Dimenticate, in occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, per tener viva la memoria dei patrioti locali, in particolar modo quella del barone Tommaso Ghezzi Petraroli.
Poco tempo dopo, il 6 aprile 1913, muore stroncato da un male incurabile, come aveva presagito nei versi la giornata di questo viver mio in sul primo mattin manca e muore.
STEFANO CARBONARA
dai suoi libri
Monopoli, Viaggio tra Cronaca e Storia. 2012
Monopoli 2020, Passato e Presente. 2020
per interessati ai libri tel. 3384591147







