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Incontro PD sulle donne “Oltre l’otto-la dignità violata”

Organizzato dal Circolo PD e dai Giovani Democratici di Monopoli. Saluti di Michele Suma, Antonella Fiume, Chiara Fanizzi. Interventi di don Davide Garganese, avv. Virginia Dibello, dott.ssa Marilù Napoletano, dott.ssa Mariarosa Giangrande, Shady Alizadeh del PD regionale, Nora Mahmoud del PD di Monopoli, Recitazione di Teresa Pertosa, letture di Marina Barletta.

by Stefano Carbonara
14 Marzo 2024
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INCONTRO 

Il 12 marzo 2024, presso il Salone della Chiesa di S. Antonio in Monopoli, l’incontro pubblico dedicato alle donne  “Oltre l’otto – la dignità violata”, nel ricordo di Lella Leoci, una donna scrittrice monopolitana, recentemente scomparsa, che si è battuta in tutta la sua vita per i diritti delle donne, autrice del romanzo “Immacolata”. 

L’evento, organizzato dal PD Monopoli in collaborazione con i Giovani democratici, ha affrontato il complesso tema della violenza di genere, declinata da prospettive diverse.

La serata si è aperta con i saluti di Michele Suma (segretario cittadino del circolo PD), di Antonella Fiume (assessora alle Pari opportunità del comune di Monopoli) e da Chiara Fanizzi (segretaria dei GD Monopoli):

Michele Suma
Antonella Fiume
Chiara Fanizzi

Teresa Pertosa (Fly-Laboratorio delle arti, Banca Etica) ha recitato, con autentica e coinvolgente passione, il monologo “Lo Stupro” di Franca Rame, uno dei più famosi e laceranti sulla violenza.

Teresa Pertosa

Ha fatto seguito un momento di dibattito con la partecipazione di Virginia Dibello, avvocata, Mariarosa Giangrande, ginecologa, Marilù Napoletano, psicologa e Shady Alizadeh, responsabile diritti umani della segreteria regionale PD.

L’avv. Dibello ha descritto l’evoluzione, dal punto di vista storico-legislativo, della tutela della donna, soffermandosi sulle tappe delle conquiste femminili nel nostro Paese; ha inoltre offerto una panoramica su quelli che sono gli obiettivi previsti dall’Agenda2030 per raggiungere l’uguaglianza di genere.

La dott.ssa Napoletano si è concentrata, invece, sulla necessità della prevenzione e sulle strategie da mettere in atto a livello educativo, sottolineando la centralità della famiglia nell’educazione dei figli e l’urgenza di costruire una rete forte e solidale per contrastare e affrontare la discriminazione di genere.

L’intervento della dott.ssa Giangrande si è incentrato, invece, sul ruolo del medico nel rapporto con la paziente, evidenziando l’importanza della comprensione e sensibilità del personale sanitario nell’affrontare determinate situazioni; la dottoressa si è poi soffermata sulla complessità delle diverse forme di violenza, non solo fisica, che costituiscono per la donna privazioni e limitazioni.  

È stato poi il turno della responsabile dei diritti umani della Segreteria regionale del PD, Shady Alizadeh: “le donne hanno ancora difficoltà ad emanciparsi, soprattutto per un mercato del lavoro che non dà prospettive. Quando parliamo di diritti delle donne, parliamo di diritti umani universali. È necessario intraprendere un percorso di consapevolezza e di passaggio culturale, per andare oltre agli stereotipi che non appartengono ne agli uomini ne alle donne del nuovo millennio; dovremmo avere la forza di essere tutti più femministi.”

La serata si è conclusa con l’intervento di Nora Mahmoud, componente del direttivo PD Monopoli e con la lettura, da parte di Marina Barletta (Presidio del Libro) di un passo del libro “Immacolata” di Lella Leoci.

 


GALLERIA IMMAGINI




 


RELAZIONI

Don Davide Garganese
Sacerdote, Parroco Chiesa S. Antonio

Don Davide Garganese

Integro con un breve contributo di idee, legate alla mia formazione e spiritualità, immettendo sui processi culturali e sociali che dovrebbero svilupparsi attraverso la formazione, soprattutto delle nuove generazioni, l’attenzione della comunità cristiana.

Sembra sempre più urgente rifondare, intanto, la difesa dell’uomo in generale, approccio alterato da una cultura radicale e liberale che lo riducono ad uno sguardo antropologico parziale, funzionale, settoriale, e sempre più incapace di un approccio integrale alla sua sacralità e unicità.
Quindi occorre poi recuperare l’approccio al corpo, e anche al corpo delle donne, guardato come inviolabile e lontano dal senso del possesso, con uso strumentale di una pubblicità ai limiti della pornografia, spesso assunto con la postura patriarcale del dominio e abusato in ogni forma di uso, anche legato alle sue potenzialità generative, manipolate da una tecnica e una scienza arroganti, predatorie e senza coscienza.
La cultura e l’antropologia cristiana sono fondate sul corpo, su un Dio che ci ha messo il corpo, su un corpo che è dono e sacramento e porta l’impronta stessa dell’immagine del creatore. Il corpo per noi è un tempio, luogo della inabitazione divina, struttura costitutiva della persona, elemento identitario della stessa.
Noi cristiani sappiamo di non “avere un corpo” “ma di “essere un corpo “, e violarlo significa consumare un vilipendio irriguardoso contro la persona stessa e la sua sacralità di creatura figlia di Dio.
L’esperienza della violenza del corpo di una donna, devastante sul piano fisico e psicologico, è anche un atto fortemente innaturale, tanto da infrangere una sorta di patto di alleanza tra il creatore e la sua volontà generativa che si attua nel grembo femminile, è un peccato contro lo Spirito di Dio, una grave violazione della dignità oltre che, grazie a Dio oggi riconosciuto, come reato contro la persona umana.
Non credo sia possibile superare la piaga della subordinazione culturale, politica, sociale, e professionale della donna senza la consapevolezza di tutti, soprattutto degli uomini chiamati a rifondare la propria struttura morale abilitandola a vivere una virilità nuova, pulita, non muscolare, o tossica o maschilista, bensì libera da tutti i retaggi antropologici del maschio alfa mitizzato e ormai improponibile, bensì capace invece di gentilezza, rispetto, riconoscimento sereno della armoniosa differenza e integrazione dei generi , e soprattutto protesa ad una nuova flessione paritaria e costituente di un umanesimo moderno, europeo, cristiano ,inclusivo e senza riserve o pregiudizio invalidante per alcuno.
Giovanni Paolo II, pontefice e forte assertore dei diritti umani, ha scritto una lettera alle donne, concludo con il breve estratto con il quale le ringrazia e auspico per me e per tutti una continua crescita di coscienza e consapevolezza.

Il grazie al Signore per il suo disegno sulla vocazione e la missione delle donna nel mondo, diventa anche un concreto e diretto grazie alle donne, a ciascuna donna, per ciò che essa rappresenta nella vita dell’umanità.

Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita.

Grazie a te, donna-sposa, che unisci irrevocabilmente il tuo destino a quello di un uomo, in un rapporto di reciproco dono, a servizio della comunione e della vita.

Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una concezione della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

Grazie a te, donna-consacrata, che sull’esempio della più grande delle donne, la Madre di Cristo, Verbo incarnato, ti apri con docilità e fedeltà all’amore di Dio, aiutando la Chiesa e l’intera umanità a vivere nei confronti di Dio una risposta « sponsale », che esprime meravigliosamente la comunione che Egli vuole stabilire con la sua creatura.

Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.


Avv. Virginia Dibello
Presidente Consiglio di Amministrazione Fondazione ONLUS Saverio De Bellis, fondatrice dell’Associazione di Promozione Sociale “Percorso Famiglia, con sedi in Castellana Grotte.

Virginia Dibello

Excursus sulla condizione della donna e sulla tutela dei suoi diritti nel tempo. Aree di miglioramento auspicabili guardando al futuro.

E’ un tema molto importante perché dalla parità di genere dipende il benessere sociale, tanto che l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite fissa al 5° posto tra gli obiettivi per lo “sviluppo sostenibile” il raggiungimento effettivo della parità di genere, obiettivo cruciale per il conseguimento di tutti gli altri fissati nell’Agenda (clima e cura del pianeta, lotta alla povertà, pace e giustizia, tutela dei minori e dei fragili, comunità sostenibili, consumo responsabile). Le 3 azioni chiave nella strategia europea prevedono:

– la lotta alla violenza sulle donne;
– la possibilità per le donne di raggiungere posizioni apicali nel mondo lavorativo ed in politica;
– l’adozione della prospettiva di genere in tutti i provvedimenti normativi.

L’attuale condizione della donna è il risultato di numerose battaglie combattute in passato da altre donne coraggiose e tenaci, affinché fosse riconosciuta l’identità personale e sociale della donna.

Le donne hanno affrontato un lungo e tortuoso processo di emancipazione grazie al quale possiamo oggi godere di diritti che prima non erano neppure immaginabili.

La storia dell’emancipazione femminile in Italia è iniziata in ritardo rispetto al resto d’Europa poiché vi era una struttura sociale ancora primitiva, secondo la quale alla base della famiglia e della società vi era l’uomo e la donna era solo l’angelo del focolare.

Solo verso la fine dell’800 venne permessa alle donne formalmente l’iscrizione ai licei e alle università ed anche quando alcune riuscirono a conseguire un titolo di studio, non furono ammesse ad esercitare la professione per cui avevano studiato.

Il lavoro rappresenterà a tutti gli effetti il primo vero ambizioso traguardo da raggiungere sulla strada dell’emancipazione.

Durante la Prima Guerra Mondiale le donne furono chiamate a ricoprire i posti lasciati vuoti dagli uomini partiti per il fronte: per la prima volta sperimentarono l’autonomia personale e la libertà. Ma, dopo la fine della guerra, dovettero ritornare ai loro affari domestici e lasciare il posto nuovamente agli uomini.

Nel 1919 fu approvata una Legge che aboliva “l’autorizzazione maritale”, necessaria fino ad allora per qualsiasi atto.

Nel periodo del Fascismo fu frenata la corsa verso la conquista dei diritti delle donne, considerate solo nel ruolo di mogli e madri: venne loro vietato di insegnare lettere classiche, storia e filosofia nelle classi superiori; le bambine dovevano pagare tasse molto più alte dei loro coetanei maschi per frequentare le scuole medie; nel 1927 i salari femminili vennero dimezzati per decreto.

Con la Seconda Guerra Mondiale le donne furono assunte al posto degli uomini dove serviva come tranviere, postine, impiegate e nelle fabbriche. Quando però l’Italia uscì piegata dal conflitto, tutto tornò come prima e la società apparve nuovamente regredita e androcentrica.

Tutto era cambiato però ed era il momento giusto per le donne per agire e così fecero.

Il primo epocale traguardo si raggiunse nel 1946, quando le donne italiane votarono per la prima volta. Infatti, con decr. legisl. luogotenenziale n.23 del 1° febbraio 1945, fu riconosciuto il diritto di voto alle donne grazie all’impegno dei movimenti pro-voto e alla proposta di Alcide De Gasperi (Ministro per gli Affari esteri) e Palmiro Togliatti (Vice Presidente del Consiglio).

Quel periodo storico è ben rappresentato nel film “C’è ancora domani”, in cui la regista P. Cortellesi lancia un messaggio potente e necessario: le donne con la loro forza e caparbietà hanno saputo compiere piccoli ma enormi gesti per cambiare le cose, anche nei periodi più bui e difficili in cui tutto era loro negato (come esprimere la propria opinione, studiare e affrancarsi da una vita di sottomissione).La protagonista Delia sogna per la figlia un futuro migliore del suo e nel meraviglioso finale sfida suo marito e l’intero sistema andando per la prima volta a votare e consegnando i suoi risparmi alla figlia non per sposarsi, ma per studiare, affrancarsi dalla dipendenza da un uomo e costruire il suo futuro di donna libera e indipendente.

E fu così che in quell’indimenticabile 2 giugno 1946 la stragrande maggioranza delle donne andò a votare in occasione del Referendum istituzionale in cui venne chiesto ai cittadini di scegliere il destino del Paese tra Monarchia e Repubblica.

La Costituzione Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio del 1948, segnò un ulteriore passo verso la pari dignità tra uomini e donne: il suo testo, ancora incredibilmente attuale e moderno, afferma solennemente alcuni principi fondamentali in tema di parità:

  • il principio generale di uguaglianza davanti alla legge contenuto nell’3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione opinioni politiche e condizioni personali e sociali”;
  • l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi sancita nell’29;
  • la protezione della maternità prevista nell’31;
  • il principio di parità nel lavoro sancito nell’37: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.”;
  • la parità nella partecipazione politica sancito nell’48;
  • la parità nell’accesso alle cariche pubbliche previsto nell’51.

Oggi questi possono sembrarci principi scontati, ma la loro introduzione nella carta costituzionale fu il frutto di grandi battaglie e le donne presenti nell’Assemblea Costituente svolsero un importante ruolo nella stesura delle parti dedicate alla famiglia, volte al superamento del modello fascista.

La Legge Merlin (L. n.75/58), abolì la regolamentazione statale della prostituzione, disponendo sanzioni per lo sfruttamento ed il favoreggiamento della prostituzione, e si regolò per legge il lavoro domestico (L. n.339 del 2.04.1958).

Tuttavia, nonostante le riforme legislative, la condizione femminile nei primi anni ‘60 non mutò radicalmente. L’accesso alla maggior parte dei posti pubblici era ancora precluso alle donne e, come accade spesso nella storia italiana, fu il sistema giudiziario a supplire alle lentezze del legislatore: in tale contesto si colloca la vicenda di Rosa Oliva, che si era vista rifiutare l’accesso alla carriera prefettizia in quanto donna; presentò ricorso contro il Ministero dell’Interno e la C. Cost. con la sent. n.33/1960 dichiarò l’illegittimità della norma che impediva alle donne l’accesso alle principali carriere ed uffici pubblici. Fu una sentenza storica nel percorso verso la parità.

In seguito, dopo anni di dure lotte, le donne ottennero via via maggiori diritti e possibilità:

  • nel 1963 ( n.66/63) fu approvata la legge che ammetteva le donne ai concorsi per entrare in magistratura (oggi ci sono tantissimi giudici donna);
  • sempre nel 1963 una legge vietò il licenziamento a causa di matrimonio;
  • nel 1970 la n.898/70 (Legge Fortuna-Baslini) introdusse il divorzio nel nostro ordinamento; fu sottoposta a referendum abrogativo nel 1974 ma fu confermata dalla maggioranza degli italiani (parteciparono al voto l’87,7% degli aventi diritto, votarono no il 59,3% mentre i sì furono 40,7%); prima del 1970 per le coppie sposate era possibile solo separarsi, con il rischio per la donna di rovinare per sempre la propria reputazione e di non ottenere nessun diritto per sé e per i suoi figli.

[Con la 1° legge sul divorzio (n.898/70) l’iter era di 5 anni. Poi con la L.74/1987 si ridussero i tempi necessari per arrivare alla sentenza di divorzio da 5 a 3 anni, dando al giudice la possibilità di pronunciare anche una sentenza parziale per sciogliere il vincolo separatamente alla discussione sulle questioni economiche, affidamento dei figli ecc. Con la L.n.55/2015 furono ridotti ancora i tempi, consentendo di poter chiedere il divorzio dopo 6 mesi di separazione consensuale o 1 anno di separazione giudiziale. Oggi si può divorziare anche senza rivolgersi al Tribunale attraverso una negoziazione assistita da almeno un avvocato per parte. Con la recentissima Riforma Cartabia (D. Lgs. 149/2022) è addirittura possibile proporre contemporaneamente la domanda di separazione e di divorzio].

  • nel 1975 fu varata la Riforma del Diritto di Famiglia in base alla quale i coniugi hanno una posizione paritaria nella conduzione della vita familiare; cambiarono le norme sui figli naturali, nati fuori dal matrimonio: fu permesso alla donna non sposata con un figlio di riconoscerlo senza essere più costretta a farlo registrare come “figlio di padre ignoto”;
  • nel 1978 fu approvata la legge sull’aborto, anch’essa sottoposta a referendum popolare nel 1981, ma gli italiani decisero di mantenerla in vigore;
  • nel 1981 fu abrogata la rilevanza penale della causa d’onore: fino ad allora chi uccideva la moglie adultera poteva avere una forte riduzione di pena (il c.d. delitto d’onore); fu abolito il matrimonio “riparatore” in caso di stupro che comportava l’estinzione della pena per violenza sessuale;
  • nel 1981 fu consentito alle donne di entrare nel corpo di Polizia e solo nel 1999 furono ammesse nelle Forze Armate;
  • lan.119/2013, conosciuta come “Legge sul femminicidio”, ha istituito il reato di omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela o convivenza con la vittima di sesso femminile; ha introdotto pene più severe per i reati di maltrattamenti in famiglia, stalking e violenza sessuale, prevedendo misure di prevenzione, protezione e sostegno per le vittime di violenza di genere.
  • La 69/2019 sul Codice Rosso ha previsto misure stringenti per proteggere le donne in caso di violenza di genere, modificando il c.p.p. per consentire un intervento tempestivo e coordinato delle forze dell’ordine e del sistema di giustizia penale, prevedendo l’obbligo di arresto immediato, la irrevocabilità della denuncia e l’inasprimento della pena se l’atto violento avviene in presenza di minori.

Fatto questo excursus storico dal quale emergono tutte le lotte fatte per giungere all’attuale condizione della donna, va però detto che purtroppo le discriminazioni ancora esistono e c’è ancora altra strada da fare per giungere ad una reale (non solo formale) parità.

Oggi può dirsi superato il paradigma che vedeva l’uomo come unico soggetto che poteva avere un’attività lavorativa, atteso che anche la donna ha la possibilità di realizzarsi in un percorso professionale, che costituisca non solo un mero contributo al bilancio familiare ma che le consenta di svolgere una professione che la gratifichi a livello personale, professionale ed economico.

Sicuramente negli ultimi anni è cresciuto il tasso di occupazione femminile ed il numero delle donne laureate; è cresciuta la partecipazione delle donne negli organismi decisionali (nelle aziende, nei Cda delle società quotate in borsa); alcune donne sono riuscite a sfondare il tetto di cristallo ricoprendo ruoli apicali nelle istituzioni ed in politica: per la prima volta abbiamo una Presidente del Consiglio donna, una Segretaria del PD donna; abbiamo avuto una Segretaria generale della CGIL ( Susanna Camusso), una Presidente di Confindustria ( E. Marcegaglia ); una donna Presidente della Corte Costituzionale ( Marta Cartabia ) e la prima Presidente della C. di Cassazione (Margherita Cassano). Anche nella nostra Regione cominciano ad affermarsi le donne nei ruoli apicali: 3 anni fa è stata eletta Loredana Capone come prima Presidente del Consiglio Regionale e nei giorni scorsi Lucia Parchitelli come prima Presidente di Commissione consiliare ( Cultura).

Si tratta di donne che si sono guadagnate sul campo il loro ruolo e sono state scelte non perché donne, elemosinando ruoli e posizioni attraverso il rispetto delle c.d. “quote rosa” (che io personalmente non amo), ma perché donne e professioniste più capaci e meritevoli di uomini di pari competenze.

L’essere donna può e deve essere un valore aggiunto.

Sono consigliere comunale a Castellana e posso dire che l’approccio politico delle donne spesso consente di raggiungere risultati insperati proprio per il modus operandi e l’atteggiamento empatico delle donne.

Castellana, peraltro, dal punto di vista dell’emancipazione e dell’empowerment femminile ha fatto scuola già dagli anni ‘60: Maria Miccolis entrò in Consiglio comunale nel 1952 e ci rimase per 39 anni, divenne per  ben due volte sindaco (dal ‘64 al ‘70 e dal ‘75 all’80), nel 1961 fu anche Onorevole ed infine nel 1982 fu eletta  Presidente della Provincia di Bari; attualmente in consiglio comunale abbiamo 7 consigliere (di cui 3 di minoranza) e 8 consiglieri, una vicesindaca e due assessori donna ed anche nel Consiglio comunale dei ragazzi è stata eletta una sindaca!]

Va, però, detto che purtroppo ancora oggi la donna deve fare i conti con gli impegni gravosi della famiglia.

C’è ancora molta diffidenza in merito alle capacità delle donne e spesso subiamo atteggiamenti discriminatori.

Ma le donne, anche nei ruoli apicali, dimostrano di avere una marcia in più: hanno grandi capacità organizzative, sono in grado di individuare le strategie migliori per superare i problemi, sono capaci di creare lo spirito di squadra, creando sinergia nel gruppo di lavoro: le donne sono abituate ogni giorno a risolvere i problemi dei figli, a fare più cose contemporaneamente, ad ottimizzare i tempi, a gestire casa e lavoro, quindi, per farla breve, sono allenate ad assumere efficacemente il ruolo di comando.

Ma alla base del processo di emancipazione femminile c’è innanzitutto l’istruzione, che allarga gli orizzonti, apre gli occhi sulle opportunità negate, aumenta la consapevolezza del proprio valore e spinge a partecipare alla vita collettiva per cambiare le cose e le leggi ritenute ingiuste.

Un emblema dell’emancipazione femminile è stata sicuramente Malala (vincitrice del Premio Nobel per la Pace) la ragazza pakistana che osò sfidare i Talebani a soli 12 anni e rischiò di essere uccisa sul pullman mentre tornava da scuola, pur di non rinunciare al diritto di studiare.

Purtroppo anche in Italia quasi ogni giorno si verificano casi di violenze e femminicidi e molte donne non hanno il coraggio di ribellarsi e di far valere i propri diritti perché intimorite e minacciate dagli uomini.

La violenza di genere è una manifestazione delle relazioni di potere storicamente disuguali tra uomini e donne: i reati ad essa correlati, anche i più gravi come il femminicidio, sono solo l’esito finale e più estremo di un paradigma culturale patriarcale che limita i diritti e la possibilità di autodeterminazione delle donne, a prescindere dall’età e dalla classe sociale.

La Convenzione di Istanbul del 2011 è il 1° strumento internazionale volto a creare un quadro normativo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza, riconosciuta come violazione dei diritti umani oltre che come forma di discriminazione contro le donne, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere, suscettibili di provocare danni e sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica. (violenza psicologica e fisica, stalking, violenza sessuale, stupro, matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili, aborto o sterilizzazione forzati.)

[Ho raccolto alcuni dati sulla violenza di genere in Italia: ad agosto l’Istat ha pubblicato gli esiti di un’indagine sulla violenza di genere, che ha coinvolto i centri antiviolenza, le case rifugio ed il n° di pubblica utilità 1522, da cui emerge che il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha vissuto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale; gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner o ex; solo nel 2021 oltre 56.000 donne si sono rivolte ai Cav ed il 72% dei figli di queste donne ha assistito alla violenza. La violenza più riportata è quella psicologica (il 77,8% dei casi segnalati), seguita dalle minacce e poi dalla violenza fisica (52%). Alle operatrici del 1522 viene segnalata soprattutto violenza nella coppia (per il 50% da partner attuale e per il 20% da ex partner), quindi i carnefici delle donne sono proprio coloro che dicono o dicevano di amarle! Il mostro è quasi sempre dentro casa. Stamattina sulla Gazzetta sono riportati i dati allarmanti di un sondaggio sulla violenza di genere in Puglia raccolti dalla Fondazione Libellula: 7 donne su 10 subiscono molestie sul posto di lavoro, 2 su 5 hanno subito contatti fisici, il 43% ha ricevuto avance esplicite e il 27% ha segnalato comportamenti di natura sessuale.]

Guardando al futuro ed auspicando sensibili margini di miglioramento, è oltremodo necessario:

  • rafforzare le misure di prevenzione, protezione e contrasto alla violenza di genere, soprattutto per le donne più esposte a forme di discriminazione;
  • mettere in campo risorse e strategie per rendere effettive le politiche che favoriscano la parità di genere ed i percorsi di empowerment delle donne attraverso la creazione di maggiori servizi dedicati alle famiglie a prezzi accessibili (asili nidi, scuole a tempo pieno, attività sportive gratuite);
  • promuovere politiche proattive e misure che incentivino il superamento di una cultura sessista, ancora molo diffusa;
  • investire su una corretta educazione di genere nel sistema di istruzione, senza però riversare sulla scuola, oneri e responsabilità, ma introducendo in maniera stabile figure professionali di supporto per gli insegnanti;
  • diffondere, anche attraverso una formazione specifica, un corretto approccio al tema della violenza di genere in ambito sanitario, legale e tra le forze dell’ordine, prevenendo forme di vittimizzazione secondaria nelle donne da parte delle istituzioni;
  • garantire un sistema di accoglienza e protezione delle donne e dei loro figli, che ne promuova l’autonomia e la capacità di autodeterminazione;
  • infine, continuare ad investire sulle misure di protezione delle donne già vittime di violenza, assicurando l’esecuzione della pena senza sconti.

Quindi, nonostante le innumerevoli conquiste fatte sulla strada dell’emancipazione femminile, c’è ancora tanta strada da fare perché la donna sia davvero rispettata, tutelata e considerata al pari dell’uomo e ognuno deve fare la sua parte per raggiungere l’obiettivo della parità di genere ed assicurare ai nostri figli un futuro migliore.


Dott. ssa Marilù Napoletano, 
Psicologa

Marilù Napoletano

È importante sottolineare quanto in questi anni gli operatori socio sanitari, il personale scolastico, le forze dell’ordine stiano facendo per contrastare il fenomeno della violenza sulle donne e per organizzare gli interventi di prevenzione che sono fondamentali soprattutto quando coinvolgono le fasce più giovani della popolazione.

La presenza di uno psicologo strutturato all’interno degli Istituti scolastici rappresenta senza ombra di dubbio una opportunità importante che chiediamo da tempo, del resto in molti Paesi del mondo questo già è previsto.

È oltremodo imporrante però rimarcare quanto questi operatori non possono sostituire il ruolo centrale degli adulti di riferimento nella crescita sana dei ragazzi.

Educare all’affettività, all’empatia al rispetto di sé stessi e quindi anche degli altri è un compito complesso richiesto principalmente ai genitori che oggi purtroppo sono spesso sprovvisti degli strumenti necessari per affrontare in maniera funzionale le varie fasi evolutive dei propri figli.

Educare i bambini sin dalle prime ore di vita all’empatia, al sentire ciò che gli altri “sentono”, rispondere ai lori bisogni fisiologici ed affettivi è fondamentale per rompere la trasmissione di modelli di accudimento fondati sulla violenza, sullo svilimento dell’altro, sulla denigrazione della donna in quanto tale.

La violenza genera violenza: il linguaggio volgare, aggressivo, i modi scortesi, modelli di accudimento privi di pazienza e cura, all’interno di molte delle nostre famiglie, a prescindere dallo status socio economico e culturale, vengono da prima subiti da minori e poi interiorizzati con la probabilità che vengano trasmessi di generazione a generazione.

È questa catena che deve spezzarsi e per farlo c’è bisogno di una presa in carico della famiglia a livello globale anche psicologico.

L’istituzione dello psicologo di base rappresenta una delle risposte che in tal senso potrebbe servire ad intercettare modelli disfunzionali e correggerli o quantomeno a far emergere episodi di violenza sulle donne ma anche sui minori, che restano altrimenti sommersi.

Si chiede spesso alla scuola di sostituirsi al ruolo fondamentale dei genitori, ma la scuola non può e non deve e non può rappresentare la toppa per ogni buco.

Il lavoro più complesso va fatto a mio modesto avviso, sulle famiglie in chiave preventiva , attraverso tutta la rete degli operatori che a diverso titolo vengono in contatto con essa, e sono le sentinelle di un benessere psico-affettivo sempre più a rischio.


Dott. ssa Mariarosa Giangrande
Ginecologa Dirigente Ospedale Monopoli

Mariarosa Giangrande
Silenzio ed ascolto dovrebbero convivere sempre, tanto più nella presa in carico degli odiosi casi di violenza.
Il nostro silenzio rispettoso diviene accoglienza e luogo di fiducia.  Avremmo bisogno di tempo per saper ascoltare non il racconto di una violenza consumata ma bensì per saper interpretare i segni, gli “allert” che in maniera spesso inconscia le donne raccontano.

§Un decalogo di segni e regole che codifichino un segno premonitore di violenza non esiste e dunque penso che ad ogni donna come ad ogni essere umano  sia dovuta  un’attenzione tale che possa consentirci di coglierne il senso di disagio, di inadeguatezza, di paura che piano piano minano il senso di propria dignità.

Shady Alizadeh
Componente segreteria regionale PD

Shady Alizadeh

Sono nata a Terlizzi e non a Teheran, mio padre è iraniano, mia madre italiana, sono avvocato, sono impegnata contro la dittatura, per la difesa dei diritti delle donne come persone.

Quello che stiamo facendo noi, qui, fuori dall’Iran, ha dirette ripercussioni nei confronti dei nostri familiari che sono in Iran, perciò occorre agire con molta cautela.
Noi abbiamo la fortuna della libertà di vivere in Paesi democratici, mentre loro non ce l’hanno.
Per questo motivo, i contatti sono molto difficili, non sempre si riesce a parlare, è una situazione complicata perché l’Iran è chiuso da quel punto di vista.
A Shirin Ebadi, iraniana, prima donna Premio Nobel di religione islamica, è stato proibito di esercitare la professione di magistrato in quanto donna, poi di avvocato non solo in quanto donna ma anche in quanto donna che difendeva le donne.
Lei dice che la storia ci insegna che le democrazie non si esportano e non si importano, ma devono essere un movimento che nasce dal basso.
Questo in Iran sta accadendo e lei dice che parlarne è la prima cosa da fare. Parlare.
Non c’è denuncia più grande che la parola. Parliamo di una cultura patriarcale, maschilista, abusiva.
L’integralismo religioso della maggiore matrice.
Noi dobbiamo sensibilizzare, parlarne, avere un’opinione pubblica.
Si deve promuovere una sensibilizzazione affinché il popolo iraniano trovi le maniere e i modi per costruire un percorso democratico, interno. È un aiuto che noi diamo al popolo iraniano che è già in lotta.
Sono 44 anni che il popolo iraniano sta lottando.
Ci sono molti studenti iraniani che studiano in Italia, sta scadendo loro il permesso di soggiorno e non hanno i mezzi di sostentamento.
A causa degli embarghi europei, gli studenti iraniani che vivono nel nostro Paese non possono aprire un conto corrente e quindi come possono sopravvivere? Come possono andare avanti?
Si tratta di una situazione molto complessa.
Fortunatamente c’è una rete di assistenza ben strutturata, nel nostro Paese.
La solidarietà interna funziona, grazie agli iraniani che ormai si sono stabiliti in Italia e che sono benestanti.
Chi può presta un po’ di denaro, poi si trovano lavoretti, si fa quello che si può per dare una mano, ciascuno contribuisce come gli è possibile per aiutare. Sono piccoli gesti, che però servono.
A Bari c’è una grande comunità di studenti e studentesse iraniane.
Io non posso rientrare in Iran, se lo faccio, la prima cosa che fanno è arrestarmi.


 

Articolo e immagini a cura di Stefano Carbonara
Scrittore, Editore di Monopoli Tre Rose

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