La Cappella dell’Annunziata
in San Domenico di Monopoli

I DOMENICANI
Già nel 2009 la narrazione dell’insediamento dei Domenicani a Monopoli è stata trattata (1); queste note aggiuntive vogliono arricchire un pò l’argomento senza, però, alcuna pretesa di volerlo o poterlo esaurire poiché vasta è la materia e scarsi sono i documenti pervenutici perchè scampati alla prima e seconda soppressione degli ordini religiosi.
Nel 2016 gli studiosi Viola Venturini dell’Archivio di Stato di Venezia e Marino Zorzi già direttore della Biblioteca Nazionale Marciana, hanno curato la pubblicazione di Il viaggio della mia vita. La guerra europea 1526-1530 (2) opera inedita del patrizio veneziano Bernardo Sagredo (1505–1604) che fu, tra l’altro, governatore di Mola e castellano di Trani come meglio si può leggere in Giuseppe Gullino (3).
Venezia, in quegli anni tumultuosi, insieme ai suoi alleati della lega di Cognac, francesi, repubblica di Firenze e papato, era in guerra contro la Spagna di Carlo V ed era impegnata nella riconquista dei porti pugliesi precedentemente perduti e Sagredo, che partecipò alla difesa di Monopoli nell’ambito delle azioni belliche di Venezia, ha riservato apprezzamenti molto lusinghieri per “Monopoli una delle città principali della Puglia et è a marina, et con un popolo tanto amorevole che se ha offerto et ha pregato il provveditore et me in particolare che voglia pregare il provveditore a non voler abbandonarli …”(4); e più avanti scrive di uno scontro con gli spagnoli del marchese del Vasto “… li quali per la pioggia non potevano adoperar li arcobusi, per il che si misero a fuggire et quelli di Monopoli a seguitar sino dentro delle trincee ammazzandone molti et molti più feriti …”(5) .
Per meglio difendere Trani e Monopoli dagli attacchi spagnoli, i veneziani “dettero principio a ruinar a Trani tre monasteri di frati che erano di fuora appresso le mura e doi a Monopoli, li quali cinque monasteri erano grandi, con chiese bellissime, che non si fariano tutti 5 con 300 mila ducati” (6).
I due conventi sono quelli di S. Francesco d’Assisi e di S. Domenico sui quali abbiamo già ampiamente scritto (7); quest’ultimo, all’epoca della guerra, era posto, con il titolo di Santa Maria della Nova, su quel tratto del lido del mare che da sempre viene detto “le fontanelle” nei pressi della chiesa sotterranea di S. Giorgio (8) nel giardino della villa De Martino-Giannulo. Così scrive Giuseppe Indelli nella sua Historia di Monopoli (9): “La Chiesa di S. Maria della Nova era in que’ tempi fuor di città e proprio alla parte delle Fontanelle lungo la chiesetta sotterranea di S. Giorgio … Si comprova ciò non solo per tradizione, e per pochi (a)vanzi di muri antichi, ma da scritture ancora”.
Il domenicano Gerardo Cappelluti (10) ritiene di poter fissare la fondazione del convento intorno al 1270 e ci trasmette i nomi di due antichi priori: Reginaldo da Viterbo nel 1283 e Roberto da Andria nel 1288.
LA CHIESA
Non mancano altre testimonianze volte a certificare l’antichità dell’insediamento domenicano a Monopoli come quella prodotta dal primicerio Giuseppe Indelli (11) che cita una pergamena del 1293 nella quale, riferisce, si legge di un lascito alla chiesa di S. Maria la Nova, titolo che nei documenti si alterna a quello dell’Annunziata.
Poiché non ci è pervenuta nessuna descrizione del complesso monastico, dobbiamo trarre quanto sarà possibile documentare dalle poche fonti trovate.
Diverse famiglie vollero una loro cappella o una sepoltura nella chiesa vicina al mare: i Bove, di antica origine ravellese, avevano la cappella di Sant’Agostino (12); Cola Maria di Paolantonio aveva la cappella di famiglia e gli Antoneo, devoti di S. Tommaso, già nel 1522 avevano la loro dedicata al santo; e poi la cappella di S. Domenico dove forse si trovava la statua del santo ora murata nella facciata dell’attuale chiesa ed attribuita da Luigi Russo (13) a Stefano da Putignano; e poi ancora la cappella di Leo d’Arpona (14) impreziosita dal S. Pietro Martire di Giovanni Bellini (15) nel 1929 dato in custodia, alcuni dicono “servilmente”, all’amministrazione provinciale di Bari che poi ne ha fatto la gemma della pinacoteca (16) .

Ed infine un cenno ad una tavola raffigurante Santa Maria della Nova.
Il dipinto non sfuggì all’attenzione dell’allora ispettore onorario ai monumenti dr. Angelo Nicola Pipoli (17) che nel 1963 annotò su un libriccino a stampa del canonico Francesco Penta (18): “Nella Chiesa di S. Domenico si ammira una tavola antichissima rappresentante S. Maria la Nova proveniente dalla chiesa di S. Maria la Nova, alle Fontanelle. Ha molto pregio ed abbisogna di restauro”; ed un precedente inventario (19) datato 1957 della confraternita di S. Cataldo, ci informa che il dipinto , “tempera su tavola del sec. XV” si trovava, all’epoca, nel presbiterio.
Della tavola, che con ogni probabilità ornava la cappella dell’Annunziata della famiglia delli Falconi che tratteremo più avanti, attualmente non c’è traccia.
I veneziani occuparono Monopoli nel 1528 e subito, come già detto, vollero abbattere il convento dei domenicani i quali chiesero ed ottennero già nel 1530 l’autorizzazione papale per edificarne uno nuovo, dentro le mura, con lo stesso titolo di quello demolito (20).
Nel 1532 i religiosi permutarono un loro terreno nei pressi di Santa Maria delle Grazie, oggi Sant’Antonio, con un suolo sul quale edificare la nuova costruzione alla quale fu interessato “per fare li tufi della chiesa e del convento” Andrea Nicolizzo “alias de Catera” originario forse di Cattaro nel Montenegro (21); e ciò confermerebbe la presenza in Puglia di maestranze provenienti dalle regioni balcaniche (22) .

Negli anni successivi, a più riprese, i domenicani, incoraggiati a proseguire nel loro intento dal vescovo Ottaviano Preconio (23) alienarono loro terreni e proprietà tra le quali ricordiamo la masseria Cola Preite (24), estesa per 350 tomoli e confinante con la vasta tenuta Malvisco (25) del convento stesso, venduta nel 1567 al martinese Marco de Gregorio (26).
Alle altre vendite (27), aggiungiamo che nel 1566 i frati cedettero un loro credito e con il ricavato proseguirono l’edificazione del fabbricato e nel 1568 contrattarono con l’organaro Orfeo Torre da Lecce la costruzione di un organo per 336 ducati (28).
In quello stesso anno 1568, monsignor Tommaso Orfini, vescovo di Foligno e visitatore apostolico nel Regno d Napoli, aveva scritto nella sua relazione a Roma che la chiesa, benché non terminata, era “moderna, et di bella forma …(e) fu lasciato ordine che s’ornasse di belle figure” (29).
E così fu, perché in tanti vollero contribuire alla costruzione con edificare cappelle ed altari: gli Sforza, i delli Falconi, gli Indelli, i Falgheri, i Montemare, gli Arpona, i Bellopede, i Cazzano, i Patrizi, i Bove, i Romanazzi, i Sandalaro. i Romanelli, i Palmieri. Nella quasi totale mancanza di documenti (30) relativi al “bel S. Domenico” come scrive la Calò Mariani (31), non ci pare superfluo soffermarci su due atti notarili riguardanti i Palmieri e i delli Falconi.

Come abbiamo già scritto (32), Pietro Palmieri, morto nel 1562, aveva iniziato nella chiesa di S. Domenico la costruzione della cappella del presepe, con statue, stemmi e sepolture della famiglia Palmieri, che fu negli anni successivi l’oggetto e l’occasione di una lite tra i Palmieri ed i religiosi del convento.
Al litigio pose fine e rimedio l’allora vescovo Giuseppe Cavalieri che trovò l’accordo accettato dalle due parti e che era ancora in essere nel 1780 quando con rogito del notaio Oronzo Indiveri (33), il materano reverendo padre Domenico Maria Forziati vicario del convento ed i Palmieri, nell’intento di ratificare e rinnovare gli accordi del passato, dichiararono che “da tempo antico che non vi è memoria essi sig(no)ri Palmieri e li di loro antenati hanno posseduto e possedono la Cappella Maggiore della Chiesa del Convento di S. Domenico colle statue intorno della coccia (34) dell’altare maggiore dove vi è la custodia del SS.mo Sacramento colla sepoltura dentro del coro, in segno della qual possessione e dominio vi si osservano la Armi e insegne di rilievo della di lor famiglia poste nell’arco di detta cappella corrispondente sopra l’altare maggiore e un’altra insegna anche di rilievo in mezzo della cona dove presentemente vi è il coro, come anche vi si vedevano due altre imprese, ed armi nell’altare maggiore, con certe statue antiche di stucco riposte nei propri nicchi nella coccia del coro”.

NOTE ALLA PIANTA CON LE CAPPELLE NELLA CHIESA DI SAN DOMENICO AL 1723
(1) Santa Maria di Costantinopoli dopo il 1723, anno nel quale, come già detto, si cominciò a rinnovare la chiesa, passò nella cappella di S. Tommaso d’ Aquino posta a destra della porta d’ingresso laterale; nella stessa cappella trovò posto anche la statua di S. Girolamo della famiglia Bellopede.
(2) L’altare di S. Tommaso d’Aquino della famiglia Montemaro, dopo il 1723 fu collocato a destra della porta laterale di ingresso.
(3) Il dipinto di S. Vincenzo Ferreri, dalla cappella della famiglia Cazzano passò, dopo il 1723, in quella dedicata allo Spirito Santo dove, in copia, ancora si trova. Il dipinto originale firmato e datato 1605, attualmente nel Museo diocesano, è opera dell’artista martinese Fabrizio Fullone sul quale Marino Caringella ha scritto il pregevole saggio Addenda a Fabrizio Fullone, pittore martinese del ‘600. Caringella si occupa diffusamente del S. Vincenzo monopolitano ed attribuisce a Fullone altre opere presenti a Monopoli: una Santa domenicana, forse Agnese da Montepulciano, in S. Domenico; un S. Giovannino che adorna il presbiterio della chiesa di S. Leonardo e il frammento di una Immacolata nella antica ex sacrestia di Sant’Antonio. Nella cappella si trova ora (2021) il S. Domenico di Scipione Indelli.
(4) La cappella, con altare dei Palmieri, è ora (2021) dedicata ai SS. Medici Cosma e Damiano.
(5) La cappella è ora (2021) ornata dal quadro di Vincenzo Fato costato nel 1754 100 ducati (Inventario dei domenicani del 1746, f. 79v) e raffigurante La Trinità, S. Domenico e i Santi dell’Ordine in gloria. L’altare è riconosciuto da V. Cazzato come opera di Pasquale Simone e datato al 1720; esso è ornato, fra l’altro, della statua di S. Girolamo e di quella di S. Silvestro in ricordo forse, quest’ultima, di una antica chiesina abbattuta per consentire l’attuale costruzione. Per Vincenzo Fato vedi G.LANZILOTTA, 2005.
(6) Attualmente non è presente nessun altare.
(7) L’altare, con lo stemma dei Palmieri, si trova situato nella cappella dei Santi Medici Cosimo e Damiano. I Palmieri, come già scritto in M.PIRRELLI, 2009, pag. 91, ebbero in S. Domenico una cappella col titolo di S. Domenico di Soriano eretta nel 1636 da Giulio Cesare Palmieri nell’ala a sinistra dell’ingresso principale (vedi anche A.U.D.M., Fondo Curia, cause e controversie, 45-55, fasc. 47, f. 106). Il bel quadro che la adornava, il Miracolo di Soriano di Jacopo Palma il Giovane, è ora nel Museo diocesano.
(8) L’altare nel 1723 fu posto nella cappella del Rosario.
(9) La cappella è dedicata a S. Vincenzo de’ Paoli.
(10) La cappella è dedicata a S. Vincenzo Ferreri.

Nel 1780 i padri vollero “abbellire e modernare quel coro per rendere la suddetta cappella più vaga e luminosa” non solo con un nuovo coro ligneo opera del maestro martinese Donatantonio Marinosci al quale era già stato commissionato nel 1777 (35) , ma anche “erigendosi di bel nuovo l’Altare Maggiore” con alle estremità di esso lo stemma dei Palmieri i quali avrebbero continuato a godere del patronato sulla cappella ma “senzachè debba essere di alcun pregiudizio il fatto di aver dismesse le antiche statue di stucco … buttate via” perché vecchie ed inservibili (36).
LA CAPPELLA DELL’ANNUNZIATA
Un altro atto notarile (37) ci fa sapere che già dal 1397 la famiglia delli Falconi aveva avuto una sua cappella, dedicata all’Annunciazione, nella chiesa di Santa Maria la Nova. Dopo l’abbattimento di quel fabbricato, la cappella dell’Annunciazione, chiamata più comunemente dell’Annunziata, fu ricostruita, come abbiamo già scritto all’esterno della chiesa di S. Domenico dai fratelli Giovanni Antonio e Orlando delli Falconi e dal loro cugino Cola Maria.
Nel 1605 si cominciò a costruire nella chiesa una nuova cappella dell’Annunziata, già descritta nei suoi particolari (38), a spese della confraternita del Rosario che in cambio aveva chiesto ed ottenuto la cappella esterna dei delli Falconi per utilizzarla come locale al proprio servizio.

La famiglia delli Falconi intanto si era estinta in quanto ai maschi ed unica rappresentante della casata era rimasta Sibilia, figlia di Macedonio (39), che sposando Giambernardino Palmieri aveva trasmesso il patronato della cappella a Giulia Palmieri loro figlia la quale nel 1602 sposò Giovanni Geronimo Gattini nobile di Matera morto nel 1608. I loro due stemmi compongono un scudo partito, testimonianza della committenza, che compare, in basso a sinistra di chi guarda, sul quadro dell’Annunciazione presente in S. Domenico nella seconda cappella a destra dell’ingresso principale.
Sul quadro, che può essere considerato coevo della cappella costruita nel 1605 e forse voluto dai committenti proprio per quella nuova cappella ed in sostituzione dell’antica tavola proveniente da Santa Maria la Nova alle Fontanelle, è presente anche un altro stemma sul quale ci informa il citato atto del 10 marzo 1725 che, inoltre, ci illumina su altre circostanze.

Nel 1723, nel pieno del generale innamoramento per il barocco, anche i domenicani di Monopoli vollero iniziare a rinnovare (40) la loro chiesa cinquecentesca e poiché era interessato a quella iniziativa, l’abate Giovanni Pepe, discendente diretto di Sibilia delli Falconi, volle rivendicare il suo diritto al patronato sulla cappella dell’Annunziata che i religiosi invece ritenevano estinto insieme alla famiglia delli Falconi.
Così il 10 marzo 1725, davanti al notaio Troisi, l’abate Pepe e i domenicani Giuseppe Maria Leo e Giuseppe Maria Tarsia si accordarono sulla nuova cappella che avrebbe dovuto sostituire quella del 1605 e sullo stemma da porsi alla chiave dell’arco e sulla lapide della sepoltura.
Lo strumento notarile descrive tutte le successioni dei patroni della cappella da Sibilia fino ai pronipoti di Pepe, successioni che abbiamo voluto rendere più chiare in una tavola genealogica con l’aggiunta di altri dati ed apportando piccole e necessarie correzioni. Leggiamo inoltre nell’atto che sul quadro dell’Annunziata v’erano due stemmi partiti: il primo, già menzionato, con le armi dei Palmieri e dei Gattini, ed il secondo, in basso a destra di chi guarda, aggiunto in un secondo momento come precisato nell’atto stesso, è quello dei Pepe e dei Trulles cognome erroneamente reso sul dipinto come Truglions.
Dal rogito apprendiamo pure che l’abate Pepe avrebbe dovuto provvedere ad un nuovo quadro con cornice dell’Annunziata e, pure a sue spese, all’altare “e gradini e tutto quanto necessario per la messa”.

I propositi così espressi però non trovarono esecuzione perché Giovanni Pepe morì all’età di 73 anni il 22 settembre 1729 e fu sepolto in S. Domenico nel sepolcro dell’Annunziata (41); di conseguenza il dipinto dell’Annunziata nell’omonima cappella è quello voluto da Giulia Palmieri e da suo marito e l’altare di marmo risulta essere stato alzato a spese di Francesco Domenico Manfredi (42), nato nel 1710, pronipote dell’abate Pepe.

NOTE ALLA SUCCESSIONE DI PATRONI DELLA CAPPELLA DELL’ANNUNZIATA
(1) Vivente nel 1530 (G.INDELLI, 2000, pag. 376).
(2) Già morta nel 1581 (AUDMo, Fondo parrocchia SS. Pietro e Paolo, Selva d’Oro, V, 376).
(3) Sibilia fece testamento il 7 settembre 1589 (ivi, E, 777) ed il codicillo il successivo 17 settembre (ivi, M, 1419).
(4) Edificarono, insieme al loro cugino Cola Maria, la cappella dell’Annunziata fuori della chiesa di S. Domenico (M.PIRRELLI, 2009, pag. 121, nota n. 66).
(5) I capitoli matrimoniali di Giulia Palmieri e di Giovanni Geronimo Gattini sono stipulati nel 1602 per mano del notaio Nicola Maria Zara. Giulia portò in dote, tra l’altro, 1.000 ducati in corredo, “pannamenti e cose giocali”, la masseria chiamata Cervarulo e le case dello zio Orlando poste in parrocchia S. Salvatore.
(6) Paola Felice Pepe morì il giorno 11 maggio 1739 all’età di 69 anni e fu sepolta nella chiesa di S. Michele Arcangelo detta Sant’Angelo, nella cappella di S. Filippo Neri della famiglia Veneziani che poi passò ai Manfredi (AUDMo, Fondo parrocchia S. Michele Arcangelo, defunti 1728-1801, f. 86v; per altre notizie sui Veneziani vedi M.PIRRELLI,1989, pag. 89). La Pepe, nel suo testamento del 1739 per mano del notaio Paolo Giuseppe Simini, lasciò alla sua chiesa di Sant’Angelo, 25 ducati da darsi a censo per poter pagare, con il ricavato, un organista che in quegli anni la chiesa non poteva permettersi (AUDMo, Fondo parrocchia S. Michele Arcangelo, conclusioni 1736-1748, f. 51v, conclusione del 10 maggio 1739; nella seduta successiva del 19 maggio fu nominato organista il sacerdote Filippo d’Aquino).
(7) Giacinto Veneziani nacque il 7 febbraio 1686 (N.MOCCIA, 2003, pag. 128); morì a Monopoli il 17 giugno 1774 all’età di 88 anni, mesi 4 e giorni 10 (AUDMo, Fondo parrocchia Cattedrale, defunti 1735-1781, f. 318v). Per altre notizie, vedi: N.MOCCIA, 2003; M.PIRRELLI, 2014, passim.
(8) AUDMo, Fondo parrocchia S. Michele Arcangelo, battezzati 1655-1722, f. 6
IL CONVENTO
Poche notizie abbiamo sul fabbricato del convento che nel 1720, come assicura una pagina del volume Scritture diverse (43), era “isolato, e da ogni parte ben circondato di mura”; a ciò aggiungiamo che nei sotterranei si trovavano due grandi piscine per olio, due cantine, quattro pozzi, uno dei quali di acqua sorgiva, mentre alcuni locali seminterrati erano adibiti a stalle, botteghe e pagliere.
Nel chiostro si affacciavano l’androne, due panetterie, il refettorio, tre dispense, una grande cucina, legnaie ed un quartino con cucina destinato ad accogliere pellegrini (44).
Al piano superiore, al quale si saliva dalla scala maggiore e da una scala segreta c’erano, oltre agli alloggi dei religiosi che avevano a disposizione singole stanze o piccoli quartini dai tre ai cinque vani, una piccola cappella e la biblioteca; un’altra scala portava al coro di notte ed all’ultimo piano con le stanze dei novizi e dei professi (45).

Nel 1809, per effetto della soppressione degli ordini religiosi posta in essere nel regno di Napoli dai governanti francesi, i domenicani lasciarono il convento che, dopo le vicende ampiamente già narrate (46), il giorno 11 dicembre 1832 fu consegnato dal sindaco Giuseppe Turchiarulo a padre Modestino Iandoli superiore dei Padri della missione, o Lazzaristi, ai quali per ordine reale era stato assegnato.
I Padri erano presenti a Monopoli già dalla fine del 1829 perché destinatari dell’eredità, stimata in oltre 37.000 ducati, del sacerdote Fabio Affatati alla quale si aggiunse la ricca donazione delle sorelle Isabella e Teresa De Luce.
Tra i primi Padri venuti a Monopoli ricordiamo Giustino De Jacobis (1800-1860), missionario in Africa, beatificato nel 1939 e proclamato santo (47) nel 1975 da papa Paolo VI. I Padri della Missione, detti anche Vincenziani dal nome del loro fondatore San Vincenzo de’ Paoli, stettero a Monopoli fino al 21 ottobre 1860 giorno del plebiscito al quale non vollero partecipare.
Nella chiesa, di quei religiosi si conserva il ricordo nella cappella intitolata al loro santo, ultima a destra entrando, con il quadro che raffigura San Vincenzo de’ Paoli con i Padri della missione e con le Figlie della carità, ramo femminile dell’Ordine, strette intorno a Luisa de Marillac loro fondatrice canonizzata nel 1934 da papa Pio XI.
L’autore del dipinto, D. A. Candela, ha lasciato, fra l’altro, una Maria Immacolata e santa (1837) nella chiesa dell’Immacolata nella frazione l’Assunta a Monopoli ed a Polignano a Mare un S. Vito martire (1856) ed una Madonna con Gesù Bambino e sante (1848) rispettivamente nelle chiese di S. Cosma e dell’Assunta (48).

Intorno alla metà degli anni Sessanta del Novecento si volle sostituire la pavimentazione della chiesa allora ancora a lastre di pietra calcarea, le chjenche gloriose e nobili che per secoli sono state calpestate in casa, in chiesa e per strada dove hanno assistito, e quasi partecipato, ai giochi scomparsi di piccoli e adolescenti che liberi vivevano all’aperto.
Assieme a quelle antiche pietre furono asportate le lapidi funerarie, o quanto ne restava, delle quali fortunatamente, il sacerdote don Cosimo Tartarelli aveva potuto rilevare le scritte (49) che allora, in parte, ancora si leggevano e che volentieri riportiamo:
– una lastra con stemma dei Palmieri ed una scritta attestante che nel sepolcro c’erano i loro resti dal 1553 al 1841;
– una lastra sulla tomba di mastro Arminio Lupo (50) e suoi eredi e successori, a. 1615;
– una grande lastra (mt. 1, 10 x 1, 05) con data A.D. 1765;
– una lastra con scritto Dottor Luigi Pistoia 1621;
– un’altra con l’iscrizione Cesare Ammirato e suoi eredi 1603;
– una lastra con scritto Pip(polo) Pa(ri)so;
– una lastra sulla tomba della famiglia Cedrelli;
– un’altra con incisa la scritta Donato Antonio Petrosillo 1616;
– una lastra con scritto Vespasiano Sfortiae;
– una lastra sulla tomba di Giovanni Giacomo Mastroromano;
– una lastra sulla tomba di mastro Mario Intino e suoi eredi;
– una lastra sulla tomba di mastro Palumbo ed eredi, 1629;
– una lastra con la scritta M(ess)er Nicola Gusman hac sibitumbam paravit.
Sono pervenute a noi la lastra, bellissimo pezzo unico, con lo stemma dei delli Falconi che andrebbe preservata e sottratta al continuo calpestio e la piccola lapide a pavimento, sotto la cantoria, con la scritta M° Fabritio Giannulo 1630 (51).
Il Convento già nel 1866 risulta occupato dai Carabinieri (52) e la Chiesa, nel 1881, fu concessa all’Opera Pia di S. Cataldo (53).
Testo
di Michele Pirrelli
con fotografie e rappresentazioni grafiche
di Gaetano Todaro
NOTE AL TESTO
(1) M.PIRRELLI, 2009.
(2) La Musa Talìa Editrice, Lido di Venezia, Venezia, 2016.
(3) G.GULLINO, 2017, ad vocem.
(4) B.SAGREDO, 2016, pag. 110.
(5) Ivi, pag.127.
(6) Ivi, pag. 115.
(7) M.PIRRELLI, 2009.
(8) Per ogni approfondimento sull’argomento vedi l’ottimo lavoro di Walter Laganà, Le chiese ipogee e a cupola in asse di Monopoli, 2020.
(9) G.INDELLI, 2000, pag. 225.
(10) G.CAPPELLUTI, 1965 e 1983.
(11) G.INDELLI, 2000, pag. 194.
(12) Archivio Unico Diocesano Monopoli (d’ora in poi AUDMo), Fondo parrocchia SS. Pietro e Paolo, Leonardo Cirullo, Selva d’oro, T, 179, scrittura del notaio Clementia datata 1511.
(13) L.RUSSO, 1973, pagg. 105-108.
(14) La concessione della cappella a Leo d’Arpona è del 18 gennaio 1503 (M. PIRRELLI, 2009, pag. 95); per altre notizie su di lui e sulla sua casata, vedi M. PIRRELLI, 1998, pag. 215-217.
(15) Sul S. Pietro Martire vedi C.GELAO (a cura di), 2008.
(16) Le vicende del dipinto fino agli anni Venti del secolo scorso, sono state narrate in M.PIRRELLI, 2009, pagg. 117-118 e, più compiutamente e fino ai nostri giorni, da Remigio Ferretti per il quale vedi su Google Ferruccio Ferretti blog Giambellino.
(17) Per A.N.Pipoli vedi L.GENTILE, 2019.
(18) F.PENTA, 1931.
(19) AUDMo, Inventario confraternita S. Cataldo di Monopoli, a. 1957, carte non inventariate.
(20) M.PIRRELLI, 2009, pag. 82.
(21) Ibidem.
(22) Vedi: L.MUCIACCIA, 1985, pag. 291 e segg.; M.S.CALO’ MARIANI, 1988, vol. II, pag. 647 e segg.; P.LISIMBERTI ed A.TODISCO, 1997, passim.
(23) L.FINAMORE PEPE, 1897, pag. 410.
(24) Il nome corretto della masseria è Cola Presta secondo G.LIUZZI, 2015, pag. 9; attualmente è chiamata masseria Calmerio (ibidem).
(25) Per la masseria Malvisco, estesa per 1300 tomoli nel 1566, vedi ivi, passim.
(26) M.PIRRELLI, 2009, pag. 83.
(27) Ivi, pag.82 e seg.
(28) Ivi, pag. 120, nota 31.
(29) Ivi, pag. 83.
(30) Di S. Domenico non sono disponibili le conclusioni capitolari, espressione della volontà e delle decisioni della comunità, e mancano del tutto i libri dei conti che ne testificano l’eventuale avvenuta esecuzione e, quasi sempre, registrano i nomi degli artisti, degli artigiani, dei murari e di tutti quanti gli operatori sui quali, frequentemente, si hanno notizie che ne ampliano la conoscenza ed il corpus delle opere. È molto probabile che la scomparsa e la distruzione della documentazione in parola siano da attribuirsi alla soppressione degli ordini religiosi ed al successivo incameramento dei loro beni materiali.
(31) M.S.CALO’ MARIANI, 1988, vol. II, p.627.
(32) 1998, pag. 62, nota n. 25; 2009, pag. 91.
(33) Archivio di Stato Bari (d’ora in poi ASBa), notai di Monopoli, notaio Oronzo Indiveri, atto del 22 maggio 1780.
(34) Segmento centrale del coro.
(35) ASBa, notai di Monopoli, notaio Oronzo Indiveri, atto del 24 aprile 1777. Per Marinosci vedi I.DI LIDDO, 2016, passim.
(36) ASBa, vedi nota n. 33.
(37) ASBa, notai di Monopoli, notaio Alessandro Nicola Troisi, atto del 10 marzo 1725.
(38) M. PIRRELLI, 2009, pag. 89 e seg. La nota n. 73 di pag. 122 di quel lavoro deve essere così modificata e corretta: “Inventario del 1746, ff. 62 e 83. Giulia Palmieri era nata nel 1579 da Giovanni Bernardino Palmieri e da Sibilla delli Falconi sorella del primicerio Orlando (si veda nota n. 66); nel 1602 sposò Giovanni Geronimo Gattini nobile materano e ne ebbe, fra gli altri figli, Paola Felicia che sarà moglie di Giovanni Trulles de Myra originario di Barcellona ed appartenente, senza dubbio, alla stessa famiglia dell’omonimo presule di Matera”.
(39) Cfr. nota 37.
(40) Inventario domenicano del 1746, f. 62; vedi M.PIRRELLI, 2009, pag. 97.
(41) AUDMo, Fondo Parrocchia Sant’Angelo, defunti 1728-1801, f. 12v. Giovanni Pepe era nato il 28 maggio 1657 (ivi, battezzati 1655-1688, f. 34; il cognome della madre è riportato come Truglies seguendo la pronuncia spagnola di Trulles. La lectio Truglione data in M.PIRRELLI, 2009, pag. 90 è errata.
(42) Giornale araldico genealogico pubblicato per cura della R. Accademia araldica italiana, tomo decimo, Pisa 1883, presso la Direzione del Giornale araldico.
(43) AUDMo, Fondo Capitolo cattedrale, Cause e controversie, 6-11, fasc. 11a, Scritture diverse per la causa contro li Padri Domenicani, Summarium.
(44) ASBa, Culto e dipendenze, busta n. 22, Mappe dei vari monasteri.
(45) Ivi.
(46) M.PIRRELLI, 2009, trattazione del convento e della chiesa di S. Domenico.
(47) Ricorrenza il 31 luglio.
(48) F.NOVIELLO, 2014, pag. 262, nota n. 436.
(49) AUDMo, Carte sciolte non inventariate.
(50) Arminio Lupo era originario di Copertino (M.PIRRELLI, 2009, pag. 90).
(51) Per Fabrizio Giannulo vedi M.PIRRELLI, 1997, pagg. 18 e 19.
(52) M.PIRRELLI, 2009, pag. 114.
(53) Ivi, pag. 116.
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