Il 19 aprile 2024, l’ANPI sezione “Lidia Menapace” di Monopoli, ha tenuto l’incontro “Cessate il Fuoco Ovunque”, diari di Gaza e Rafah.

Ha moderato Vito Giannulo, giornalista RAI 3 Puglia, ha introdotto Sergio Lenoci, presidente della sezione; sono intervenuti l’avv. Adalisa Campanelli promotrice dell’evento insieme all’ANPI, l’on. Arturo Scotto parlamentare del PD e Stefano Bronzini Rettore dell’Università di Bari.
Presente un numeroso pubblico, tra cui ragazzi e ragazze, particolarmente attenti e preoccupati per le conseguenze delle guerre in corso a Gaza e in Ucraina per i destini dell’intera umanità.
In apertura dei lavori è stato proiettato un cortometraggio girato in occasione della missione di una delegazione in Palestina sul valico di Rafah, sul confine egiziano a sud della Striscia di Gaza di parlamentari, tra cui lo stesso on. Scotto, giornalisti, accademici, rappresentanti di diverse associazioni, per toccare con mano il dramma del conflitto, monitorare le condizioni dei civili palestinesi, ribadire la necessità di un cessate il fuoco, incontrare le ONG che operano sul territorio e chiedere la liberazione degli ostaggi e un accesso garantito agli aiuti umanitari per la popolazione della Striscia.
Sergio Lenoci
Siamo difronte ad un conflitto, quello israelo-palestinese, terribilmente violento che colpisce soprattutto i civili e che non può lasciare indifferente nessuno.
Davanti ai gravissimi episodi di antisemitismo e islamofobia, occorre spingere l’opinione pubblica a dar vita a un percorso di costruzione di pace, reale e duratura.
La sezione ANPI di Monopoli è impegnata nella promozione di incontri volti a sensibilizzare la popolazione circa la necessità di un cessate il fuoco immediato in Palestina.
Adalisa Campanelli
E’ quanto mai necessario avere la consapevolezza del dramma che sta vivendo il popolo palestinese, con migliaia di civili uccisi, in maggioranza donne e bambini.
Mentre il mondo della politica e dell’informazione ha esplicato tanta attenzione sui fatti di Ucraina, non altrettanta lo sta facendo per quelli della Palestina.
Occorre operare in tutti i modi per scongiurare l’allargamento e la continuazione del conflitto, fermare la guerra e stabilire un rapporto di convivenza pacifica tra il popolo palestinese e quello israeliano, con due popoli e due stati.
Arturo Scotto
Ho visto con i miei occhi, in occasione di due visite sui luoghi del conflitto, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, il dramma vissuto dalla popolazione palestinese. Oltre 30.000 morti, l’80 % delle abitazioni e degli edifici distrutti, dei 36 ospedali esistenti solo 6 sono ancora indenni, migliaia di persone hanno abbandonato la loro terra, sono ammassati al confine, senza cibo e medicinali, muoiono di fame, di terribili malattie infettive. Dall’altra parte a poca distanza sono fermi 1.500 camion pieni di viveri inviati in aiuto da tutto il mondo e dalle associazioni umanitarie.
E’ avvenuto che le bombe israeliane hanno colpito le persone mentre erano intente a raccogliere qualche pacco di viveri lanciato dai droni dei soccorritori.
Dal punto di vista umano sono abituato a trattenere i sentimenti per me, cerco sempre di mettere davanti la dimensione politica rispetto a quello che avverto sulla mia pelle.
Ma accanto allo sconcerto e la rabbia, quello che emerge con più forza è il disappunto. Non esiste alcun angolo del globo dove si faccia marcire così la situazione e per così lungo tempo. C’è un popolo in trappola, chiuso a nord, a sud e a est. Gli aiuti umanitari arrivano a singhiozzo e le bombe uccidono centinaia di persone quotidianamente.
Quello che abbiamo visto a Rafah è il simbolo dell’impotenza della comunità internazionale davanti a una guerra che è ormai è dichiarata esplicitamente contro i civili. Netanyahu stesso ha sostenuto che non esistono civili a Gaza, perché sono tutti fiancheggiatori potenziali di Hamas. Una colpa collettiva, insomma. L’obiettivo è svuotare la Striscia, spostare una massa enorme di persone verso il Sinai e lasciarle lì per decenni. Consentire questo scenario getterebbe discredito sulle classi dirigenti non solo israeliane, ma anche occidentali. Che sarebbero percepite da larga parte dell’opinione pubblica di un uso discriminatorio del diritto internazionale. Invece il diritto internazionale va fatto rispettare sempre.
Bisogna intervenire ora. Basta con le risoluzioni delle Nazioni unite che vengono ogni volta respinte attraverso l’esercizio di veto. Si trovi una formula per il cessate il fuoco. Che è la condizione fondamentale per far arrivare gli aiuti umanitari. Occorre offrire una prospettiva alla questione palestinese. La Lega araba ci ha detto: smettetela di pensare a soluzioni costruite sulla loro testa. Se invece si insisterà su questo terreno si lascerà aperta la strada a forme di estremismo come Hamas, se non addirittura peggiori.
Perché accanto alle bombe, c’è la bomba più pericolosa che è quella epidemiologica.
I casi di diarrea, di epatite A, di malattia della pelle aumentano in maniera considerevole. Resta sullo sfondo il rischio di colera. L’Oms ci ha detto che le loro proiezioni parlano di 85.000 morti. Jared Diamond nel suo capolavoro “armi, acciaio e malattie” ci spiega quanto le epidemie stesse siano una conseguenza della guerra dall’inizio della storia umana. Qui le condizioni igienico sanitarie sono devastanti. Vanno affrontate subito. E chi le può affrontare sono inevitabilmente le organizzazioni umanitarie che sono sul campo.
Ci troviamo davanti alla negazione della possibilità di un popolo ad avere diritto a uno stato. Nonostante decine di risoluzioni Onu. Questo è accompagnato da una forma di disumanizzazione insopportabile. Sono persone, non numeri. E vanno trattate come tali. A Rafah siamo passati da duecentomila a un milione e mezzo di persone in cinque mesi. Le agenzie delle nazioni unite ci parlano di una situazione che va oltre la catastrofe. A cui vanno dati strumenti per poter lavorare. Invece vediamo che ci sono beni fondamentali che non arrivano a Gaza. I beni salvavita: quelli che servono per curare le persone. Stoccati in magazzino perché rischiano di diventare pericolosi in quanto riutilizzabili nel conflitto. Parliamo di generatori, di gabinetti chimici, di incubatrici, di bombole. Io penso che siamo al limite della stupidità.
Serve invece sbloccare quei 1500 camion che sono fermi alle porte di Rafah. Quelli sono una vergogna internazionale. E gli stati che hanno mandato aiuti in questi mesi dovrebbero essere i primi a ribellarsi.
Questo compito è affidato al nostro paese nello spirito del principio costituzionale dell’art.11 che sancisce: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.
L’Italia invece ha sospeso i fondi. Una vergogna. Poi ci meravigliamo se il nostro paese perde credibilità davanti a un pezzo di mondo.
Abbiamo scritto alla Meloni una lettera chiedendogli di venire a Rafah. Si renda conto di persona parlando con Unrwa, Ocha, Oms, Mezzaluna Rossa. Con quelli che sono sul campo, insomma. Dia un messaggio al mondo che l’Italia c’è laddove si manifesta una sofferenza così grande e inaccettabile. E soprattutto dia seguito a quanto ha votato il Parlamento: cessate il fuoco.
I partigiani hanno combattuto contro il nazifascismo per una nazione libera, democratica e indipendente, fondata sui principi della pace e della solidarietà tra i popoli.
Stefano Bronzini
Sono iscritto all’ANPI (mentre mostrava orgogliosamente la tessera).
Il mondo studentesco, avvertendo il gravissimo pericolo che incombe sui destini dell’umanità a causa del conflitto arabo-israeliano, manifesta la contrarietà alla guerra e invoca la pace.
Il governo e gli esponenti della destra chiedono interventi per stabilire con la forza ordine e sicurezza.
Nel CRUI, Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, ho difeso i principi della
nostra Costituzione che all’art. 6 così sancisce: Le università sono dotate di personalità giuridica, hanno autonomia didattica, scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile e si danno ordinamenti autonomi con propri statuti e regolamenti.
Secondo questi dettami spetta al Rettore autorizzare gli interventi delle forze dell’ordine.
A Bari abbiamo stabilito un buon rapporto con le stesse che ha impedito che le manifestazioni esplodessero in episodi di violenza.
Lo Stato non può aver paura di 500 studenti pacifici, come non può impedire che 23 studenti russi siano iscritti e usufruiscano di borse di studio. Assurdo richiedere loro una dichiarazione di essere contro Putin.
Articolo a cura di Stefano Carbonara






















