Festa di Sant’Antonio Abate a Monopoli
Un tempo, fino agli anni ’90 del Novecento, nel Centro Storico, nel Vico dedicato al Santo, in preparazione della festa del 17 gennaio, era consuetudine che i cittadini residenti imbianchissero le case.
Compravano i pennelli, detti scopelidde, e la calce da Nicolantonio Pilagatti, detto spilejatte, che abitava nella vicina via Barbacana.
Egli costruiva direttamente i pennelli e preparava il grassello di calce, ottenuta con la cura della polvere di calce in acqua dentro una vasca, chiamata calgenére.
Gli abitanti, dotati di pennelli e calce, imbianchivano le pareti delle proprie case e le facciate di tutto il Vico.
Nella serata del 16 gennaio, alla vigilia del giorno della ricorrenza della festa del 17, si celebrava la solenne Messa in onore di S. Antonio Abate officiata da un parroco con la partecipazione di numerosi convenuti; alla fine si accendeva un grande falò.
I ragazzini, il giorno prima, andavano giù al porto, dove venivano costruite le barche, per prendere la legna necessaria. I maestri d’ascia, costruttori dei tradizionali gozzi, sapendo che tutto ciò era per il Santo, la regalavano volentieri.
Tutto il Vico veniva addobbato con le luminarie, acquistate con il contributo di tutti gli abitanti del luogo.
L’ altare dell’effigie del Santo veniva addobbato di fiori e cerotti, soprattutto da chi lo invocava per ottenere delle grazie.
Le ragazze portavano i cerotti per chiedere la grazia di maritarsi, posavano sui carboni e le ceneri un cucchiaio pieno di zinco, che si scioglieva a contatto con il calore del fuoco.
Poi, tolto il cucchiaio dal fuoco, in base alla forma assunta dallo zinco raffreddato, desumevano il mestiere che avrebbe svolto il loro futuro marito.
Sui carboni venivano arrostite bruschette e rosolati ceci e fave.
La festa si concludeva con dolci, dolcetti e liquori preparati dagli stessi residenti.
La festa, con il cerimoniale di cui sopra con il grande falò, si è svolta fino agli anni ’90; successivamente solo con cerotti e fiori; attualmente alcuni omaggiano con fiori.
La casa con il quadro di S. Antonio Abate

La casa è stata l’abitazione della famiglia Spinosa Filippo e Pilagatti Addolorata.
Le persone anziane raccontavano che la casa in cui era esposto il quadro era stato un monastero, abitata da monaci.
Raccontavano anche che a volte sentivano le campanelle di Sant’Antonio Antonio Abate suonare da lì.
Negli anni 70, durante la ristrutturazione, fu trovata sul muro interno della casa, un altro affresco del Santo.
Raccontavano anche che prima degli anni 70 l’effigie del santo esposto all’esterno aveva preso fuoco, forse a causa dei ceri accesi.
Nel 2000 il quadro prese di nuovo fuoco. La causa rimane un mistero.
L’assessore Giuseppe Spinosa, figlio dei coniugi Spinosa – Pilagatti, avendo molta fede, si adoperò per realizzare un nuovo quadro ancora più grande ( quello in foto) che rimase esposto fino alla data di vendita della casa.
La coincidenza ha voluto che Giuseppe Spinosa morì nella sera tardi del 16 gennaio 2014, proprio la vigilia della ricorrenza del santo del 17 gennaio, giorno del suo funerale.
Coincidenza, segno, fede, chissà!
Poi la casa è diventata un B§B; il quadro è stato sostituito da uno più piccolo, tuttora esistente, raffigurante l’effigie del santo.
Storia del Santo
Sant’Antonio Abate nacque il 12 gennaio del 231, sulle rive del fiume Nilo, da una ricca famiglia cristiana.
Nel 270 rimase orfano e divise l’eredità con la sorella più piccola, di conseguenza donò la sua parte ai poveri e andò a fare l’eremita. Per combattere l’ozio intrecciava canestri. Lasciò il suo eremo per confortare i cristiani di Alessandria. Predisse la data della sua morte e per umiltà proibì ai suoi discepoli di rivelarla.
Morì il 17 gennaio del 356. Dopo la sua morte i cristiani si recarono in pellegrinaggio presso Orles, dove furono deposte le sue reliquie.
Sul posto fu costruito un ospedale, che fu retto e gestito da religiosi e come insegna misero la tradizionale gruccia a forma di “T”, attribuita al santo.
I religiosi, per potersi mantenere, allevavano maiali, a cui applicavano una campanella per distinguerli. Per questo il santo viene rappresentato con un maialino.
S. Antonio Abate è protettore degli animali domestici e di tutti i mestieri legati all’allevamento, come i guantai, tessitori, macellai, salumieri, confettieri, tosatori, archibugieri e panierari.
E’ anche il protettore da malattie, come quella detta del “fuoco di Sant’ Antonio’.
Per certi detti popolari, chi è colpito da sciagure improvvise si dice che “deve aver rubato il porco di Sant’Antonio”, oppure “i briganti vanno porta a porta come il porco di Sant’Antonio”.



















