L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
La poesia più celebre della letteratura italiana è l’Infinito. Testo breve con salti vertiginosi. Appena quindici versi. Un verso in più del sonetto.
È una delle liriche più famose dei Canti di Giacomo Leopardi, scritto a Recanati, sua cittadina natale, nelle Marche, negli anni della sua prima giovinezza. La definitiva stesura risale al 1818/1819.
La lirica è composta da 15 endecasillabi sciolti, in seguito inclusa nell’edizione dei Versi del 1826, come parte di una serie di sei Idilli.
L’idillio leopardiano è un componimento riconoscibile da una forte sottolineatura di intimismo lirico. In esso il paesaggio è un elemento naturale legato strettamente all’espressione degli stati d’animo del poeta. Una esaltazione del proprio io, che non vuole essere una fuga nel sogno o nell’irrazionale. È soltanto l’occasione di un’ampia riflessione sulla storia, sul tempo e sul triste destino dell’uomo. Negli idilli di Leopardi ci colpisce quella miscela sapiente e abile del registro della lingua quando dal letterario (Ermo colle) passa all’immediato e semplice, quasi un colloquio, (Sempre caro). Questo idillio può essere letto e diviso in due parti ben distinte: il poeta nella prima parte esprime concetti usuali, nella seconda, usa la sua immaginazione e si perde nell’infinito. Lo stesso Leopardi nel 1828 dichiara che sono: «esperimenti, situazioni, affezioni, avventure storiche» del suo animo.
L’«Infinito» è rimasto nei cassetti di Giacomo Leopardi per sei anni.
La domanda sorge spontanea: perché Leopardi non lo ha pubblicato subito? Perché ha atteso tanto tempo? Le ragioni potrebbero essere tante. Era un testo troppo ribelle? Temerario? Sia nella forma poetica senza nessuno schema metrico, sia nei suoi contenuti?
Antonio Losito







