“Avrei preferito essere ibernato piuttosto che vivere un anno così”: parole di un ragazzone di terza superiore, intelligente, volitivo, atletico, bello, rispettato da compagni e docenti.
Era la seconda ora, il dibattito si era acceso da qualche minuto e, da dietro una telecamera spenta, la frase mi è arrivata addosso con tutta la sua violenza. Meglio ibernato che in DaD.
Forse la guerra è davvero la metafora più giusta per descrivere quel che stiamo vivendo dal marzo 2020. Ma non quella che, con un certo vittimismo, riteniamo scatenata da un virus malvagio contro il genere umano. Qui si tratta di un conflitto più infido perché nascosto e giustificato ogni giorno da una miriade di motivazioni ragionevoli e assennate: quello contro i giovani, vale a dire i più deboli tra i deboli di questo sistema. Soffocati finora dalle nostre ansie con una marea di giocattoli, playstation, telefonini, vestiti e oggetti vari e ora costretti dalle nostre paure a restare blindati in casa.
Già durante il primo lockdown, il primo pensiero era stato segregare i bambini. Chi veniva beccato per strada col figlio in braccio subiva una riprovazione di solito riservata a criminali incalliti. Il rischio è che, in molte di quelle personalità in pieno sviluppo, potrebbe essersi stabilita la connessione patologica per cui contatto umano equivale a biasimo, pericolo, contagio e, forse, morte. Speriamo di no, ma, se così fosse, il futuro non sarà roseo.
In altri paesi si sono chiesti cosa cambiare e cosa chiudere pur di tenere le scuole aperte. Nel nostro abbiamo prima chiuso le scuole, poi pensato a cosa fare. Come una di quelle società dai ritmi rurali nelle quali i figli erano innanzitutto braccia da usare nei campi, poi bocche da sfamare. Mai intelligenze e volontà da sviluppare e con cui confrontarsi.
Un bellissimo libro di Franco Lorenzoni si intitola I bambini pensano grande. Il sottoscritto lavora da una vita ormai con gli adolescenti e, tutti i santi giorni, dopo aver firmato il registro, cartaceo o digitale che fosse, ha potuto rendersi conto di quanto grande pensino anche gli adolescenti. Almeno quelli che non ci stanno a farsi spegnere da noi adulti.
Nei brani che seguono, il lettore riconoscerà l’istantaneità emotiva di Facebook. Sono post scelti dalla redazione di Monopolitrerose, tratti dalla bacheca del sottoscritto, e rispecchiano l’emergenza dettata dall’agenda mediatica. Una specie di diario della pandemia vista dall’oblò della DaD. Interventi miei personali, ma anche spunti di riflessione di insegnanti, scrittori, pedagogisti incrociati nel mare magnum della piattaforma telematica. Un diario di viaggio che, come tutti i diari, vuole raccontare, non convincere. Al limite, offrire spunti di riflessione.
Ringrazio la redazione di Monopolitrerose per avermi gentilmente e volentieri offerto la propria disponibilità.
POST IN FACEBOOK
26 GENNAIO
I nodi vengono sempre al pettine e una lettera come quella dei ragazzi monopolitani di art. 18 merita una risposta e la risposta deve sempre essere sincera. Spietatamente sincera.
Se insegno è anche a causa della lettera più famosa alla scuola italiana che inizia con “Cara professoressa”, quella dei ragazzi della scuola di Barbiana. Nata a causa di una bocciatura e da una lettera ferocemente incazzata.
Sotto la sapiente guida di don Lorenzo Milani (ma solo inizialmente. Il prete, all’epoca, era già gravemente ammalato) la lettera di parolacce si è trasformata nel simbolo della protesta contro un sistema scolastico capace solo di distribuire voti come timbri postali, incapace di insegnare, di formare e di rispondere al dettato costituzionale.
L’episodio della bocciatura, della reazione dei ragazzi di Barbiana e della decisione di don Milani di trasformare quella rabbia in qualcosa di creativo ci viene raccontato in un bellissimo libro di Adele Corradi, Non so se don Lorenzo, Feltrinelli.
Lettera a una professoressa è del 1967.
Ignoro se i ragazzi di Art. 18 siano a conoscenza di quella vicenda, ma le parole della loro “Cara scuola” ci dicono che, dopo 54 anni, siamo punto e daccapo: “Non cerchi altro che il voto, ignorando l’insegnamento”, “Ti sei basata esclusivamente sulle interrogazioni, non sulla crescita personale”.
Bastano queste due frasi a infilare il dito nella piaga.
In Italia esistono, di fatto, due idee di scuola, inconciliabili fra loro: la Scuola della valutazione e la Scuola della formazione.
La scuola della formazione è quella costituzionale, che si preoccupa di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo delle persone, quella di chi si assume la responsabilità della crescita del bambino e lo accompagna a diventare cittadino.
La scuola della valutazione è, invece, incostituzionale.
Quella in cui, come dicono i ragazzi “Il tempo dell’apprendimento viene soppiantato dall’ansia della verifica”: non c’è tempo per insegnare, la spiegazione deve bastare, le verifiche si rincorrono, il registro reclama voti, le buone o cattive pratiche burocratiche incombono e noi insegnanti dobbiamo certificare: ce lo impongono il registro, le circolari, i dirigenti, i ministri. Certificatori. Non formatori.
Da insegnante di religione, un’ora sola alla settimana, ho sottoposto i miei ragazzi a ore e ore di verifiche e interrogazioni. Senza prendermi il tempo per ascoltarli, per sostare con loro.
Per una buona quindicina di anni ho svolto il mio mestiere in questo modo. Lontano dall’in-segnare, dal lasciare il segno in ragazzi che non vedevano l’ora che suonasse la campanella.
Ho perso tempo per troppi anni.
Non lo dico io, me lo dicono le linee guida per gli Istituti Tecnici del 2010: “…occorre abituare al (…) rigore, all’onestà intellettuale, alla libertà di pensiero, alla creatività, alla collaborazione, in quanto valori fondamentali per la costruzione di una società aperta e democratica. Valori che, insieme ai principi ispiratori della Costituzione, stanno alla base della convivenza civile”, dovremmo essere “capaci di trasmettere la curiosità, il fascino dell’immaginazione e il gusto della ricerca (…). L’immaginazione è il valore aggiunto per quanti vogliono creare qualcosa di nuovo (…), qualcosa che dia significato alla propria storia, alle proprie scelte, ad un progetto di una società più giusta e solidale”.
Dobbiamo rimboccarci le maniche finché ci saranno lettere come questa.
“Professore” mi ha detto una ragazza stamattina, “quando vedo che dall’altra parte non sono ascoltata, io mi lascio affogare”.
Ho immaginato una palude di spiegazioni, verifiche, voti, aule affollate, docenti stressati, funzioni strumentali con compiti immani, giornate di orientamento, genitori scontenti e l’ho vista affondare in tutto questo.
Quando non ci saranno più lettere come questa, avremo raggiunto una sorta di burocratica pace.
Non so quanti ne avremo affondati. Ma quell’idea di pace mi fa rabbrividire.
19 FEBBRAIO di Enrico Galiano
Noi docenti :
Abbiamo perso giga dal telefono, a nostre spese.
Abbiamo perso forze, energie, ore di sonno.
Abbiamo perso colore, assumendo pallori transilvanici e occhiaie nosferatiche.
Abbiamo perso studenti, perché quando abbiamo dovuto chiudere tutto e rifugiarci nelle piattaforme online per proseguire le lezioni, abbiamo scoperto improvvisamente che almeno uno studente su dieci non aveva i mezzi per farlo.
Abbiamo perso diottrie, stando intere dozzine di ore davanti allo schermo di un pc cercando a volte di interpretare geroglifici scritti a mano e mandati con foto via mail.
Abbiamo perso ore da trascorrere con le nostre famiglie perché, come tutti, il passaggio al lavoro da remoto all’inizio si è tradotto in un aumento esponenziale del lavoro (e anche adesso è così).
Abbiamo perso fiducia nei mezzi che abbiamo. Poi l’abbiamo riacquisita. Poi ripersa. E così via, su e giù, più o meno ogni giorno da un annetto a questa parte.
Abbiamo perso la voce, a forza di alzarla per ripetere “mi sentite?”, “ci siete?”, “spengo e riaccendo e torno subito!”
Abbiamo perso, infine, anche la salute, perché in molti di noi si sono ammalati da quando sono tornati in presenza.
Ma tempo, no, non lo abbiamo perso.
Non è mettere i puntini sulle i o lamentarsi per niente: è che ci teniamo alle parole. Lavoriamo soprattutto con quelle, e proviamo a insegnare a rispettarle.
Solo questo, chiediamo: “per favore, non dite che abbiamo perso tempo.”
1 MARZO di Daniele Novara
“L’Italia ha un problema piuttosto serio: i nostri insegnanti presentano, nel loro complesso, una grave carenza pedagogica. Non è una responsabilità individuale.
I docenti sono schiacciati dal mito della materia e nella difesa della pura conoscenza disciplinare”.
23 MARZO di Franco Lorenzoni
E’ stato davvero insopportabile ascoltare a ottobre Vincenzo De Luca irridere “l’unica bambina al mondo che piange perché vuole andare a scuola”.
Il grossolano sarcasmo del Presidente della Regione Campania non mitiga l’offesa verso una bambina che, se esprime il desiderio di imparare a scrivere, vuol dire che “si tratta di un OGM e che la mamma l’ha cresciuta con latte al plutonio”.
Non so che frequentazione di bambine abbia De Luca, ma io ne conosco centinaia che a sei anni desiderano imparare a scrivere.
13 APRILE
Quindicenne bendata durante l’interrogazione di tedesco.
Scrollando le pagine Facebook, avevo distrattamente pensato fosse l’immagine del film Garage Olimpo di Marco Bechis, quello sulla dittatura argentina. L’accostamento è atroce, ma tant’è.
Si è scatenato il finimondo e ci mancherebbe.
Però non è la prima volta. E ora è facile dare addosso agli insegnanti troppo zelanti che bendano. Ma le proposte di aggiornamento per la categoria, finora, si riducono a tre: competenze digitali (cioè saper usare qualche software), problema valutazione e apprendimento della lingua inglese.
Per tutto il resto, c’è lo psicologo, c’è il pedagogista, c’è l’equipe.
Peccato che in classe ci vada tu e quando reclami l’intervento dello psicologo o del pedagogista il problema è già scoppiato e, spesso, è diventato irrisolvibile.
Pretendere di bendare per ottenere una valutazione oggettiva è come pretendere di liberare gli alunni dalle unghie incarnite amputando loro la gamba.
Il tuo compito di insegnante non è fornire una valutazione oggettiva, quello è lo strumento, non il fine.
Il tuo compito lo sancisce la Costituzione: rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. E ora facciamoci un paio di ragionamenti.
Osvaldo Capraro
Scrittore
Docente di Religione
Osvaldo Capraro è nato a Losanna, oggi vive e insegna Religione negli Istituti Tecnici di Monopoli.
Ha pubblicato Il pianeta delle isole rapite (La Meridiana 1997) e Né padri né figli (2005) con cui ha vinto il Premio Città di Bari, Nessun altro mondo Stilo Editore.
Suoi articoli e racconti sono usciti su Lo Straniero e Nuovi Argomenti.
Monologo teatrale Stoc ddo, andato in scena nel 2020.
Clicca sul Link seguente per intervista a Osvaldo Capraro su rivista Portanuova – Anno 2006







