«Odio, amo. Perché lo faccio, mi chiedi? Non lo so. Ma accade, lo sento, ed è un tormento».
Di tutti i Carmi di Gaio Valerio Catullo, per la sua profonda veridicità, è certamente il più celebre. Possiamo aggiungere che è, probabilmente, tra i più celebri della letteratura latina. Il soffrire e nello stesso tempo il vedersi soffrire descrive un vano tentativo di intraprendere e di inventarsi una tenace resistenza, da parte del poeta, per trasformarsi e opporsi alla deriva di un amore tormentato.
Un amore ‘tossico’? Che più di ogni altro manifesta intimamente un disagio giovanile? Una protesta? È naturalmente una moda tutta comprensibile. Sicuramente è un linguaggio interiore.
Catullo, per esperienze di vita, per temperamento e per ispirazione poetica, può incarnare alla perfezione l’inquietudine dei giovani di oggi?
«Mi sembra uguale a un dio, mi sembra, se è lecito, superiore agli dèi, l’uomo che ti siede di fronte, sempre ti guarda e sente il tuo riso dolcissimo».
Catullo con la vicinanza di Lesbia è proiettato oltre ogni limite dell’umana esperienza. Divina? Una dimensione amorosa decisamente mai negativa, anche se sofferta.
«Godiamoci la vita, mia Lesbia, l’amore, e il mormorio dei vecchi inaciditi, tutti quanti, consideriamolo un soldo bucato. Il sole può tramontare e tornare, ma noi, quando è tramontata la nostra breve luce, dobbiamo dormire una sola notte perpetua. Dammi mille baci e poi cento, poi mille e altri cento, poi altri mille e altri cento».
L’amore dona una felicità superione a ogni umana percezione.
Antonio Losito