PREFAZIONE
E’ l’alba del 16 dicembre 1117.
Vescovo di Monopoli è Romualdo.
Da diversi anni sono in corso i lavori per la nuova Chiesa.
Mercurio, il sacrestano, viene svegliato nel sonno da un angelo che gli dice:
Vai dal vescovo e digli di recarsi al porto, perché è arrivata la Madre.
Ci va, ma il vescovo per ben due volte non gli crede.
Alla terza, accompagnato da tanti fedeli accorsi, si dirige verso il porto.
Qui, su una zattera di legno venuta dall’Oriente, vi è l’Icona di una Madonna.
E’ accolta e portata con gioia verso la chiesa.
Le travi servono per completare il tetto.
L’immagine diventerà la Madonna della Madia,
nome della zattera in vernacolo monopolitano.
Sarà la Patrona della città, verso cui sarà per sempre devoto il suo popolo.
Ogni anno l’evento è rievocato con gioia, riti e feste.
IL RACCONTO ROMANZATO DELL’ALBA DELLA MADONNA DELLA MADIA
Notte fonda affacciata sul mare, deserte le stradine, qualche gatto ancora stenta a dormire accucciato negli anfratti delle casupole per ripararsi dal freddo pungente di dicembre.
Solo una figura barcollante ciondola nell’antico vicolo cercando un equilibrio mentre il vino gli circola ancora nelle vene.
Lasciati gli amici e la cantina, Mercurio ritorna a casa, oscillando per quel rosso ristoro che è il suo passatempo preferito, un po’ disdicevole per un sacrestano forse, ma se si toglie ad un uomo la compagnia allegra dei suoi simili allora non è più vita, si dice aprendo silenziosamente il portone di casa.
I discorsi di poco prima gli risuonano ancora nelle orecchie mentre si corica al fianco di sua moglie che per fortuna non l’ha sentito rientrare così tardi!
“Insomma quando si finirà questa chiesa? Il vescovo troppo grande la vuole fare e adesso dove andiamo a prendere il legname che serve? Sono dieci anni ormai che è in costruzione! Eh Mercurio!?”
Lui aveva difeso Romualdo, il vescovo, ma ci capisce poco delle guerriglie per mare che impediscono i normali commerci e del perché i forzieri sono vuoti, sono cose di cui nessuno avrebbe da conto a lui, che un sacrestano era, un pover’uomo!
Il sonno si impadronisce delle sue membra ed immediatamente gli sembra di essere in mezzo al mare in burrasca, si sente perso, poi una voce forte gli giunge come un comando imperioso:
“Svegliati Mercurio, vai dal tuo vescovo e digli che lo aspetto al porto! Presto!”
Si sveglia e balza fuori dalle coperte, chi è stato a parlargli?
Trema forte e senza pensarci due volte si infila i calzoni e si copre alla meglio, si precipita in strada ed in men che non si dica si attacca al battente del portone della Curia chiamando a gran voce il suo vescovo!
“Signoria, Signoria. Presto uscite!”
Assonnato e vagamente spaventato la faccia rubiconda del presule esce dalla finestrella in alto, la papalina ciondolante:
“Che vuoi, pazzo di un ubriacone?”
“No Signoria, presto! Ancora le gambe mi tremano! Un Angelo mi venne in sogno mentre ero in mezzo alla tempesta. Mi disse di venire da voi a chiamarvi. Giù al porto ci aspetta!”
“Vai a casa Mercurio! Il vino parla per te!”
E chiude i vetri rintanandosi al calduccio.
Il poveraccio torna piano verso casa che per fortuna non dista granché e di nuovo cerca di dormire, non è più sbronzo, si ingannava Romualdo!
Ormai è lucidissimo!
Ma di nuovo si ritrova nella tempesta, un gozzo traballa nel mare agitato dal vento di tramontana e lui sente gli schizzi di acqua ghiacciata sul viso e di nuovo la voce imperiosa ma non cattiva, la stessa di prima, solo con quel tono di urgenza, di premura:
“Romualdo devi fare venire al porto! Lo sto aspettando, presto sveglialo!”
Ancora prende la via di prima ed ancora batte forte al battente di ferro del grande portone, la finestrella che si apre ma non fa in tempo a parlare che Romualdo lo aggredisce:
“Mercurio che vuoi si può sapere?
Mi vuoi far diventare matto?
Torna a casa, basta!
Non ti voglio vedere più fino a domattina per la prima messa!”
Con voce piccina piccina lui cerca, balbettando, di spiegare che è cosa urgente ma neanche finisce e la finestrella si richiude facendo quasi andare in pezzi i vetri.
Mesto e sconsolato torna a casa, si infila nel letto mezzo vestito che massimo un’ora o due mancano all’alba…
Stavolta la voce arriva con un’afflizione che non ha sentito prima:
“La Madre è quasi arrivata con grandi doni e nessuno l’accoglie…
Eppure vi ama tanto da voler abitare qui con voi, in questo luogo affacciato sul mare…”
Vede la figura quasi di bimbo, a capo chino, sconfitto, che indica il porticciolo con le acque che miracolosamente sono tornate calme.
Mercurio sveglia sua moglie e le racconta ogni cosa, lei ascolta in silenzio poi guarda il cielo ancora scuro, riflette, ed alfine ecco il suo consiglio, com’è saggia, perché non l’ha svegliata prima?
“Tu vai giù al porto, passa dalla porticina e aspetta. Io andrò dal vescovo e lo convincerò!”
Mercurio tutto contento fa quanto la sua sposa gli ha consigliato.
“Dove vai Mercurio così presto?” Gli chiede il fornaio vedendolo di fretta.
“Vado al porto. Un Angelo ho sognato!”
“Vengo anch’io!”
E passando di vicolo in vicolo tanti altri si aggiungono a loro, la voce passa di casa in casa, da pietra a pietra, da cuore a cuore.
In lontananza risuonano le campane, chi le sta suonando se lui è per strada?
Ormai non ha più importanza.
Anche Romualdo finalmente capisce che qualcosa di prodigioso sta accadendo, con il vociare che arriva fino alla sua finestrella insieme al suono delle campane a festa ed alla voce di donna che lo invita a sbrigarsi!
È l’ultimo ad arrivare…
La folla inginocchiata, silenziosa, in preghiera, lì al porto, tutti guardano con gli occhi colmi di lacrime il mare che è diventato calmo come una tavola.
Un’umile zattera dondola già quasi in riva, travi poderose di pino d’Aleppo fanno da altare ad un’icona di indicibile bellezza, si scosta al suo arrivo e lui, solo allora, capisce ogni cosa.
Per tre volte non si accosta alla riva, così come lui per tre volte ha esitato ad accettare l’invito della Madre di Dio che giunge, poi anche lui, il vescovo Romualdo, si prostra, ed Ella accetta e fa casa in mezzo a loro, da quel giorno fino ad oggi.
È l’alba. L’alba del 16 dicembre 1117.
Rosi Brescia, scrittrice monopolitana


























Bellissimo aver letto mi sentivo di stare in quell’epoca del 1117. Grazie Rosi Brescia. La nostra protettrice Madonna della Madia. .
Grazie mille a te cara Santa
Grazie Stefano per un racconto permeato di commozione ed orgoglio monopolitano. Non riesco ad aprire le foto con annessa didascalia …
Sempre mille grazie prof. Carbonara. A tutti coloro che leggeranno consiglio di aprire le foto, sono correlate da didascalie frutto di amorosa ricerca.