È sempre aperto il dibattito sulla cittadinanza ai minori, figli di immigrati stranieri, che frequentano assiduamente le scuole italiane.
Né il sangue, né il Dna ci può rendere diversi.
La scuola è basilare ed è al centro del processo di formazione dell’identità nazionale, che ci rende cittadini a tutti gli effetti. Migliaia di bambini, di adolescenti e di ragazzi non possono restare eternamente sospesi in un limbo inesistente. Vogliamo parlare di quella ragazza di nome Claudia? Bilingue con naturalezza, romana di nascita, si è dedicata all’insegnamento del leggere e dello scrivere a un profugo straniero, anche se giuridicamente non italiano. Dobbiamo ricordare con tranquillità assoluta che il luogo privilegiato per ottenere e acquisire la cittadinanza del nostro Paese è la scuola. L’assorbimento delle regole e della lingua italiana è unanimemente considerato il saper e voler vivere tutti insieme. Ci sono elementi imprescindibili, che ci accomunano, secondo i principi basilari e democratici della nostra carta costituzionale.
Attualmente la legge prevede che i figli di immigrati hanno diritto ad avere la nostra cittadinanza se i propri genitori riescono a ottenerla. Ciò avviene nella seguente condizione: genitore e figlio devono essere conviventi. Inoltre il figlio deve essere minorenne nel momento in cui la madre o il padre acquisisce la cittadinanza italiana.
Ogni giorno si innalzano barricate, si profetizzano disastri e si lanciano anatemi. Non c’è altro punto di caduta al di fuori del concetto di ius culturae. Non c’è altra strada: non solo chi è nato tale, ma è italiano anche chi lo diventa. Si può varcare serenamente e tranquillamente la soglia dell’italianità con la regolare frequenza di uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale d’istruzione per almeno cinque anni. È pur sempre un processo, ma la cittadinanza diventa qualcosa che è a portata di mano. Percorso non breve, sicuramente. Nemmeno tanto lungo. La lingua italiana, il nostro umanesimo e la nostra millenaria tradizione culturale plasmano e forgiano la coscienza di un individuo e lo trasformano rendendolo uguale a tutti altri concittadini, nonostante la diversità dell’origine.
Antonio Losito
Personalmente, sarei più per il cosiddetto “ius soli condizionato”, ossia per l’attribuzione della cittadinanza italiana ai nati e/o cresciuti in Italia, insieme a genitori legalmente residenti nel nostro Paese da un tot d’anni (non troppi, 5 o poco più) continuativamente. Infatti, questa mi sembra di primo acchito l’impostazione che meglio realizzerebbe lo scopo di riconoscere, senza attendere troppo e senza particolari formalità, la cittadinanza a tutti coloro che vivono in Italia come un normale nucleo famigliare italiano. In più, rispetto ad altre, mi sembra la strada migliore per prevenire abusi e raggiri. In particolare, l’idea di collegare l’acquisizione della cittadinanza alla frequenza scolastica mi lascia perplesso, specialmente se quest’ultima viene pensata – come sembra suggerire l’ultimo periodo del post – quasi come strumento per omologare l’immigrato al nativo, magari col buon proposito di limitare gli attriti potenziali tra i due (se la pensano alla stessa maniera, andranno più d’accordo), ma anche con il rischio di perdere buona parte delle contaminazioni culturali, che fanno sempre bene a tutti.
Carissimo Vincenzo,
le nostre posizioni non sono distanti. Si intersecano. Più che omologare userei la parola integrazione, che potrebbe avviare il problema a soluzione. Il governo attuale è latitante e insensibile a queste necessità, tutto impegnato in argomentazioni divaricanti.
Ciao.
Antonio Losito