DONNA TRA LE DONNE
Simona Segoloni racconta Maria di Nazaret

Lunedì 5 agosto a Monopoli, sul sagrato della Basilica Cattedrale di Monopoli abbiamo vissuto un evento di comunità che ha superato ogni nostra aspettativa. Oltre sei associazioni e molte formazioni laicali e civili hanno permesso la buona riuscita della serata, pensata e voluta da don Roberto Massaro, con l’Unità pastorale del centro storico, all’interno dei festeggiamenti in onore della Madonna della Madia.
Con il titolo “Va e annuncia ai miei fratelli Ministri e ministre del Vangelo” la teologa Simona Segoloni Ruta, docente di teologia sistematica dell’Istituto teologico di Assisi – dove insegna ecclesiologia, mariologia e trinitaria- nonché membro del Consiglio dell’Associazione teologi Italiani e socia ordinaria del Coordinamento teologhe italiane, ha raccontato una Maria di Nazareth inedita, dando voce al vissuto concreto di ogni donna, alla umanità e alle scelte di libertà.
Come già, per primo e in modo esemplare, aveva compiuto don Tonino Bello, indimenticato vescovo degli ultimi, con la sua “Maria, Donna dei nostri giorni”, anche Simona Segoloni offre una rilettura della figura di Maria, con “Carne di donna” raccontando Maria di Nazareth.
Lo sguardo della teologa parte, evidentemente, dal corpo, dall’esperienza di essere donna, in quanto ad indagare e interrogare l’immaginario collettivo e la tradizione su Maria di Nazareth è una donna. Simona Segoloni, dopo aver ascoltato e incontrato le storie di altre donne, prende la parola per restituirla alle tante donne della storia, non solo biblica, ma di ieri e di oggi.
E così è accaduto lunedì sera 5 agosto, a partire dalle ore 20,30 a Monopoli, quando, in una staffetta ideale, si sono avvicendate le voci, i volti, i corpi delle molte donne che hanno fattivamente partecipato e contribuito a rendere visibile la libertà di essere semplicemente sé stesse “– proprio come gli uomini – chiamate a questa libertà”. Scrive, infatti, Segoloni (pag. 74): “Nessun marito può impedirla, nessun figlio, nessun ruolo, nessun sistema sociale iniquo, nessuna struttura ecclesiale discriminatoria”.
Sembrerebbe scontato tutto questo, visto il raggiungimento in molti paesi del mondo di alcune libertà formali, sia nella società civile che in quella ecclesiale. Ma sappiamo bene quanto ancora il cammino verso la libertà di ogni donna sia costellato di luci e ombre, difficoltà e negazioni, pericoli e violenze di ogni tipo, anche invisibili. Nessun vittimismo, però, nelle parole delle donne che hanno preso la parola e hanno dato voce alle voci sorelle, interrogando e ricevendo risposta.
Anche la conoscenza delle fonti bibliche e la riflessione su di esse, da parte della teologia delle donne, infatti, può diventare dono, se ripresenta le donne della tradizione, risignificando le esistenze delle donne di oggi, scrostandole dalle distorsioni di ipocrisie ormai consunte, a partire dall’esercizio responsabile della sessualità.
Senza edulcorazioni, né mistificazioni, senza spiritualizzazioni ma appunto tentando di ripercorrere ciò che è potuto e può ancora essere per noi Maria di Nazareth e la sua esistenza d’amore e di fede.
Così sono risuonate alte e profonde anche le parole pronunciate nella performances delle associazioni: Donne per la città – Presidio del Libro, incarnando alcune figure femminili della Bibbia, a cura di Giuliana Corbascio e, di seguito, la performance di Teatroverso dell’Arcadia” sulle note de “La Cura” di Battiato”, come anche quella proposta da Progetto Donna, con la lettura scenica di uno stralcio di Ave Mary di Michela Murgia, nella interpretazione di Anna Longano, e le note e le parole di Sentieri Armonici con Giovanni Rota al violino e Giuseppe Petrella alla tiorba, che hanno ricordato la musicista Isabella Leonarda, senza dimenticare Donne Democratiche con Gianna Leoci che ha ricordato le rivendicazioni femministe dei diritti minimi di civiltà, nonché la presenza della Croce Rossa.

La serata è stata davvero una overture, per la misura e pertinenza degli interventi, che la teologa ha raccolto sapientemente, per chiarire e ribadire l’importanza del ruolo della donna nella vita della Chiesa, come evento ecclesiale di avvento evangelico.
In finale l’omaggio di Mariangela Mastronardi per l’Unità pastorale del centro storico, con un pezzo su Chiara d’Assisi ha salutato il dialogo brillante che si è dipanato, dall’inizio alla fine, grazie alla interlocuzione con don Roberto Massaro che, tra l’altro, ha saputo scandire sincronicamente i tempi della serata, di ampio respiro culturale.
Alle domande rivolte dalle associazioni, tutte le risposte della teologa convergevano sensibilmente, fuori dagli stereotipi di genere, affrontando la questione femminile, non ideologicamente ma in relazione ai contesti culturali per valorizzare il rispetto delle effettive libertà, della possibilità laica di testimoniare autorevolmente la tradizione cristiana, fuori da ogni distorsione della integrità del corpo femminile, perché la dignità di Maria ci richiama a quella del nostro essere donne, interamente donne.
Simona Segoloni, infatti, a proposito dei contesti patriarcali, ha concluso che la stessa esistenza di Gesù è stata profondamente in dialogo con le donne “povere tra i poveri” (pag. 135) per innescare processi di liberazione e ha affermato che “il Vangelo ci dà questa possibilità”.
Si è levato, così, in un eloquio dotto e informale, un monito gentile ma fermo, quasi un auspicio collettivo.

Solo nella piena realizzazione di sé stesse, dentro la comunità sociale, in quanto liberamente senzienti, si possono creare i presupposti di una società pienamente umana e matura, fondata sulla libertà e non sulla prevaricazione, sul rispetto e non sul possesso.
Le donne, insomma, in ogni campo sociale, anche in campo ecclesiale, si riconoscano ben capaci di azioni generative di vita, di pensiero, di azione, al di là del fatto procreativo, della maternità, perché a pieno titolo protagoniste attive della storia, testimoni di resurrezione.
Solo liberando tutte le relazioni di potere da incrostazioni sessuofobe o sessiste che affidano alle donne ruoli di cura, depotenziando anche il valore universale della cura, da un punto di vista umano, educativo, sociale e culturale, si potranno generare relazioni meno sbilanciate e più evangeliche.

MARIA GRAZIA PALAZZO
Nasce a Martina Franca (Ta) nel 1968 e vive dal 2006 a Monopoli (Ba).
Ha esercitato la professione di avvocata per oltre 20 anni. Con la maternità adottiva, ha intrapreso un nuovo percorso tra studi di genere e teologia. Attualmente è insegnante precaria nella scuola. È socia aggregata del Coordinamento teologhe italiane, operatrice culturale, autrice soprattutto di poesia.







