Le lunghe file degli italiani – Una storia infinita.
Dalle tessere annonarie all’overtourism.
Monopoli, nuova folla, nuove criticità.
Un fenomeno antico, complesso, in evoluzione. Una chiave di lettura della società. Frenesia, inerzia, deficit di organizzazione. L’impatto di pubblica amministrazione, sanità, trasporti, manifestazioni pubbliche, eventi ed overtourism. Le emergenze continue e le trappole visibili e invisibili. Mezzogiorno e Puglia in cima a doglianze e filari. La città di Monopoli emblema del turismo accelerato, delle problematiche di affollamento, dei riflessi pervasivi sui residenti.
Introduzione
C’è una sorta di pluralismo genetico, esistono le file ordinarie imposte dal fato, dalle emergenze, dalle norme comuni, dalle procedure; ma anche quelle cercate (o ricercate), intenzionali, volontarie che si collegano a desideri, impulsi ludici e consumistici, riti collettivi. C’è poi un tertium genus, l’overtourism a radice ibrida che con le sue novelle densità mette “sotto attacco” le comunità, stimola le file diffuse e ingombranti, gli assembramenti oltre le soglie di vivibilità. La fila rappresenta un indice di squilibrio tra domanda e offerta, tra desideri e realtà, tra la pressione dei bisogni e l’incapacità di soddisfarli, tra ambizioni e risorse disponibili, tra l’ipertrofia dei diritti e l’eclisse dei doveri. Una modalità implicita di stabilire le regole del gioco nella speranza di farle rispettare, una denuncia di insostenibilità della elevata domanda di tutela in una società post-moderna. Creazione, gestione e congestione delle file nel loro ciclo di vita ben possono delineare un quadro realistico delle caratteristiche essenziali della società.
Si dice che i luoghi affollati siano solitamente poco praticati da studiosi e accademici delle varie scienze che anche indirettamente analizzano il vasto tema “file e dintorni”. Forse è venuta l’ora che le file dei professori si inoltrino nella giungla degli assembramenti alla ricerca delle responsabilità e delle cause di una catena di montaggio (il sistema Italia) evidentemente arrugginita.
Le file (e dintorni) sono di fatto simbolo ed espressione degli antichi vizi italiani, una metafora di inefficienze, scorciatoie, inadeguati livelli di democrazia. Tra le code negli uffici pubblici e nella sanità, i semafori rossi, i taxi e così via si insinua un filo grigio che unisce e rappresenta le nostre identità, compreso il problematico atteggiamento di intolleranza verso le situazioni equalizzanti. Come diceva un maestro di teoria organizzativa sul finire del secolo scorso, le f. sono la cartina al tornasole dei comportamenti sociali, l’indice del grado di efficienza organizzativa del Paese e al tempo stesso del livello di maturità e correttezza democratica.
Un lungo elenco
Lunga e nutrita è la serie delle file italiche, a titolo semplificativo basta il nome a garanzia del tragico intoppo: Uffizi, Colosseo, Brennero, Aeroporti, Foro Italico, Questure, Musei Vaticani, negozi Apple, Roma Termini e Milano Centrale, Parlamento italiano per le leggi ordinarie, scadenze fiscali, saldi ed outlet, Poste, banche, Asl, ospedali, eventi musicali e sportivi, spiagge a ferragosto, ristoranti alla moda e pizzerie low cost, litoranee, autostrade dei rientri, complanari per furbi, esequie di personaggi famosi, notti della taranta, i derby, il Palio, i tamponi e i vaccini, la notte dei musei. “Lunghe file davanti ai musei nonostante il maltempo” tuona il competente Ministro, e un suo ex collega “File lunghissime in tutta Italia, è una festa”. Una gioia ministeriale sorprendente e che fa riflettere.
Le f. sono di fatto le storiche compagne di vita di tutti gli italiani. Per non andare troppo indietro nel tempo, famose quelle lunghissime del periodo bellico per racimolare un po’ di cibo garantito dalle tessere annonarie tenute gelosamente dalle nostre madri coraggio. Altrettanto simbolici e di vaste proporzioni si sono snodati da sempre lunghi serpenti umani presso le fontane di ogni tipo in un’Italia permanentemente siticulosa. I tempi sono cambiati, gli italiani oggi sono disposti a tutto per acquistare dopo ore di attesa l’ultimo swatch, l’iphone, il biglietto per Vasco, il nuovo modello di eleganza esclusiva. Anche le “edizioni limitate” e i saldi sono un alibi per stare insieme aspettando al sole e al freddo.
“La corsa ai supermercati è ingiustificata” ma è diffusa, gli “isterismi creano panico e vanno evitati”, ma la nostra frenesia compulsiva cerca inconsapevolmente gli assembramenti che ci attirano, talvolta fanno chic, identificano la tipologia di gregge, rafforzano il senso di appartenenza. La f. è talvolta un fenomeno culturale, una opportunità per partecipare ad attività sociali, per interagire e distinguersi come comunità di nicchia; più spesso è un castigo, una sofferenza, una tortura dantesca, un tunnel senza luci.
Il trend storico
Nell’era in cui l’informatica dilaga e le f. davanti agli sportelli pubblici dovrebbero essere preistoria ecco il paradosso: sono lunghe, affollate e dure da smaltire oggi come vent’anni fa. Lo dicono i report di affidabili uffici studi, a pagare il conto sono cittadini e imprenditori. Proprio oggi che il valore del tempo è alto i ritmi sono spesso da lumache, bloccati come d’incanto da simbolici semafori rossi che ci impongono soste, attese, ingorghi. I numeri sono ineccepibili e convincenti, il fenomeno è stabile nel tempo, talvolta crescente, in alcuni settori preoccupante.
L’impatto delle inefficienze delle società pubbliche e private che erogano servizi è ancora elevato. L’innovazione tecnologica non ha generato miglioramenti se non a macchia di leopardo. Gli italiani passano ancora troppo tempo a far file. “Siamo sempre alle prese con cavilli e complicazioni, non parliamo poi degli adempimenti tributari”. Il grado di soddisfazione dei cittadini è basso, l’iter delle pratiche completato online non è la regola. L’informatizzazione non ha sempre migliorato la burocrazia, in particolare in alcune zone del Paese nelle quali sono ancora lunghe le attese per pagamenti di ticket e prenotazioni.
La crescita economica, associandosi a forme di aggregazione e concentrazione spaziale delle attività, genera naturalmente congestioni dei flussi di persone, beni, bisogni e aspettative. Le problematiche connesse a trasporti, autostrade, traffico e sovraccarichi, vanno viste in questa dimensione di “sostenibilità versus sviluppo”; più sviluppo, più caos della società post-moderna. Le strade congestionate, i treni sovraffollati, le città bloccate costano molto al sistema sociale, sono una derivata di un certo tipo di sviluppo. Conciliare crescita e scorrevolezza dei flussi è un tema centrale in buona parte irrisolto.
Negli ultimi tempi il turismo, gli eventi con gli effetti collaterali stanno giocando un ruolo crescente nel fenomeno assembramenti e accumulo di flussi. Gli squilibri tra domanda da un lato e dall’altro di carenze organizzative, abbinati a situazioni logistiche e di trasporto lacunose, creano gli evidenti disagi che noi tutti subiamo. L’overtourism è di fatto il nuovo somministratore di “file e dintorni”, sono due facce indistinguibili della stessa realtà, la versione moderna degli antichi giubilei, delle discese degli Unni, dei soldati Saraceni che con il loro isterico “sturm und drang” lasciavano segni indelebili sull’inerme territorio, sulle anime indifese, sugli spazi devastati e offesi, sugli inconsapevoli residenti e sui loro agorà.
Le tante ragioni
Antiche e recenti sono le cause ma riassumibili in pochi “ceppi d’origine” con diverso peso nelle varie situazioni e nei diversi territori. Scarsità di risorse (mezzi, capitali, persone), deficit di concorrenza (taxi), il complesso di norme, regolamenti e disfunzioni che in tutti i settori ingessano da sempre il Paese, procedure organizzative rigide e formalistiche, cultura atavica soprattutto del personale del front-desk. Si aggiunga una digitalizzazione non omogenea negli enti, nei territori, nelle generazioni.
Ogni nuova frontiera del cambiamento aggiunge file non solo nelle fasi iniziali di sperimentazione; evidentemente c’è una causa prevalente e unificante, almeno nel nostro Paese. È senza dubbio il fattore “O”, il deficit organizzativo.
Classico è l’esempio dei “colli di bottiglia” tra le cause più frequenti di congestione dalle quali arrivano più richieste rispetto alla capacità di smaltirle. Le code di attesa sono spesso una loro derivata. La P.A. italiana, al livello nazionale e locale, è piena di strozzature che rallentano il Paese ed ha evidentemente bisogno di “best practices” e modelli organizzativi moderni, sia nel front-line che nel back-office. L’analisi mostra che un altro fenomeno diffuso, quello degli scioperi, si muove di pari passo, seppure con flessioni negli ultimi anni in alcuni settori. Il fenomeno accompagna l’economia nel settore dei servizi, in particolare in quello pubblico, nella sanità, nei trasporti, dove sono maggiori i sentimenti di frustrazione, malessere e disagio organizzativo.
Le assenze dal lavoro, altra variabile importante, trovano ragione, in buona parte dei casi, nello stato di disagio psicofisico riconducibile a carenze di buona organizzazione che generano disfunzionalità nelle relazioni interpersonali. Il “quiet quitting” è ormai un fenomeno crescente, un comportamento diffuso che influenza l’organizzazione e le relazioni con il pubblico con un raggio di azione che permea soprattutto i comportamenti delle nuove generazioni, la loro motivazione e i livelli di produttività.
Il fattore “O”
L’antica, conosciuta carenza del “fattore O” (capacità organizzativa) nel nostro Paese fa pagare il conto in un mondo sempre più complesso. L’Italia offre dimostrazioni di non essere in grado di gestire adeguatamente la complessità̀, di affrontare le situazioni ad alta complessità̀. Esempi evidenti sono il sistema educativo, l’approccio incredibilmente tortuoso alla manna del PNRR, i cantieri delle grandi opere bloccate anche dalla logica del veto locale. Sono solo alcuni esempi di una cultura (o non cultura) diffusa che frena lo sviluppo e l’offerta di servizi di qualità̀. Una delle radici dell’impotenza organizzativa soprattutto ai giorni nostri è certamente il basso livello generale di cultura e conoscenza; di fronte alla “complessità̀” troviamo serie difficoltà a individuare moduli organizzativi interdisciplinari (culturali, strategici, operativi) all’altezza di obiettivi ineludibili e di sfide storiche. Al di là di specifiche concause per i singoli macro-sistemi in crisi, c’è una matrice comune costituita dalla mancanza di competenze diffuse proprio nei punti decisionali e nevralgici del Paese, a cominciare dal problematico bagaglio di conoscenze del management pubblico e di quello politico. Il nostro Paese storicamente non ha grandi capacità di coordinamento, anche se riesce a compattarsi miracolosamente davanti a crisi profonde (recentemente finanza, pandemia, disastri ecologici) soprattutto per le elevate qualità̀ di resilienza e solidarietà̀ diretta (solidarietà non per il tramite dell’apparato statale). A suo tempo gli italiani sono stati definiti “incapaci cronici in un mondo complesso”. Questo deficit, costoso in termini di efficace fattibilità̀ dei macro-progetti, è pesante per il governo complessivo del Paese, nelle sedi centrali e periferiche e nelle loro interazioni; è una forma di resistenza culturale a governare la complessità̀ che potrebbe invece trovare nei modelli di organizzazione interdisciplinare la fonte per soluzioni difficili da affrontare. L’italica avversione al “fattore O” si manifesta storicamente in un territorio che fu faro mondiale delle più̀ avanzate logiche e pratiche organizzative, era il miracolo dell’età romana ormai disperso. Il sistema italiano è in perenne emergenza: immigrazione, pandemia, rifiuti, eventi naturali, ecc. È carente la cultura della programmazione, organizzazione, prevenzione, vocaboli semisconosciuti al mondo politico italiano che fa diventare l’emergenza una regola del quotidiano. Le decisioni sono spesso prese in un quadro di aleatorietà, in un susseguirsi erratico di scelte prese da esecutivi per loro natura instabili, di breve durata. È difficile dare priorità logico-storica all’instabilità o alla durata dei nostri governi. Al fattore “O” si associa poi la carenza di concorrenza diffusa e di contrasto alle corporazioni, mali antichi con radici profonde nel territorio che tengono alto il livello di improduttività complessiva.
Un fenomeno poliedrico
Le nostre mitiche f. rappresentano di fatto la vera metafora della coscienza sociale, la rappresentazione plastica dei nostri problemi. Non c’è ambito del sociale che meglio concentri fobie, incompetenze, latenza di democrazia. Una situazione che si alimenta certamente con il deficit del fattore “O” ma è anche una tragicommedia a più facce e con più pulsioni irrazionali. Il nostro contradditorio mondo della fretta sociale dilagante, dell’adrenalina che stimola le nostre menti iperattive, della velocità dei rapporti e delle decisioni punzecchiati dagli affluenti congegni elettronici, del tempo che non basta mai, dello “scusami, vado di fretta”, tutto questo inciampa in file di sapore “burlesque” che interrompono il ciclo frenetico del ritmo logorante delle nostre difficili vite quotidiane. D’altro canto “fare la fila” per gli italiani è un fenomeno centrale, c’è sempre chi ha più urgenza, più raccomandazioni, si infiltra, supplica, scavalca, sorpassa a destra, passa con il rosso, “tanto se po ‘ffa”, “scambiare il numeretto” e nelle file l’antica furbizia italica si esalta e spesso diventa l’arte originale di “non passare da fessi”. “È necessario saltarle, ce ne impongono troppe”. Per noi la f. è quindi un fenomeno sociale che nella sua ambiguità contiene debolezze catalizzatrici di insoddisfazioni e retrologie talvolta risibili; è lo specchio autentico del livello educativo, provoca disagi psicologici individuali e collettivi essendo collegato a tutti i problemi dello “stare insieme”. Le connotazioni italiche ci annoverano unanimemente tra le comunità più “filofobiche”. Si evadono in Italia con facilità imposte ma anche f. noiose e perditempo, la concorrenza fastidiosa, il divieto in doppia fila con l’autovettura, il semaforo rosso, tutti i comportamenti equalizzanti. Il salto (della f.) è la nostra disciplina olimpica prediletta, “sono qui solo per la ricetta” è un esempio della magica fantasia dello svicolare.
In poche file italiche si riscontra lo stesso ordine che emerse a Dunkerque (1940) quando gli inglesi – aspettando le imbarcazioni di soccorso per la ritirata – si disposero ordinatamente in tante file (erano 300.000 soldati) rispettandole fino all’imbarco.
Fisiologia e patologia
La scienza della psicopatologia delle attese ha fatto molti progressi e ci svela talune certezze che si correlano principalmente alla paura di essere gli ultimi, al tipo di reazione degli “scavalcamenti”, ai gradi di fragilità dell’Io, alla lunghezza dei “serpenti”. Nei sogni (quando le file vengono imposte), appare la “scala mobile di sinistra riservata a quelli che hanno fretta e possono salire più velocemente”. C’è una scienza che analizza i disturbi legati al senso del tempo e alla sua compromissione, alla “perdita di tempo come simbolo della fine”. Il cervello è un mistero come la genesi delle file e le connesse dimensioni cliniche e psicologiche. Si verificano anche situazioni caotiche con insulti, zuffe ed urla nei nostrani “pronto soccorso”.
Questa “irritabilità” si innesta in un recente quadro post-pandemico con forme di paura, nevrosi, psicopatologie diffuse che hanno trovato nuove forme di alimentazione del disagio sociale. Cosicché la domanda di assistenza psicologica si è fortemente incrementata principalmente tra i giovani e gli anziani. C’è un “carico emotivo crescente” nel Paese che deriva dalla ridotta coesione sociale e dall’incertezza economica e politica. La rabbia e lo stress emotivo lievitano. Secondo una formula di sintesi l’ipertrofia del pathos crea spazi per pulsioni e tensioni anche irrituali e pericolose per la società, imprevedibili soprattutto nel campo della sanità pubblica che è stato e non è più il nostro principale ammortizzatore sociale, la nostra mamma salvifica. L’attesa provoca grave disagio, stiamo perdendo la cosa più importante, il tempo; la coda in macchina, nella sala d’attesa di un medico, aspettando l’autobus o alla cassa di un supermercato, le attese ci fanno rimanere passivi, impotenti, perdenti, tapini.
Frenesia e inerzia sociale
Bisogna attendere il proprio turno pure in una società dinamica dove tutto è fast. I ritmi frenetici sono quindi in parte apparenti o comunque subiscono improvvisi break in un contesto di globale velocizzazione e accelerazione di tempi e mutazioni. La società cambia con un ritmo più veloce del pensiero che deve interpretarla ma poi si prende delle inconsuete pause di inefficienza, improduttività, logoramento.
Nell’epoca del “tutto e subito” l’attesa è una delle condizioni vissute con maggiore disagio dagli italiani, il saper aspettare è arte ormai difficile. Viviamo nella “società dell’impazienza” che odia i tempi morti, che valorizza tutto ciò che permette di fare qualcosa ad una velocità maggiore; la richiesta sociale è la velocità. L’impazienza sembra essere una delle cifre della nostra contemporaneità, è il “prestissimo” della produzione, del consumo, della comunicazione, dell’amore, del sesso, della famiglia. Insomma in una società apparentemente dinamica dove tutto è click, i ritmi frenetici subiscono imprevisti break anomali spesso fuori dal nostro controllo, sono le “file e dintorni”. Per altro verso, e in maniera evidentemente contradditoria, assistiamo a forme d’inerzia (talvolta) collegiale con mancanza di una ragionevole reazione sociale, con scarsa voglia di far valere i propri diritti. Sono diffusi i casi in cui è evidente la disorganizzazione del lavoro, l’apatia del personale di sportello, la carenza degli organici degli enti che gestiscono le file, con conseguenti irritazioni e dissensi anche rumorosi del pubblico; ma l’inibizione sociale e l’atavica inerzia giocano un ruolo frenante, il “social loaping” e il morbo di Oblomov prevalgono silenti. Niente “dissenting opinion”, in sostanza, tranne casi sparuti e in genere violenti e controproducenti.
I costi sociali
Ognuno di noi trascorre parte della propria esistenza a fare file, l’entità dei costi pubblici e privati, monetari e non, è da considerare elevata. Le analisi disponibili evidenziano elementi sconfortanti: miliardi di euro dispersi nel traffico con alto spread rispetto ad altri Paesi europei, pochi studi accurati sulle soluzioni praticabili, perdita di produttività, aumento delle tipologie di costo. Il panorama è obiettivamente critico. Basti pensare ai costi degli ingorghi stradali, soprattutto nelle grandi città più congestionate, basti osservare il quotidiano, simbolico serpente che nel Gra romano si avvicina all’alba, lunghissimo, tenebroso, ad esasperante andatura. Ma tra i costi “moderni”, quelli più perigliosi riguardano la psicologia; quella dell’attesa offre risvolti frustranti che generano ansia e che vanno oltre i limiti personali dell’essere accomodanti. Si avvertono disagi fisici, irritazioni, malori. La geografia patologica oggi si sta sviluppando secondo modalità speculari alla fretta, al tempo scarso, alle attività “multitasking”. Bloccare un treno in corsa è vissuto secondo modalità spesso traumatiche; i costi psicologici dell’attesa si enfatizzano con il regime di ansia crescente che permea il mondo contemporaneo. I nostri “policy makers” così attenti ai costi di tipo macro, alla riduzione dei costi del bilancio pubblico, all’efficienza del sistema pubblico “allargato” (anche troppo), probabilmente non hanno fatto mente locale agli alti costi rivenienti dagli ingorghi, dalle attese, dai blocchi, dagli impedimenti. È ora di riflettere e in qualche modo intervenire. La depoliticizzazione della società e la subalternità al “mercato” non sempre consentono allo Stato di mantenere le promesse per la soddisfazione di bisogni collettivi. E nel frattempo le “cosmiche file” continuano a perpetuarsi tra incompetenze organizzative, mancanza di senso collettivo, aumento di costi sociali.

Il caso emblematico della povertà
Sono sempre di più gli italiani, molti giovani, in coda davanti alle tante caritatevoli sedi che offrono cibo, impegnate nella distribuzione di alimenti e generi di prima necessità. La tipologia degli utenti è cambiata, l’operatività è senza fini di lucro, non c’è distinzione soggettiva di sorta. I volontari sono operativi tutti i giorni, nessuno tipo di documento o identificazione è richiesto, aumentano produttori, aziende, privati disposti alla donazione.
È uno spaccato non residuale del Paese, un welfare su base volontaria, un pilastro importante degli equilibri sociali, da un lato; dall’altro preoccupa la circostanza che oltre cinque milioni di cittadini vivono in povertà assoluta, un fenomeno che coinvolge due milioni di famiglie. La povertà è in aumento, quella alimentare in particolare. Si allungano le file dei poveri, dei giovani, degli inoccupati ma anche di chi ha un’occupazione sottopagata e precaria. Il working poor è uno dei maggiori problemi del Paese, pesano il caro affitti e il caro bollette. Circa il 50% degli italiani arriva a fine mese con difficoltà, un fenomeno chiaro e documentato.
Gli storici ci raccontano che in un tempo non molto lontano la povertà era necessaria alla società soprattutto dal punto di vista religioso perché permetteva al povero di trasfigurarsi in Cristo e al ricco di poter salvare la propria anima attraverso la carità e l’elemosina. La condizione di povero cambia nel tempo e nello spazio, la povertà è stata ampiamente analizzata nelle sue mille sfaccettature fino ad arrivare ad un raffinato indice di calcolo “multidimensionale”; nonostante ciò la sua diffusione nel mondo è cresciuta, in Italia è preoccupante, è un fenomeno – pur decostruito – che rimane lì, da sempre. Ci rispondono che è un “fenomeno strutturale” nella società del benessere e che economisti e sociologi sono ancora alla ricerca di “soluzioni di sradicamento”. Sono però i poveri che mettono il dito nella piaga delle contraddizioni del nostro modello di sviluppo ormai obsoleto, invitandoci (in fila) ad un cambiamento più ricco di umanità e civiltà.
Anche se la povertà non si misura solo a “pane, casa, caldo” le file crescono multiformi nelle composizioni e soprattutto nelle contraddizioni con gli altoparlanti della politica e le loro affermazioni inconsapevoli e ciniche. Siamo ancora in presenza di forme anomale di governo della precarietà delle vite e di una strategia del potere che crea e mantiene ostaggi del bisogno.
Mezzogiorno e Puglia
Nel tempo in cui la vita è spesso gestita con un click, i ritmi della P.A. e degli enti che offrono beni e servizi alla comunità sembrano essere, nel Mezzogiorno, ancora problematici. Il tema è più caldo che nel resto d’Italia. L’inceppo è pronto ad intervenire alle spalle, l’incendio di un autotreno che blocca per ore l’autostrada è sempre dietro l’angolo; il tornado dei cinghiali che interrompe “la provinciale” è un rischio quotidiano come lo storico, ingombrante trattore che rallenta il traffico dei piccoli centri a qualunque ora, come il camion a rimorchio bloccato in una curva nei paesi che non godono di tangenziale. Autostrade torturate dai lavori estivi, litoranee intasate nei week end, strade urbane bloccate dal turismo d’assalto e dalla cronica carenza di parcheggi. Circostanze simili al resto d’Italia ma qui molto frequenti. Basta saper aspettare, come nei tanti paesi che non godono di sottopasso ferroviario e dove si attendono i lentissimi treni locali. In Puglia la crisi di sostenibilità del servizio sanitario sta raggiungendo un punto di non ritorno, le liste d’attesa sono un noto problema anche agli sportelli della Asl. Il “turismo sanitario” è una scorciatoia ad alto grado di inciviltà. Soprattutto le violenze diffuse ai “pronto soccorso” sono un indice segnaletico della carica emotiva che aleggia nei “pazienti-impazienti” di Puglia, che è in cima alle liste nazionali di rivolte e di violenze proprio ai “pronto soccorso”.
Più in generale le attese e le code sono un prezzo da pagare per la scarsa capacità organizzativa, per un “overtourism” soffocante, per un sistema dei trasporti inadeguato. La regione è spesso inceppata in alcuni gangli ma alle evidenti difficoltà non si accompagnano diffuse, risolutive, ragionevoli manifestazioni collettive di dissenso. La situazione ferroviaria è un emblematico esempio, con servizi insufficienti per un Paese moderno. Il problema dei pendolari, con ritardi, code, è ampio e inaccettabile. Si viaggia idealmente su un binario unico con anni e anni di ritardo.
Le code ai musei e le resse agli sportelli della P.A. non sono la stessa cosa, alcune sono ritenute sintomo di successo, altre di deficit organizzativi, ma tutte rappresentano un malessere indicativo di una incapacità di previsione e programmazione.
Invece che una presunta panacea proprio l’overtourism è fonte di ingolfamenti, file, appesantimenti nel traffico, aumento dei prezzi, crescenti disagi dei residenti, crisi del mercato immobiliare, incremento della “shadow economy”. Più che una strategica via verso lo sviluppo il turismo si rivela certamente una consistente fonte di reddito ma è causa di affollamenti e intasamenti; l’overtourism offre nuove forme di benessere ai rentiers ma ad un tempo è un tuffo nel limbico mare di folla, nella confusione con file e trafile, attese, ammucchiate giganti. Le serate di musica sono ricche di disagi, rabbia per problemi logistici, folle e falle organizzative con pochi parcheggi e code chilometriche che spesso non consentono di assistere ai concerti. L’imbottigliamento nel traffico è frequente nella movida, crea ritardi e disagi ai residenti con occupazione di aree comuni. Non sono rari, anche di recente, i casi di “città-ostaggio” con trasporti carenti, scarsa organizzazione, divieti imposti nei movimenti dei residenti. Soprattutto dopo il recente, roboante G7 fasanese da vari analisti è stato nuovamente evidenziato lo status della Puglia come tempio dell’overtourism e dello spettacolo glamour.
La trappola
Le evidenze empiriche, i giudizi condivisi, le diverse realtà analizzate confermano che il mondo delle file e delle attese, degli assembramenti e delle calche, degli intoppi, delle soste forzate, degli ingorghi e degli affollamenti soffocanti, questo mondo è una delle tante trappole italiane formate da un involucro di cui ci sentiamo prigionieri e dal quale è difficile uscire.
Se il debito pubblico è “il trappolone” nostrano per eccellenza, una gabbia creata a poco a poco dalle generose, passate generazioni, una dimostrazione lampante che il Paese vive al di sopra delle sue possibilità, così lo spaccato sociale delle “file e dintorni” è un analogo indice di squilibrio “macro” tra desideri e realtà, tra bisogni sociali e incapacità di soddisfarli, tra ambizioni e risorse disponibili, tra esigenze, diritti, pressioni sociali e incapacità di organizzarli e soprattutto selezionarli. Siamo di fronte, in estrema sintesi, ad una grande trappola avvolgente: deficit organizzativi, difficoltà di gestione, code, intasamenti, overtourism, movide, approssimazione e pressappochismo. È un circolo vizioso. Il labirinto dell’ansia e del panico da fila si perpetua ad ogni incrocio, al punto da rendere difficile ogni programmazione sicura; la società vive di una patologia psicosomatica e il suo “diario di viaggio” è sempre incerto, disturbato dal caso e dagli imprevisti. È difficile uscire dal labirinto, il “presentismo” ci blocca, l’emergenza è il nostro pane quotidiano. Il “sistema Italia” è da tempo in perenne emergenza: scuola, emigrazione, rifiuti, taxi, eventi naturali, ecc.
È carente la cultura della prevenzione sicché l’emergenza – con i suoi corollari di imprevisto, contrattempo, fatto straordinario, “saltar fuori”, “sbucare all’improvviso” – è la regola del quotidiano fino a diventare il nostro complicato, infido destino.
Siamo in presenza di una trappola che trova una causa primaria e decisiva nella super produzione di diritti, pulsioni, desideri, pretese, ambizioni; tutto ciò a fronte di sottoproduzione di efficienza organizzativa e adeguata managerialità pubblica e privata. Secondo una solida corrente di pensiero i diritti hanno da tempo puntato il mirino contro le democrazie (c.d. dirittismo) diventando ipertrofici in contrapposizione alla crescente eclisse dei doveri, creando così disequilibri e tramutando i diritti in pretese. I diritti sono diventati una forza fuori controllo delle democrazie, uno spazio delle aspirazioni che fa perdere di vista il limite etico insito nel concetto di libertà. La trappola è una chiara manifestazione di impotenza, forse di incoscienza. Il rischio immanente è la mancanza di una dimensione strutturata della vita quotidiana che ci porta inevitabilmente alla instabile “società delle sabbie mobili” cosicché vince il paradosso che impone l’emergenza come dato costante dell’esperienza quotidiana. La iperproduzione di diritti, aspettative e pulsioni spinge di fatto la vivibilità ai limiti della sostenibilità e ad una forma di società liquida costruita su promesse, compromessi, incertezze, squilibri, con lo spostamento in avanti della soluzione dei problemi alla loro radice, differendo e continuamente rimandando. Viviamo da tempo in una società insufficiente a se stessa.
La Città di Monopoli
Monopoli è la metafora del nuovo modello di turismo pugliese che genera effetti collaterali nella gestione della città, nei livelli di benessere dei residenti, nei collegamenti litoranei. Qui l’italico problema di “file e dintorni” si acuisce di pari passo con lo sviluppo turistico rapido quanto infido, vorticoso quanto foriero di disagi.
Pressata da ritmi convulsivi per conseguire maggiori spazi di mercato la Città fa fatica a trovare i giusti equilibri tra turisti/addetti al settore/residenti soprattutto delle fasce anziane che, visti gli odierni, preoccupanti trend demografici, non sono certo una minoranza né quantitativa né qualitativa nella Città come in tutto il Paese. È proprio la fascia d’età più matura che risente di queste torsioni in termini di inquinamenti di ogni tipo, livello dei prezzi (con disagio per i percettori di reddito fisso), consumo delle abitudini locali, dolorosa uscita dai centri storici, in sintesi invivibilità del proprio agorà. Per qualunque attività si voglia intraprendere nei periodi di punta sono inevitabili file spesso interminabili: parcheggi, litoranee intasate, ristorazione, momenti ludici, supermercati, negozi, servizi postali e sanitari. La multifattorialità dell’overtourism produce nei confronti dei residenti una serie di effetti invasivi con conseguenze economiche e umane e con un mutato rapporto col territorio d’origine. Il prezzo di beni, servizi e immobili viene basato su ciò che è alla portata dei turisti, il c.d. “turismo d’élite” è quindi un rischio maggiore in termini di vivibilità. Il malessere è ancora sottotraccia ma le derive sono precise, comincia a diffondersi la percezione che l’overtourism apporta di fatto criticità oltre che benefici diffusi, consuma territorio e persone. Anche qui non sono però diffuse ragionevoli manifestazioni collettive di “dissenting opinion” tranne qualche sensibilità civile, quasi a voler trascurare il futuro della Città, probabilmente accecati dagli importanti flussi finanziari tra l’altro molto concentrati in specifici strati della popolazione. E le luminarie accecanti, le coccole varie, le manipolazioni della realtà, le “pressioni dolci” nei confronti dei residenti non sono certamente sufficienti a bilanciare i disagi, a mascherare una linea di tendenza che penalizza soprattutto gli anziani e i vecchi residenti. È uno “scambio” sbilanciato, oneroso e privo di futuro. Sta crescendo una corrente d’opinione che colloca l’overtourism più dal lato del “male” che dal “bene”. Gli innegabili vantaggi del turismo (economici, culturali, sociali, d’immagine) si stanno scontrando con problemi di sostenibilità e organizzazione, derubricando il turismo a fastidio (spesso inespresso) da sopportare per ragioni utilitaristiche ispirate da ristrette e privilegiate fasce di rentiers. Del resto il modello di sviluppo turistico è caratterizzato da non elevata produttività, da rischi di iniqua distribuzione del reddito e da fragilità connesse a shock esogeni. Ma dal dibattito pubblico non emergono forti idee di riflessione anche condizionato dalla insistente voluttà della policy di erigere il turismo a “leva strategica dello sviluppo”. La circostanza che le maggiori battaglie contro l’overtourism si alimentano in tutto il mondo in luoghi in cui il turismo rappresenta una quota di Pil importante la dice lunga (è emblematico il caso recente di Barcellona). L’unica strada per evitare che i residenti vengano fagocitati dalla marea di turisti è controllare gli eccessi, le deviazioni da un turismo fisiologico e sostenibile che rispetti la quotidianità e i valori locali. In ultima analisi i residenti vanno preventivamente coinvolti sulle scelte delle amministrazioni locali con strumenti democratici e trasparenti; è un tipico settore in cui l’originaria delega politica (l’esito delle elezioni) può ragionevolmente essere parziale e ambigua. Altrimenti il ciclo del turismo rischia una vita breve, lasciando dietro di sé ingombranti elementi di archeologia urbana ed extraurbana. Spetta agli amministratori locali un cambio di prospettiva, il primo obiettivo è la tutela della propria popolazione. Città e territorio senza persone “locali” sono destinate ad estinguersi, in combinato effetto con denatalità, emigrazioni, fuga di talenti. Vocazione turistica non è sinonimo di vocazione strategica.
Esistono oggi dei “non luoghi” dove è assente lo spazio relazionale identitario e storico e i soggetti “vaganti” (i turisti) non hanno una storia comune, gestiscono il neo-colonialismo. Ma così il viaggio è breve, evapora. Siamo entrati di fatto nella tipologia delle città “deformate”, quei contesti urbani caratterizzati dal progressivo spopolamento dell’anima, di un patrimonio antico, delle memorie condivise. Le odierne, diffuse retoriche sul turismo mascherano un “depotenziamento” cittadino: il divario tra materialità delle trasformazioni urbane e la perdita delle idealità è evidente.
Proteggiamo gli “anziani” in maniera inadeguata di fronte alle ondate turistiche, lasciamo scappare giovani e talenti privandoli di sostegni primari, consentiamo che il c.d. ceto medio si avvicini gradualmente ai livelli di povertà relativa, conviviamo sostanzialmente silenti con le infiltrazioni criminali, non valorizziamo adeguatamente le grandi potenzialità del capitale umano, non utilizziamo appieno le ricche qualità delle donne nel mondo del lavoro e del potere. Ci chiediamo, allora, qual è la vera strategia oltre quella turistica nella mente dei nostri “policy makers”, dei nostri amministratori locali.
L’augurio è che il futuro del turismo – importante settore dell’economia – sia gentile e rispettoso, il ruolo delle amministrazioni locali è decisivo nell’evitare una monocultura turistica, una scelta semplicistica ma con prospettive di non lungo periodo. La Città ha sempre avuto la capacità di rimodellarsi, trasformarsi e reagire anticipando le tendenze. È l’ora di farlo anche questa volta, Monopoli può essere autorevolmente più che una meta turistica.
Monopoli be care, we care!
Bibliografia
Italia disorganizzata – Pellizzetti, Vetritto
Il paese del pressappoco – Raffaele Simone
L’economia della pigrizia – Roberto Petrini
Il male italiano – Raffaele Cantone
Italiani in fila – Marco Managò
Bauman – Modernità liquida
Augè – Nonluoghi
Sportelli pubblici – Ufficio Studi CGIA – 2024
Censis – Rapporti annuali
Istat – Rapporto sul Bes
Caritas – Rapporti annuali
La dimensione politica dell’economia sociale – Gianluca Salvatori
Banca d’Italia – Il divario nord-sud – 2022
Stefano Carbonara – Turismo in Puglia e a Monopoli – Oggi boom. Domani che sarà? – Monopoli Tre Rose – 2023
Le Puglie – Francesco Lettieri – Aga Editrice – 2024
Il Paese delle trappole











Disorganizzazione, emergenze, burocrazia, inefficienze si traducono tutte in potere personale di politici, dirigenti e funzionari, sotto forma di corruzione e concussione, ampiamente intese. Ossia sono gli stessi che dovrebbero risolvere i problemi a trarre vantaggio da essi. E per di più restano sempre gli stessi per tutte le stagioni, in un riciclaggio continuo e all’infinito. Dunque?