
La guerra in Ucraina e il conseguente aumento incontrollato dei prezzi dell’energia hanno prepotentemente riportato alla ribalta una delle grandi questioni nazionali, quella dell’approvvigionamento energetico e soprattutto della sua sicurezza, intesa come accettabile livello di garanzia che gli approvvigionamenti, nel breve come nel medio-lungo periodo, siano affidabili, ossia costantemente in linea con la domanda, e avvengano a costi ragionevoli, ossia complessivamente sostenibili.
Evidentemente, la sicurezza energetica deve porsi obiettivi generali di diversificazione delle fonti, in termini tanto di tipologie, quanto di provenienza geografica e richiede programmazione e azioni almeno di medio, ma più spesso di lungo e lunghissimo termine, le quali hanno sempre bisogno di costante sostegno politico, che non può essere ondivago o indeciso.
In contingenze come quelle attuali, è naturale chiedersi come sia messa l’Italia quanto a sicurezza energetica.
Partiamo dalla constatazione che la composizione delle fonti energetiche nazionali è fatta approssimativamente di gas naturale per il 40%, di petrolio per il 35%, di rinnovabili per il 20% (dati 2020) e ha fatto registrare negli ultimi anni una buona evoluzione, tuttora in corso, verso mix maggiormente favorevoli alla tutela ambientale.
Dopodiché diciamo che la disponibilità nazionale di materie prime tradizionali per la produzione di energia è alquanto modesta, a volte più in termini di convenienza economica e politica, che di disponibilità fisica, ma comunque tale da risultare assolutamente secondaria rispetto alla loro importazione.
Pertanto, per la nostra economia, come per la maggior parte di quelle europee occidentali, sono essenziali gli acquisti dall’estero, che nel 2020 si sono articolati come segue:

I dati sopra esposti, volutamente sintetici (in rete se nepossono trovare di ogni tipo, più e meno particolareggiati), ci dicono essenzialmente che la nostra energia è ancora molto legata ai combustibili fossili e che le relative forniture provengono tuttora da pochi Paesi, per la maggior parte politicamente instabili (forse non a caso). Questa situazione ha in sé potenziali problemi di disponibilità assoluta (fisica) e relativa (prezzi adeguati), problemi che, in momenti critici come quello attuale, si concretizzano drammaticamente.
Di fronte all’emergenza in corso, il Governo ha adottato nell’immediato l’unica misura in grado di fornire risposte in tempi ridotti, ossia quella di sostituire le forniture, sia di petrolio che di gas, provenienti dalla Russia con acquisti da altri Paesi, particolarmente Algeria, Angola, Azerbaijan, Congo, Qatar (in questi Paesi, si sono recati nei giorni scorsi il Ministro degli Esteri e i vertici dell’ENI). Probabilmente, questa “pezza” non sarà indolore sul piano economico, dato che è facile ipotizzare che saranno pagati prezzi elevati per forniture con consegne a breve termine e contrattate in posizione di debolezza.
Parallelamente, ma in prospettiva di medio termine(4-5 anni), la strategia governativa è quella diaumentare la produzione nazionale di petrolio e gas e di riprendere e accelerare la realizzazione di alcuni impianti di rigassificazione, in modo da aumentarne l’attuale dotazione e le possibilità di far arrivare via mare maggiori forniture da Paesi più lontani e comunque non serviti da gasdotti. In particolare, attualmente l’Italia dispone di tre impianti, di cui uno sulla costa, a Panigaglia, in provincia di La Spezia, e due offshore, al largo di Livorno e di Porto Viro, in provincia di Rovigo; e si pensa di realizzarne altri due, a Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, e a Porto Empedocle, in provincia di Agrigento.
Infine, con un riferimento di lungo termine, si è ripreso a parlare, sia pure sommessamente, di produzione nazionale di energia nucleare, anche sulla base dello sviluppo di nuove tecnologie specifiche, ritenute, per quanto non unanimemente, più sicure (per inciso, sia per vecchie necessità mai soddisfatte, sia per la situazione attuale, si dibatte nuovamente anche del deposito nazionale dei rifiuti nucleari).
Il tutto sempre accompagnato da politiche,ormai ordinarie,di incentivazione delle fonti rinnovabili, la cui presenza relativa nel panorama italiano della produzione di energia è in costante aumento da anni, sia pure in ritardo rispetto ad altri paesi europei e con modalità non sempre condivisibili.
Evidentemente, pur in un quadro geopoliticamente incerto, le strategie energetiche, peraltro pressoché obbligate, non mancano; tuttavia, memori delle vicende più e meno recenti, che hanno accompagnato la realizzazione, a volte mancata, di politiche e opere pubbliche importanti, non si può tacere che probabilmente l’elemento più aleatorio per il successo di quelle strategie sia l’opposizione politica e sociale, che potrà aversi man mano alla loro traduzione in azioni e impianti sul territorio.
A tal proposito, basti ricordare localmente la mancata realizzazione del rigassificatore a Brindisi e le forti resistenze al gasdotto di Melendugno; nonché, a livello nazionale, il referendum sull’energia nucleare e, per altri versi, ma nello stesso filone, gli avvenimenti della TAV Torino – Lione.
Ben inteso, non si nega la legittimità e anzi l’utilità delle voci dissenzienti, le quali possono evidenziare e contribuire a risolvere criticità progettuali o realizzative non valutate a sufficienza; ma non si può accettare, come invece è spesso avvenuto, che l’opposizione sia preconcetta e fine a sé stessa, se non addirittura strumento di lotta politica di corto respiro o di affermazione di piccoli gruppi autoreferenziali e dei loro leaders.








