La mia casa politica, la mia comunità è in difficoltà, il progetto a cui più ho creduto è in difficoltà, la possibilità di fare sintesi tra le varie origini del pensiero progressista, di sinistra, sociale, popolare, democratico è in difficoltà.
E non lo è per la mia modesta opinione, per la colpa di uno o dell’altro, questa è una caricatura e comunque non mi interessano i processi.
A me interessano i progressi.
Interessa capire se in un mondo dove cambia tutto; la natura del lavoro, l’economia globale, lo stato sociale, il sistema finanziario, la questione ambientale, la questione digitale, l’equilibrio delle potenze, il ruolo della politica, le migrazioni, e molto altro, se in tutto questo movimento dove la Pandemia ci ha spinto nell’occhio del ciclone, noi abbiamo ancora uno scopo e una capacità.
La mia risposta è inequivocabilmente si.
Politica come servizio alla città.
Che cosa è la politica? Secondo il suo significato originale è il “governo della polis”, della comunità, cioè le idee e le pratiche che guidano gli individui verso il fine comune, cioè quella dimensione collettiva che permette ad ogni individuo di massimizzare lo stare insieme e il condividere con i propri simili.
Ma, naturalmente, la politica non è e non può essere tutta uguale: la Polis è pluralità e così la sua pratica di governo e vita.
Ecco perché ci sono i partiti: libere associazione di donne e uomini che, grazie ad un comune sentire, ad una comunanza di valori e di principi creano idee e determinano soluzioni per la vita della collettività. I partiti sono la rappresentazione e il luogo della politica, gli “strumenti” affinché la politica faccia il suo vero mestiere: prendere decisioni e fare.
Quindi, senza partiti non c’è politica, senza politica non c’è comunità.
Il problema sta tutto qui, non tanto nell’antipolitica quanto nella “non politica”: vent’anni di teorie di “tutto è finito”, “non ci sono più ideologie e non c’è più la storia”, “tutto è solo interscambio commerciale ed economico”, “il governare è un semplice atto tecnico”, porta ad un simulacro della politica, divenuta spesso fredda pratica distante, sempre e solo di mediazione e mai coraggiosa, paludata e mai curiosa, poco incline agli interessi comuni e alla soluzione dei conflitti e molto attenta agli interessi particolari.
Coraggio di aprirsi a chi vive le maggiori difficoltà.
Che non ha più il coraggio e la voglia di includere milioni di individui nei processi storici, ma tende a dimenticarseli e renderli meno cittadini e più consumatori.
Che non ha più il coraggio e il gusto di assumersi rischi, intesi come processi dinamici di costruzione di futuro, ma sceglie di vivere in un eterno “presente” di mediazione, non pensando e progettando “in lungo”. In questo vuoto si è insediato il populismo, a destra come a sinistra, “multicolore”.
Noi siamo nati proprio come scommessa e rischio, con l’idea di unire le migliori culture e tradizioni del riformismo progressista per affrontare un secolo nuovo, difficile e rapido, allargando il più possibile la partecipazione e la condivisione attraverso strumenti moderni e di valore, come le Primarie, andando oltre, strutturandoci attraverso la migliore forma della storia politica, i Circoli, i veri “posti” della democrazia.
Ma troppo spesso siamo finiti a spendere la gran parte del nostro tempo a discutere di noi stessi, di regolamenti, di statuti, di incarichi e burocrazie interne.
Noi siamo la sinistra, libera, democratica ed europea e dobbiamo orgogliosamente rivendicarlo. Siamo così squisitamente di parte, la nostra parte, da essere in grado di offrire soluzioni anche a chi non è con noi, convincendolo dei nostri valori, dei nostri principi, delle nostre soluzioni.
Questa sinistra è quella che è stata capace di trasformarsi da rappresentanza di una sola parte della società a rappresentazione e garante di un intero popolo.
Quella sinistra, responsabile e aperta, capace di coniugare i meriti con i diritti, la solidarietà con la scommessa di emancipazione individuale e collettiva, le necessità economiche con l’affermazione di sé stessi, lo Stato con il mercato, il pubblico con il privato.
La sinistra della libertà, della giustizia, della solidarietà e del lavoro.
Un PD diverso vicino alla gente, fuori dal palazzo.
Adesso noi dobbiamo decidere: o facciamo del PD, dei suoi Circoli, dei suoi iscritti e dei suoi amministratori e rappresentanti istituzionali, una nuova comunità capace non solo di “correre” veloce come la società ma di pensarla e guidarla, includendo e allargando, o saremo destinati ad essere un mero “perimetro elettorale” votato ma, spesso, non amato, incapace di raccogliere, selezionare e formare una vera classe dirigente per il Paese come per l’Europa.
Dobbiamo decidere se vogliamo continuare a vivere una vita da “ex” di qualcosa, immersi in fratture generazionali e individuali, o essere semplicemente democratiche e democratici, voce e corpo italiani del movimento progressista europeo e internazionale.
Io non ho dubbi, non sono ex, sono democratico e non ho nessuna intenzione di mollare.
Questa la riflessione di Emanuele Fiano, deputato, esponente nazionale del PD, antifascista, figlio di ebrei, perseguitati politici.
La condivido.
Stefano Carbonara
- in foto I Giovani Democratici di Monopoli, in tempi senza obblighi di mascherina.







