«Non possiamo dire di essere sorpresi se non per il fatto che abbiamo vissuto vent’anni senza davvero rammentare che stavamo in guerra in Afghanistan. Ma gli afghani invece ci hanno sperato molto, soprattutto le minoranze, i giovani e le donne».

Sono le considerazioni iniziali dell’articolo di Mario Giro sul quotidiano “Domani”; e in effetti non si può negare che, in un passato nemmeno tanto remoto, il mondo occidentale, compresa l’Europa, abbia «abbandonato ai margini della storia chi aveva creduto in loro, chi li aveva aiutati, imitati, amati».
Subito dopo l’affondo d’esordio, Giro s’interroga e ci interroga se abbiamo ancora il diritto morale di pretendere qualcosa, di respingere chi ci arriva disperato sotto casa. «Soltanto ascoltando il silenzio di quelle lacrime e di quella preghiera» potremo redimerci, da quello che drasticamente l’autore definisce il «nostro fallace egoismo».
“Moriremo lentamente nella storia” dice piangendo la ragazza afghana con le trecce nel suo video di addio, mentre le forze occidentali fuggono «vergognosamente» da Kabul.
Parole dettate da profonda disperazione e assonanti col grido che prorompe a stento dalle labbra di quei disperati. Ogni giorno in massa anelano a raggiungere l’Italia e l’Europa, sfidando i pericoli del Mediterraneo. Scrutano l’orizzonte di una terra non ostile.
“Vanno in cerca della felicità”, ha detto molte volte Papa Francesco dalla finestra di piazza San Pietro. “Come tutti gli uomini del mondo”.
Sono molti gli abbandonati del nostro tempo, che non hanno un giaciglio dove posare il capo e moltissime volte smettono di gridare “aiuto”, perché, coloro ai quali si erano rivolti si sono allontanati e sono scappati via senza voltarsi indietro, pur avendo fatto promesse rivelatesi ingannevoli.
Il prof. Giro commenta con le parole di Blade Runner: “Tutti questi momenti saranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”. E ancora: «è la triste eredità che l’occidente lascia a quel povero paese, cavia dei suoi esperimenti, che oggi si prepara all’apocalittico tempo dei talebani. Non si tratta di essere nostalgici delle operazioni militari ma di accorgersi quanto siano micidiali e fallaci le decisioni di guerra prese alla leggera, sulla base di rancori, calcolo o eccitazioni collettive».
Non possiamo coprire i nostri madornali errori, soprattutto verso le donne e i giovani. Li abbiamo illusi facendo intravedere loro un mondo globalizzato, dove tutto è possibile. E Giro ne ha anche per i nostri giornalisti che, «risvegliati dall’abitudinario torpore», all’ultimo momento hanno inviato reporter per raccontarci la grande fuga.
«Che tristezza vedere giornalisti esperti sbarcare a Kabul per rimbarcare solo poche ore dopo in mezzo a una folla impaurita. Una guerra snobbata per anni in cui si giunge a pochi minuti dalla fine».
È l’amaro sfogo dell’autore, che subito dopo accusa che «tutto ciò che concerne l’Afghanistan è una trappola di bugie: un conflitto che non è mai piaciuto a nessuno dei governi che l’hanno fatto (nemmeno agli Usa), portato avanti in maniera riluttante solo perché Osama bin Laden vi aveva trovato l’ultimo rifugio. L’idea era che dopo l’undici settembre bisognava pur fare qualcosa. Una guerra iniziata e subito dimenticata, perché c’erano altre urgenze come l’Iraq».
Ma gli afghani invece ci hanno sperato molto, «soprattutto le minoranze, i giovani e le donne».
Il prof. Giro conclude con duri interrogativi senza risposta, pur sperando che lo stupore della quasi indifferenza sia abbandonato, per lasciare il posto a quel coraggio mai dimostrato: «Certamente si tratta di una minoranza sui circa 40 milioni dell’intera popolazione. La maggioranza afghana è tradizionalista, rurale, montanara. Ma quelle silenziose lacrime ci raccontano un’altra storia e chiedono: che ne sarà di noi? È un’immagine già vista».
Innumerevoli volte l’Europa e l’Occidente hanno abbandonato ai margini della storia chi aveva creduto in loro, chi li aveva sostenuti, emulati, e perfino «amati».
Ridomandiamoci allora e mestamente «quale diritto morale abbiamo ancora di pretendere qualcosa?
Di respingere chi ci arriva disperato sotto casa?
«Soltanto ascoltando il silenzio di quelle lacrime e di quella preghiera potremo redimerci dal nostro fallace egoismo: ritrovare un po’ di coraggio per dare casa, riparo, protezione».







