Il Paese non rispecchia gli avvenimenti del Senato della Repubblica.
Perde Mario Draghi in un momento difficile.
La non fiducia aperta giovedì scorso da Giuseppe Conte, leader del M5S, è stata accompagnata da Matteo Salvini, che ha trascinato Silvio Berlusconi.
Ieri si sono consumate contemporaneamente una tragedia e una farsa.
La «non fiducia» ha avuto due fronti. Impensabili fino a qualche giorno addietro.
Entrambi con i piedi nella sabbia. In un solo giorno.
Destinato ad approfondire il solco tra il mondo della politica e cittadini. È venuto alla luce una incomprensibile ed esasperata alchimia.
Si è unito l’intero fronte di chi voleva le elezioni anticipate. Ignorando sistematicamente i ripetuti appelli alla «responsabilità», provenienti da ogni angolo d’Italia.
Associazionismo, terzo settore, sindacati, imprese, professioni e molte realtà della società civile.
Anche da chi non ha condiviso pienamente le scelte e le politiche di Mario Draghi.
Era stato rivolto al governo e in modo uguale a tutti i partiti un forte invito a proseguire il cammino.
Il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, card. Matteo Zuppi, e il Segretario di Stato Vaticano, card. Pietro Parolin, hanno espresso apprezzamenti e incoraggiamenti a sostegno del Governo Italiano.
Una chiarezza venuta fuori alla fine di una vicenda incomprensibile.
Al Senato il ‘gioco del cerino’ è finito. È caduto anche qualsiasi velo.
Il M5S di Giuseppe Conte veniva fuori da turbamenti poco chiari, compresa la scissione di Di Maio.
Aveva avanti a sé un futuro incerto ed era desideroso di uscire dalla maggioranza.
Andare all’opposizione e provare a recuperare consensi.
Fratelli d’Italia chiede da sempre il voto anticipato, sin dalla nascita del governo.
In appoggio sono subentrati, in modo deciso, Forza Italia e Lega, il centrodestra di governo.
Questo è il fatto nuovo.
È stata accantonato il senso di avvedutezza, che Berlusconi e Salvini avevano annunciato. Non percorribile una strada diversa, anzi imprevedibile fino a qualche ora prima. La prospettiva è la facile vittoria elettorale a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura.
Senza conseguenze?
Tutti tra i moderati della coalizione seguiranno questa avventura?
Forza Italia è già stata abbandonata da tre suoi ministri. Prima Mariastella Gelmini, poi Renato Brunetta e anche Mara Carfagna.
È difficile conoscere la strada, che prenderà l’ala non populista della Lega.
Quale il compito di Fedriga, Zaia e Fontana, che tante volte in passato hanno corretto il tiro di Salvini?
Giancarlo Giorgetti non lascia, ma afferma: «Non rinnegherò mai la Lega, non andrò altrove. Ma non intendo rinnegare nemmeno Draghi».
Sicuramente il premier, già provato dalla vicenda delle elezioni del Presidente della Repubblica, non si aspettava questi esiti dalla verifica.
Di fronte ai senatori e al Paese ha messo al primo posto una operazione di verità.
La prospettiva è votare nel pieno di una guerra tragica.
Soverchiati da uno tsunami economico e finanziario con il rischio imminente di impoverimento della parte sociale più debole.
Il blocco delle riforme riguarda tutti.
Che fine faranno i fondi del Pnrr, decantati da tutti e che l’Europa ha promesso all’Italia?
E la legge di bilancio?
Senza più lo scudo della credibilità internazionale del premier.
Partito Democratico, Di Maio, Calenda e l’ineffabile Renzi con chi e con quali prospettive potranno allearsi per costruire una campagna elettorale?
Il voto incombe.
Il Paese, consapevole e generoso, come risponderà?







