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Giuseppe Di Vagno, deputato socialista ucciso dai fascisti.

Convegno celebrativo in sua memoria tenutosi a Conversano il 25 settembre 2021, a 100 anni dall'assassinio, con la presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella.

by Stefano Carbonara
26 Settembre 2021
in Politica
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CERIMONIA COMMEMORATIVA


Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha partecipato a Conversano, presso il Teatro Norba, alla cerimonia commemorativa per il centenario della morte di Giuseppe Di Vagno.

Dopo i saluti di Giuseppe Lovascio, Sindaco di Conversano, Antonio Decaro, Sindaco della Città Metropolitana di Bari, Michele Emiliano, Presidente della Regione Puglia, sono intervenuti Franco Gallo, Presidente del Comitato Nazionale per il Centenario e Gianvito Mastroleo, Presidente della Fondazione Di Vagno.

La Lectio magistralis è stata affidata a Paolo Bagnoli, Direttore della Rivista storica del Socialismo, sul tema “L’assassinio di Giuseppe Di Vagno per l’Italia di oggi”.

Al Convegno erano presenti in sala circa 130 persone accreditate dalla Prefettura, nel rispetto delle norme e dei regolamenti previsti in materia di sicurezza e anche sanitaria per il Covid.

Alla fine dei lavori il Presidente Mattarella ha incontrato i componenti del Consiglio Comunale dei giovani di Conversano, ai quali, come riferito dalla rappresentante Rosellina D’Argento, ha raccomandato di “ricordare, perché la memoria ci aiuta ad evitare che fatti come quelli accaduti a Di Vagno non si ripetano e di impegnarsi per il futuro, perché loro, giovani, sono il futuro del paese”.

I genitori di Giuseppe Cimarrusti, poliziotto conversanese, morto nel 2005 a 26 anni a Verona durante l’adempimento dei suoi doveri, hanno consegnato una lettera al Capo dello Stato.

 


GIUSEPPE DI VAGNO

Nasce a Conversano il 12 aprile 1889 da una agiata famiglia contadina.
Muore a Mola di Bari il 26 settembre 1921, ucciso dai sicari fascisti.
Studia presso il regio liceo ginnasio di Conversano, si laurea in giurisprudenza a Roma.

Si iscrive al Partito Socialista, torna a Conversano, promuove e sostiene le lotte dei braccianti pugliesi.
Nel 1914 viene eletto consigliere provinciale di Bari, partecipa alla prima guerra mondiale.
Al ritorno si dedica alla politica sostenendo la causa dei braccianti, in particolare di quelli che sono imputati di reati ai danni dei grandi proprietari e latifondisti.
Nel 1920 è direttore del giornale Puglia Rossa. Durante uno sciopero generale tenutosi a Conversano avvengono degli scontri. I fascisti lo ritengono responsabile e lo allontanano dalla città.
Nel 1921 è eletto deputato socialista nella circoscrizione Bari Foggia, nel Parlamento è segretario della Commissione Giustizia.
Il 30 maggio 1921, durante un comizio nella sua città natale, è vittima di un primo agguato perpetrato nei suoi confronti da parte di una squadra fascista, in cui trovano la morte un militante socialista e nove contadini.
Il 25 settembre 1921, a Mola di Bari, mentre tiene il discorso di inaugurazione della sede del Partito Socialista, viene colpito alla schiena da due colpi di pistola. Muore il giorno successivo nell’ospedale civile. E’ il primo martire parlamentare dell’epoca fascista.
Gli assassini sono un gruppo di squadristi fascisti di Conversano, guidati da Giuseppe Caradonna, deputato di Cerignola, che pur ritenuto colpevole durante il processo, viene amnistiato da Mussolini.
Dopo la morte di Giuseppe Di Vagno, nasce il figlio, a cui gli viene dato il nome del padre. Diventerà parlamentare socialista dal 1963 al 1983.

 


GLI INTERVENTI

Michele Emiliano, Presidente Regione Puglia.

Signor Presidente della Repubblica, le porgo il saluto emozionato e grato di tutti i pugliesi che sentono la sua vicinanza e la sua attenzione per una comunità che, seguendo l’esempio di Giuseppe Di Vagno, si batte ogni giorno per realizzare la grande visione democratica, della Costituzione della Repubblica italiana.

La vicinanza di Di Vagno ai più deboli, agli sfruttati, la sua appartenenza alla componente riformista del movimento operaio gli consentì di comprendere che le istituzioni democratiche vanno quotidianamente rinforzate e sostenute dalla pratica della democrazia, in tutte le sue forme.

Di Vagno fu un uomo del Sud con una visione nazionale, non troppo diversa da quella di Don Luigi Sturzo e di tanti altri intellettuali e politici che, nonostante la condivisione di visioni ed ideali, non seppero fare sintesi della loro linea politica.

La solitudine nella quale furono precipitati uomini come Di Vagno, Di Vittorio, Gramsci, Sturzo e tanti altri, è il monito più duro che dobbiamo ricordare per non ripetere gli stessi errori.

Fummo sconfitti dalla irresponsabilità e dalla mancanza di consapevolezza democratica del Paese, da una monarchia incapace di comprendere cosa sarebbe accaduto di lì a pochi decenni, ma anche dalle divisioni che separavano il movimento operaio dal cattolicesimo democratico e dai liberali.

Fummo sconfitti dalla nostra incapacità di comprendere che le differenze, legittime e inevitabili tra i democratici, non dovevano, mai e in nessun caso, portare a conflitti che aprissero la strada alla più grave catastrofe politica della storia d’Italia, alla scelta della dittatura e della guerra combattuta dalla parte sbagliata.

Giuseppe Lovascio, Sindaco di Conversano.

L’occasione del centenario è importante per ricordare i valori della Repubblica, della democrazia e per ricordare il vile omicidio di Di Vagno avvenuto cento anni fa.
Oggi abbiamo l’onore di avere il Presidente della Repubblica qui con noi. Di Vagno è un simbolo della politica conversanese, difendeva gli ultimi e fu ucciso in quelle terribili circostanze nel 1921.
Il suo ricordo condiziona il nostro pensiero, tutte le riflessioni che si fanno in politica, nonostante il fatto che siano passati cento anni.

Conversano è in un momento particolare perché si candida a Capitale della Cultura 2024. 

Antonio Decaro, Sindaco Città Metropolitana di Bari e Presidente ANCI.

Sono passati cento anni e credo che gli insegnamenti di Di Vagno oggi abbiano una valenza attuale.
Si è battuto per la propria terra, per la gente, per difendere un popolo che aveva dei diritti di cui era all’oscuro. Un popolo che per un pezzo di terra o un tozzo di pane aveva ceduto la propria libertà.

 

 

Gianvito Mastroleo, Presidente Fondazione Di Vagno.

La nostra Fondazione promuove studi e ricerche perché sia cancellata, e per sempre, la macchia che cent’anni addietro sporcò questa terra, riscattando dalla marginalizzazione storiografica e ancorando alla verità della storia ciò che quel folle gesto produsse, impegnandosi, giorno dopo giorno, per tenere alta la tensione e la coscienza democratica nelle nostre terre.
Ancor più alta è la difesa contro ogni forma di violenza, dovunque provenga e comunque si nasconda, ma che ancor oggi qua e là carsicamente riaffiora, odiosa e vigliacca, perché siamo consapevoli che non ci può essere tolleranza verso gli intolleranti e che l’antifascismo, culla della modernità nel quale sono condensati gli ideali della Politica, solidarietà e giustizia sociale, uguaglianza e pace, diritti individuali e sociali, sia necessario sempre: nella nostra Italia e non solo
.

Franco Gallo, Presidente Comitato del Centenario.

Celebrare il centenario della morte di Giuseppe Di Vagno non significa solo ricordare un odioso, terribile omicidio politico e un episodio di giustizia non resa. Significa soprattutto interrogarsi su cosa rimane oggi dell’esperienza socialista dell’epoca passata in un momento in cui altre violenze e altre ingiustizie spazzano il mondo, producono disuguaglianze e riducono la speranza di realizzare una società più giusta.

Si vuole, in particolare, richiamare l’attenzione sui terribili effetti dell’uso, nell’era contemporanea, della violenza e delle manipolazioni e delle false informazioni come strumenti politici finalizzati alla conquista e alla conservazione del potere.

Si dibatterà, pertanto, di populismo, nazionalismo e sovranismo e, soprattutto, dell’uso del potere giudiziario per garantire immunità a chi uccide un avversario politico. Non dobbiamo mai dimenticare che l’epilogo giudiziario, nell’era fascista, dell’assassinio di Di Vagno è stato non la condanna dei responsabili, ma la loro assoluzione in quanto giovani appartenenti al fascio di combattimento.

Per una Corte d’Appello dell’era fascista uccidere un socialista a pistolettate nella schiena era, dunque, ufficialmente un atto patriottico, se commesso da fascisti.

Paolo Bagnoli, Direttore della Rivista Storica “Il Socialismo”.

Non è un caso che questo grave crimine politico fosse stato compiuto in Puglia.

Già nel 1913 le Leghe bracciantili pugliesi erano più numerose di quelle di qualsiasi altra regione italiana.

Colpendo Di Vagno si colpiscono nel contempo due grandi idee: Il Socialismo di cui era autorevole esponente e il Parlamento di cui è membro, che è l’espressione massima della democrazia.

foto Piero Buonsante

 

Conversano. Viale del Teatro Norba
Conversano. Viale del Teatro Norba

DOCUMENTO

«L’automobile che ci conduce a Mola fila “velocissima” interpretando la nostra ansia affannosa per rivedere il nostro Peppino. Le prime vaghe incerte notizie, pur pervadendo l’animo nostro di santo sdegno contro i vilissimi aggressori, non permettevano alla mente di pensare che il nostro colosso, il Gigante Buono, fosse abbattuto, vinto e tanto meno che quella maschia e robusta fibra di giovane esuberante, potesse essere spezzata, infranta, disfatta! Scendiamo in fretta e ci precipitiamo alla modesta saletta dell’ospedale, nella quale il nostro Peppino giace, come un Ercole abbattuto, come un eroe vinto! È pallido ma sereno. Giace supino, con gli occhi vivi ed appassionati. Sul viso aperto si leggono chiaramente l’intimo tormento, gli atroci dolori che dilaniano il corpo insanguinato, avvelenato; ma non emette un lamento. Sembra voler combattere e vincere la morte, con la stessa tranquilla serenità con cui ha combattute e vinte le battaglie della vita. Vede me, Favia, De Silvestro, Palladino, Nardulli, Santoiemma ed altri ancora. Ci riconosce, ci saluta con lo sguardo dolce, ci rincora e fra gli atroci tormenti che macerano la sua carne, che disfanno rapidamente il suo corpo, trova la forza per sorridere lievemente. Ahimè! – fu l’ultimo che vedemmo fiorire su quelle labbra pronte al sorriso come per rendere manifesta l’infinita bontà dell’animo suo. Gli dicemmo parole di conforto. Qualcuno di noi, stringendo la sua mano, gli disse: – Coraggio, Peppino! Tu sei forte. Sei nato per vincere. Hai vinto i tuoi e nostri avversari, sempre, vincerai ancora! La tua fibra ti salverà, coraggio!… – Sì – disse, con estrema bontà il nostro Peppino -; sì, vincerò – Semplicemente! E nelle sue brevi e spezzate parole non vi era ombra di odii e di ira. Sino agli ultimi istanti. Egli continuò a lottare, serenamente. Mentre era steso, vinto, sul lettuccio dell’Ospedale, pensavo alla sua fiorente giovinezza, alla sua forza erculea e quasi involontariamente ricordavo un disgustoso incidente avvenuto nel corridoio dei “Passi perduti”, a Montecitorio. Il deputato popolare ultra-fascista Cappa tentava aggredire il compagno Matteotti, che è snello, esile. Vidi Giuseppe Di Vagno prendere agilmente pel petto il Cappa e deporlo delicatamente per terra a quattro passi di distanza, interponendosi fra i due litiganti per impedirne il contatto. Lo prese con la stessa facilità che una madre sana prende il suo bambino poppante. Avrebbe potuto fargli gran male, soltanto buttandolo per terra. Ma Egli era il Gigante buono e lo depose reggendolo perché non cascasse. Povero il nostro gigantesco Peppino! Rimaniamo dritti innanzi a Lui, ansimanti, quasi volessimo rianimare con l’alito nostro il suo corpo morente, quando vediamo precipitarsi al capezzale la giovine sposa e la vecchia mamma sua ottantenne, entrambe angosciate, lagrimanti, doloranti, e noi ci allontaniamo per rispettare quell’intimo profondo dolore che fa piangere tutti noi. Ma Egli non si abbatte. Singhiozza, lotta, respira affannosamente e guarda con serenità e con forza la sua sposa e la sua mamma, come per dire: Non piangete, abbiate fede e coraggio! Vedete, sto lottando, vincerò, vivrò: Non voglio, non posso morire; io! Poi ancora singhiozzi, un gemito lungo, uno sbalzo forte, un respiro strozzato ed Egli non è più. Povero il nostro Gigante buono! Si è voluto uccidere in te il forte lottatore, Giuseppe Di Vagno, come per seppellire un’Idea, per infrangere una Fede, e non si sono accorti, i miserabili, che la soppressione del tuo corpo ha preparato la tua resurrezione. Tu sei risorto. Eri un uomo ed ora sei un Mito. Tu sei sempre con noi, in noi e nelle nostre battaglie, e nelle nostre vittorie.»

(Articolo pubblicato da Puglia Rossa, il 30 settembre 1921, poco dopo la morte dell’on. Giuseppe Di Vagno)

On. Giuseppe Di Vagno, figlio di Giuseppe Di Vagno, deputato socialista dal 1963 al 1983.

 

 

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