IL BRIGANTAGGIO NEL SUD D’ITALIA
All’indomani dell’Unità, l’Italia è alle prese con sconvolgimenti politici e scontri armati fratricidi, oltre che con una grave crisi economica e finanziaria.

Nel 1861 il re Vittorio Emanuele II nomina Eugenio, principe di Savoia Carignano, Luogotenente Generale di Sua Maestà nelle province napoletane.
Dopo l’ebbrezza dei primi entusiasmi per l’unità le disparità sociali riappaiono più profonde e più insanabili.
La borghesia, che aveva voluto la rivoluzione, pretende per sé le cariche pubbliche e guarda con disprezzo alla classe dei cafoni tradizionalista e legata al re.
Si diffonde il brigantaggio che dilaga nel meridione e non risparmia neanche Monopoli.
La relazione del deputato barese Giuseppe Massari sull’inchiesta parlamentare riguardante il grave fenomeno in atto individua le cause predisponenti nella condizione sociale e nello stato economico del campagnolo: il contadino non ha alcun vincolo con la terra, la sua condizione è quella del nullatenente, ha pane di tal qualità che non ne mangerebbero i cani.
A ciò si aggiunge quello che viene considerato il retaggio tipico della infausta signoria dei Borboni, cioè l’ignoranza, la superstizione diffusa e accreditata, la mancanza assoluta di fede nelle leggi e nella giustizia.
I braccianti alla fame, i soldati allo sbando del disciolto esercito borbonico, i giovani renitenti alla leva divenuta obbligatoria, il clero ostile ai nuovi governanti piemontesi schierati contro il papa, trovano nei briganti i loro interlocutori e alleati, nel brigantaggio una soluzione di vita.
Il meridione paga amaramente il sogno dell’unità, i più poveri arrivano a rimpiangere il re borbonico e il suo regime, i briganti diventano i difensori della Chiesa e del re deposto, trovando alleanze e appoggi nel popolo ancora oppresso e diseredato, ai cui problemi la destra storica al governo non ha la volontà politica di porre rimedio.
Anche con il nuovo governo unitario, come è già avvenuto durante la Repubblica partenopea del ’99 e, nonostante le importanti riforme, durante il decennio francese, il problema cruciale delle terre demaniali rimane irrisolto.
Con l’avvento dei Savoia non sono certo scomparse le distinzioni sociali, anzi la crisi politica, la valanga dei nuovi ed esosi balzelli, la mancanza di lavoro e soprattutto la calata di innumerevoli burocrati piemontesi provocano rancori ed ostilità.
Gli abitanti del sud sono affamati dall’oppressione delle nuove tasse, decimo di guerra, ricchezza mobile.
La privatizzazione dei beni ecclesiastici non produce una piccola proprietà contadina, ma sottrae ai poveri quel poco che traevano dalle terre comuni per l’acqua, il legnatico e la raccolta del grano.
Con l’arrivo dei piemontesi la frattura tra chi possiede le terre e braccianti e pecorai diventa più grande, i ricchi diventano subito liberali, dopo essere stati borbonici, i poveri rimangono disillusi ancora una volta.
IL BRIGANTAGGIO A MONOPOLI
Anche Monopoli vive le difficoltà del momento.
È diffusa la povertà, il salario dei braccianti è di fame, ben l’86% degli abitanti è analfabeta.
La proprietà dei terreni rimane in mano alle istituzioni religiose ed assistenziali e alla ricca borghesia; la richiesta di ripartire ai contadini la terra dei latifondi rimane disattesa.
Nelle campagne molti sono gli sbandati, i disoccupati, delusi ed esasperati.
Nel territorio di Monopoli scorrazzano le bande del sergente Pasquale Romano di Gioia del Colle, di Giorgio Palmisano di Alberobello, di Giovanni Barletta di Monopoli e quelle di Giuseppe Nicola Summa, detto Ninco Nanco.
Sono composte in prevalenza da contadini, da diseredati, che, non potendo vivere, abbandonano la loro casa, timorosi anche del richiamo alle armi o della coscrizione militare e delle persecuzioni dell’esercito nei confronti dei renitenti e delle loro famiglie. I briganti si dichiarano fedeli al re Francesco II, i capi delle bande sono quasi tutti ex sottoufficiali del disciolto esercito borbonico.
Nei primi mesi del 1861 alcuni contadini, capitanati a Monopoli da Giovanni Barletta, bruciano l’effigie di Vittorio Emanuele ed inneggiano a Francesco II.
La forza pubblica li disperde ed il capo del tumulto si dà alla macchia, entrando nelle file della banda del brigante Carmine Donatelli, detto Crocco.
I briganti sono appoggiati dagli abitanti dell’agro. In una circolare inviata dal Luogotenente generale al Sindaco di Monopoli si legge:
Per quanto sia doloroso il dirle, è purtroppo vero che gli abitanti della campagna, i pastori e i guardiani dei campi e persino gran parte dei massari favoriscono il brigantaggio, le masserie abbondano di tutti i mezzi di sussistenza, facile riesce ai briganti provvedersi di tutto il necessario e questo è appunto uno dei più grandi ostacoli alla repressione del brigantaggio.
Il 24 agosto 1861, in un manifesto del prefetto inviato al sindaco della città, si rende noto che verranno elargite ricompense a tutti coloro che vorranno combattere il brigantaggio.
Nel gennaio 1862 sono arrestati e condotti nel carcere del Castello Vito Oronzo Manini e Francesco Spinoso, due briganti monopolitani, nelle cui case vengono ritrovate grosse quantità di carne rubata.

Nell’ottobre 1862 il brigante Pasquale Romano, a capo di una banda armata di compagni, assale la casina dei fratelli Cacace, ferventi liberali, in contrada Cozzana.
I padroni di casa, avvertiti, dopo aver prudentemente ritirato la scala interna, oppongono un’accanita resistenza facendo fuoco an che loro con le carabine.
Da Monopoli arriva in aiuto un drappello di guardie nazionali.
Il pretesto dell’assalto è che le mogli dei Cacace, Rosa Filiù e Laura Palumbo, sarebbero colpevoli di aver confezionato il primo tricolore issato il 2 settembre 1860.

Il sindaco Angelo D’Erchia fa presente al prefetto la urgente necessità di accrescere il numero dei componenti la Guardia Nazionale.
La mattina del 7 ottobre 1862 nella masseria Ammazzalorsa arrivano 5 briganti armati di fucili e baionette, vestiti chi da militare, chi da borghese.
Uno di loro, il Palmisano, con tenuta di calzoni corti dell’esercito borbonico, intima al massaro Pietro Convertini di consegnare armi, munizioni e viveri.
In quel momento sopraggiunge, per il consueto acquisto di grano, Francesco Cardone, detto il monaco di Fasano, che passava per liberale.
Il suo calesse viene circondato dai briganti, viene preso, portato via e gettato forse nella grave di S. Lucia.
Quella che fa vivere giornate di terrore ai monopolitani è la banda capitanata da Giovanni Barletta, già distintosi in tante azioni di sangue con il brigante Carmine Crocco della Basilicata.
La banda è formata da 20 elementi, dediti a ruberie, incendi, sequestri, capaci di penetrare nel paese con l’intenzione di sopprimere tutti coloro che professavano opinioni patriottiche ed avevano fedeltà a Vittorio Emanuele.
Nel Consiglio Comunale del 15 novembre 1862 il sindaco parla del fenomeno:
Volge il terzo anno che il brigantaggio invece di scemare, aumenta di numero e di audacia. Inetto il Primo Ministero a debellarlo, il secondo ancora per colpevoli incredulità, del pari l’attuale per inefficaci provvedimenti. Non mi tenni dall’esporlo con franchezza al Cavour, di poi al Ricasoli, quindi al Rattazzi, senza dire di altre autorità parlamentari. La guerra ad oltranza di quella masnada è al principio. Vite, sostanze, onore, purché sappia di patriottismo, sono fatti segno di quei vandalici individui. Tornano inefficaci le tante marce dell’ottima nostra truppa di linea onde atterrare quell’idra dalle cento teste che risorge sempre più vigorosa. Mi son fatto ardito esporlo al prefetto della Provincia ed al generale territoriale. Si proponga un appello patriottico ai generosi della Provincia e si riunisca la schiera dei volontari in più colonne mobili a guisa della tattica francese in Algeria, onde vennero domi quei feroci e fanatici africani.
I fatti di sangue si susseguono ininterrottamente.
Il 27 dicembre 1862 Francesco Paolo Piccoli, tenente della guardia nazionale di Martina, è ammazzato nella masseria Mammella; il 15 aprile 1863 analoga sorte subisce Antonio Giacovelli in contrada Coreggia.
Il 3 dicembre 1865 è ritrovato il cadavere di Gaetano Garrappa con quattro ferite da arma da fuoco e una cinquantina di coltellate.
Il sindaco viene minacciato con lettere in cui si dice che non passeranno molti giorni e verrà Francesco II e faremo una strage nel paese.
Il 17 febbraio 1863 sono ricevuti a Monopoli i membri della Commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio, presieduta da Giuseppe Massari.
L’ECCIDIO DEI BRIGANTI
Il 15 agosto è approvata la legge Pica sulla repressione del brigantaggio, che decreta l’invio dell’esercito nelle zone interessate.

Così anche nel territorio di Monopoli i briganti vengono sterminati, con azioni cruente e feroci, ad opera soprattutto dei Cavalleggeri di Saluzzo, del distaccamento 90° di Linea e del 9° di Fanteria.
Non mancano vittime innocenti tra la popolazione quando solo baleni il sospetto di appartenenza, di amicizia o di favoreggiamento.
Ai bisogni sociali il governo unitario risponde con la dichiarazione dello stato d’assedio.
Il generale Cialdini dispone di pieni poteri, utilizzati spesso per fare macelleria di tanti contadini, compresi donne e bambini.
Nelle province pugliesi vengono combattute le bande organizzate dai briganti Caruso, Nunzio, Coscione, Laveneziana, Mazzeo detto Pizzicchichio, Romano e Crocco.
Nel gennaio 1863 Pasquale Romano di Gioia del Colle e 22 compagni della sua banda sono trucidati vicino ad Alberobello dai cavalleggeri di Saluzzo; i loro corpi restano esposti per una settimana nel paese; la stessa sorte tocca a Mazzeo nel giugno 1863.
Da settembre il generale Pallavicini inizia una dura azione di lotta al brigantaggio in Terra di Bari. Fra il 1861 e il 1865 sono uccisi 5.212 briganti e arrestati 5.000.
STEFANO CARBONARA
dai suoi libri
Monopoli, Viaggio tra Cronaca e Storia. 2012
Monopoli 2020, Passato e Presente. 2020
per interessati ai libri tel. 3384591147







