Per riconoscere quanto preziosi siano i valori di libertà, giustizia e indipendenza, conta sapere quanto sia costata la loro assenza nella storia di un popolo, di una nazione, di una città.
Le vicende storiche di Monopoli mettono in evidenza le traversie e le angherie subite dai suoi abitanti per lunghi secoli dalle diverse dominazioni straniere.
È con la Rivoluzione francese e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 che i principi di libertà e uguaglianza, quali diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo, cominciano ad essere oggetto di controversie e aspirazioni fra gruppi di intellettuali e borghesi in Europa e anche in Italia.
Monopoli partecipa ai dibattiti, ai moti, alle rivolte, avvenuti prima e durante il Risorgimento, dando il suo contributo alla costruzione dell’Italia unita e indipendente.
Alle vicende della Repubblica Partenopea del 1799, prima esperienza nel meridione di un tentativo di governo improntato ai valori del costituzionalismo, della libertà e della uguaglianza civile, in netta antitesi al modello borbonico, partecipano diversi esponenti liberali pugliesi, iscritti alle due sette segrete napoletane, la LioMo (Libertà o Morte) di tendenza radicale e la RoMo (Repubblica o Morte) di tendenza più moderata.

Ignazio Ciaia, patriota di Fasano, che ha studiato nel Seminario di Monopoli, fonda a Napoli i primi gruppi
giacobini e massonici, diventando poi membro del governo provvisorio della Repubblica Partenopea.
Di Monopoli è Rocco Lentini, un attivo protagonista dell’esperienza rivoluzionaria napoletana.
Durante la Repubblica Partenopea le truppe francesi arrivano in Puglia, nel marzo 1799 a Monopoli c’è un presidio al comando di Sarrazin.
Il cambiamento è mal sopportato ed avversato dal governo cittadino, come si evince da una relazione del sindaco Michele Rota del 18 marzo 1800, quando l’esperimento rivoluzionario è già concluso, in cui si afferma che questa città resistette alle seduzioni, alle minacce ed anche alla forza e si oppose validamente alla piantagione dell’infame albero della sognata libertà.
Solo per venti giorni, dal 7 al 27 aprile 1799 Monopoli ha un governo rivoluzionario, sostenuto dai francesi. Avvengono scontri e lotte tra cittadini di fazioni opposte.
I Borboni sono sostenuti da un nucleo di realisti, formato dal tenente di cavalleria Michele Martinelli, dal cavaliere di Malta Giovan Battista Affaitati, dal cavaliere napoletano Giovanni Sersale, dal patrizio Teodoro Palmieri e suo fratello monsignore, da Giacinto ed Alessandro Manfredi, dal sergente Vito Alba, dal caporale Pietro Vitti, da Benedetto Massa e Giuseppe Angelini.
Negli scontri vengono uccisi Lorenzo Siciliani e Giuseppe Fiume, in quanto filofrancesi.
La ritorsione francese porta all’arresto di Michele Martinelli, Teodoro Palmieri, Giacinto e Alessandro Manfredi, Giovanni Sersale.
Mentre in Puglia guadagnano terreno le truppe sanfediste reclutate dal Cardinale Ruffo a partire dalla Calabria, specialmente tra i contadini ostili ai giacobini della repubblica e mobilitati in difesa della santa fede, alcune città resistono ai saccheggi e subiscono dure rappresaglie.
L’avvocato monopolitano Cesare Antonelli, amico di Ignazio Ciaia, combatte contro le milizie filo borboniche.
A Monopoli, per aver partecipato al breve governo rivoluzionario della città, Cesare Acquaviva e Luigi Cafaro, affiliati alla vendita carbonara La Merlina, Ottavio e Francesco Palmitessa, Cesare e Giambattista Lentini, Ignazio De Bellis, il notaio Cesare Bellantuono sono condannati con la confisca di tutti i loro
beni; Michele Insanguine è incarcerato nel castello di Barletta.
Dopo appena sei mesi di vita, a giugno del ’99, la Repubblica Partenopea crolla sotto l’onda d’urto dei sanfedisti.
Tra l’altro non aveva posto mano in maniera efficace a problemi concreti e gravi come la questione agraria.
In un contesto che vedeva la persistenza del latifondo feudale a fronte di una massa di contadini
oppressi e miseri, le moderate risoluzioni deliberate dalla repubblica di fatto lasciano la terra in mano ai baroni.
È per questo che i contadini delusi ed esasperati, estranei alle posizioni culturali e politiche della borghesia repubblicana, diventano facilmente reclutabili in difesa delle loro tradizioni, del Papa e del Re in nome della Santa Fede.
Diversi patrioti pugliesi e monopolitani sono condannati per aver partecipato direttamente all’esperienza della repubblica o per aver sostenuto nelle loro città le idee e i valori della rivoluzione antiborbonica.
Ignazio Ciaia viene impiccato, Rocco Lentini è arrestato e rinchiuso in carcere, Francesco Cimino, un altro esponente giacobino di Monopoli, è ucciso da sicari borbonici.
Rocco Lentini
Nato a Monopoli, suo padre è il nobile don Giambattista Lentini. Studia a Napoli, dove frequenta i giacobini che si raccolgono intorno a Carlo Lauberg.
Da giovanissimo milita nei gruppi antiborbonici, facenti capo alla Società LioMo, di cui diventa esponente di spicco.
Nel 1794, sempre a Napoli, partecipa con altri giovani giacobini provenienti dalle province ad una congiura tesa ad abbattere la monarchia. Evita il carcere con la fuga.
Dopo varie peregrinazioni in Francia e in Italia, da semplice volontario nelle coorti lombarde partecipa alle vicende del triennio rivoluzionario (‘96-‘99), nel quale, sotto l’onda d’urto dei francesi, si costituiscono nella penisola le cosiddette Repubbliche Sorelle.
Impegnato tra Romagna e Lombardia, dove è promosso al grado di sottotenente, raggiunge Napoli, mentre è in atto l’esperimento della Repubblica Partenopea.
Qui viene accolto calorosamente dai suoi compagni, reduci dalle galere o dall’esilio e viene promosso capo del 5° Battaglione di linea.
È nominato aiutante di campo del ministro della guerra Manthoné e ufficiale dello Stato Maggiore del francese Macdonald.
Diventa membro della Commissione Rivoluzionaria, cui spetta l’esecuzione immediata del giudizio sui nemici della Repubblica e partecipa alla spedizione di Puglia al comando del generale di brigata Pasquale Matera, per instaurare governi liberali ed antiborbonici.
Durante l’assedio di Napoli da parte delle milizie controrivoluzionarie sanfediste, partite dalla Calabria ed organizzate dal cardinale Ruffo con l’obiettivo di restaurare il governo borbonico, Lentini corre a difendere la città.
Dopo la capitolazione viene arrestato e rinchiuso nel Castel Nuovo, poi a Portici.
Nella relazione per la condanna inviata al re Ferdinando si legge che Rocco Lentini, è reo di aver affiliato massoni e giacobini, di essere intervenuto in molti clubs; al tempo dell’invasione dei francesi venne a Milano ove aveva servito da tenente della Cisalpina, fu alla spedizione di Benevento e con proclama sollecitò la coscrizione dei patrioti, è scritto nella Società Popolare ed è membro della Commissione rivoluzionaria, è condannato a morir sulle forche colla confisca dei beni. L’esecuzione è sospesa e a novembre del ‘99 la pena è commutata in prigionia nel Castello di Favignana.
Gli ufficiali superiori della Cisalpina elogiano la sua condotta integerrima, il patriottismo puro e disinteressato, vero modello di probità e virtù.
Rimane in carcere fino al 28 marzo 1801, quando il re di Napoli concede la libertà ai prigionieri politici.
Si reca a Milano, dove i francesi lo riammettono nell’esercito con il grado di sottotenente, quindi viene trasferito a Casalmaggiore, poi a Pavia.
Durante il decennio murattiano è nominato cassiere e segretario della Commissione di Beneficenza degli Ospizi di Monopoli.
Nel 1825, dopo il ritorno dei Borboni, viene licenziato con l’accusa di essere debitore di 6.130 ducati, viene arrestato, nel 1840 è espropriato di tutti i suoi beni. Paga lo scotto di essere stato un patriota liberale ed antiborbonico. Sulla sua morte mancano documenti.
STEFANO CARBONARA
dai suoi libri
Monopoli, Viaggio tra Cronaca e Storia. 2012
Monopoli 2020, Passato e Presente. 2020
per interessati ai libri tel. 3384591147








Le comunico che è morto… a Monopoli il 4 dicembre del 1846