
Il 27 aprile 2024, in Biblioteca Comunale Rendella di Monopoli, si è svolta la Presentazione di due nuove pubblicazioni del prof. Stefano Carbonara,
1) Opuscolo sugli Internati Militari di Monopoli della II Guerra Mondiale.
2) Nuova Guida Storico Turistica di Monopoli, in italiano e inglese.
L’evento è stato organizzato dall’Associazione Culturale Monopoli Tre Rose con il patrocinio della Presidente del Consiglio Regionale della Puglia.
Sono intervenuti il prof. Martino Cazzorla, dirigente del Polo Liceale di Monopoli; Achille Chillà, presidente della Sezione di Storia Patria di Monopoli; Flora Villani, già docente di Lettere nei Licei e autrice di diversi libri in onore dei militari monopolitani Antonio Lopriore, Mario Rossani, Giovanni Vozza e Vito Pirrelli.
L’evento ha visto l’accompagnamento musicale del duo formato da Simone Camarda, pianista e compositore, Flavio Maddonni, maestro violinista, del Conservatorio di Musica Nino Rota di Monopoli.
I PARTE DELL’INCONTRO
OPUSCOLO SUGLI INTERNATI MILITARI DI MONOPOLI
Da ricerche effettuate dall’autore negli Archivi della Croce Rossa Italiana, dell’Associazione Nazionale Reduci della Prigionia, dell’Arolsen, negli scritti della prof. Flora Villani e da testimonianze raccolte direttamente sono stati identificati i nomi di 240 Internati Monopolitani.
Sono soldati dell’esercito italiano che, dopo l’8 settembre 1943, con l’arrivo degli Alleati, per ritorsione alla loro volontà di non rimanere alleati dei tedeschi, furono deportati per ordine di Hitler nei campi di lavoro e nei lager in Germania, Polonia e altri paesi, subendo privazioni, fame e violenze inaudite.
Alla fine del conflitto, dall’estate 1945 al 1946, dopo oltre due anni di prigionia, in viaggi avventurosi, dimagriti, irriconoscibili, tornarono a Monopoli e riabbracciarono i loro cari, che non avevano notizie da tempo e che li avevano attesi ogni giorno sperando in un loro ritorno.
Tanti non fecero ritorno, morirono nei lager, non si conosce il loro numero e chi sono.
Nell’opuscolo sono riportati i nomi degli internati che fecero ritorno a casa, le denominazioni dei campi di prigionia, i numeri di matricola con i quali erano identificati con piastrine o marchi sul corpo.
Il loro sacrificio, insieme a quello di tutti i caduti e reduci delle guerre, deve essere conservato nella memoria di oggi, come esempio di eroismo e di amore patrio, specie nelle nuove generazioni.
Questi Internati sono, come i partigiani, protagonisti della Liberazione dell’Italia, diventata Repubblica libera, democratica, antifascista.
INTERVENTO DI FLORA VILLANI
Negli ultimi anni abbiamo assistito, finalmente, al recupero memoriale della vicenda tristissima ignorata per circa 50 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quella degli IMI.
Gli Internati Militari Italiani erano stati definiti tali da Hitler in persona, perché non voleva chiamare prigionieri i compatrioti del suo amico Mussolini.
In realtà essi erano prigionieri e in condizioni sicuramente peggiori degli altri prigionieri di guerra tutelati dalle norme della Convenzione di Ginevra del 1929.
Catturati con estrema violenza soprattutto nei Balcani dopo lo sfaldamento del Regio Esercito, abbandonato con ordini contradditori o addirittura senza ordini alla vendetta dell’ex alleato dopo l’Armistizio dell’8 settembre; deportati nei territori del Reich con lo scopo evidente sin dalle prime settimane di costringerli al lavoro (i cosiddetti schiavi di Hitler); o destinati, secondo le iniziali convinzioni dei Tedeschi, a costituire l’esercito della neonata Repubblica Sociale Italiana o a entrare direttamente nella Wermacht, rappresentarono la prima forma di opposizione al morente fascismo.
Nella convinzione di dover rimanere fedeli al giuramento di fedeltà al re, essi disconobbero sin dal primo momento una qualunque legittimazione al redivivo governo Mussolini, mantenendo salda la continuità del legittimo governo monarchico pur in condizioni di totale isolamento dalla madrepatria e senza conoscere gli sviluppi della guerra sul territorio italiano.
I numeri sono impressionanti: circa 650.000 tra ufficiali, sottufficiali e soldati di tutte le armi rifiutarono ogni forma di collaborazione con coloro che ormai dal 13 ottobre ’43 con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Germania erano “de iure” nemici, e quel gruppo di “optanti”, di coloro cioè che aderirono all’invito tedesco, lo fece spinto dalla fame, che era il mezzo che i nazisti usavano per costringerli a passare dalla loro parte.
Fame terribile, alla quale gli Italiani sopravvissero grazie ai pacchi inviati dall’Italia dalle famiglie. Ma, quanto a pacchi, i meridionali erano i più disgraziati tra i disgraziati, poiché l’Italia del sud era occupata dagli Alleati che erano in guerra con i Tedeschi e quindi nessun invio era possibile.
Gli aiuti, quando e se arrivavano, seguivano un itinerario lunghissimo: i pacchi dei meridionali venivano convogliati su Napoli; da qui in nave proseguivano per il Portogallo, poi per la Svizzera, ed infine giungevano ai vari lager sparsi in Germania e in Polonia.
Ci volevano mesi perché arrivassero a destinazione. E, quando finalmente arrivavano, qualche solerte carceriere provvedeva ad assottigliarne il contenuto.
Ruberie e violenze di ogni genere erano infatti all’ordine del giorno nei campi di prigionia. Inoltre, quello che non facevano gli aguzzini facevano le malattie. Il freddo, la fame, le pessime condizioni igieniche mietevano vittime in misura impressionante.
Una piccola postilla: pensiamo a quale sarebbe stato l’esito finale della guerra se quei 650.000 in armi, tutti professionisti, avessero fatto fronte comune con i nazifascisti ?…
Il recupero memoriale avvenuto negli ultimi anni è frutto di un lungo e faticoso cammino.
Una data fondamentale per il grosso pubblico è il 1997, anno in cui Alessandro Natta riesce finalmente a pubblicare il suo libro di memorie “L’altra Resistenza. Una Resistenza senza armi”, Resistenza fatta non sulle montagne o nelle città del centro-nord, ma con il rifiuto alla collaborazione con i nazifascisti pagato a caro prezzo e a costo della vita nei lager.
Ma già dagli anni immediatamente successivi alla Liberazione era viva tra i sopravvissuti rientrati in Italia il desiderio di associarsi, per rivendicare il riconoscimento dei terribili mesi trascorsi in cattività.
A Monopoli si distinse per impegno nel rivendicare tali riconoscimenti Enrico Alba che, quale internato e rappresentante dell’ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati), portò in Parlamento tali richieste.
Il percorso, tuttavia, non fu breve né lineare.
La peculiarità della esperienza concentrazionaria degli IMI stentava ad essere compresa, sfociando addirittura nella riprovazione per quanti (soprattutto soldati e sottufficiali, ma anche qualche ufficiale) sin dai primissimi momenti dopo la cattura erano stati avviati al lavoro, configurandosi addirittura il reato militare di collaborazione con il nemico.
Emblematica l’esclusione di questi prigionieri dai benefici previsti dall’accordo italo- tedesco del 1961 che prevedeva compensi economici del governo della Germania occidentale per coloro che erano stati colpiti da atti di persecuzione da parte del regime nazionalsocialista.
Qualcosa gli IMI ottennero nel 1964, ma era ben poco. D’altra parte, il clima politico europeo di quegli anni tendente a riaccogliere la Germania nel novero delle nazioni democratiche non influiva positivamente sul riconoscimento dei tremendi sacrifici inflitti agli Italiani, in dispregio di qualunque principio umano e giuridico: un unicum nella storia dell’Occidente.
Solo nel 1990, con la legge 323, veniva riconosciuto valido ai fini giuridici ed economici quale partecipazione ad operazioni di guerra il periodo trascorso come internati militari in Germania nel periodo ’43- ’45.
Nel 2000 veniva istituita per il 27 gennaio, giorno della liberazione del campo di Auschwitz, la Giornata della Memoria, in ricordo dello sterminio degli Ebrei, ma anche di tutti coloro, militari e civili, che subirono la persecuzione nazista. Tra questi anche gli ex IMI, per molto tempo dimenticati.
Nel 2006 venne istituita la “medaglia d’onore” per gli ex IMI, medaglia che viene concessa dal Presidente della Repubblica su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri al quale vanno indirizzate le domande documentate delle famiglie. La consegna materiale di tali medaglie avviene a cura delle Prefetture nelle giornate del 27 gennaio, 25 aprile o 2 giugno, festa della Repubblica.
Nel 2008 infine venne sottoscritta a Trieste una convenzione tra il governo della Repubblica di Germania e il governo italiano che ha consentito lo stanziamento di fondi per lo studio del comune passato di guerra. Sono state a tal fine recuperate le fonti della vicenda degli IMI.
In particolare, presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma sono state ritrovati gli elenchi che la Croce Rossa Italiana stilò in occasione del ritorno in Italia degli ex internati nel 1945.
Fondamentale per salvaguardare la memoria e fornire agli storici materiale di studio è stato il recupero di appunti, scritti ed altro, conservati dalle famiglie degli internati.
E’ a questo tipo di documentazione che personalmente ho avuto la fortuna di accedere, e che mi ha fornito, con la freschezza della esperienza vissuta, la possibilità di conoscere dall’interno quella tragedia. Infatti, un modo privilegiato per entrare nella Storia è leggerla attraverso le vite degli altri.
Ricordo qui le memorie di Mario Rossani, Giovanni Vozza, Vito Antonio Marasciulo, Ciccio Piangevino e le “carte” di Antonio Lopriore.
OMAGGIO AGLI INTERNATI
In omaggio agli internati sono stati letti alcuni brani che ricordano sacrifici e peripezie, da loro vissuti in quegli anni terribili.
Dominga Vitti ha letto uno scritto di Anna Montanaro in ricordo del padre Francesco Montanaro, generale d’artiglieria e la testimonianza di Giovanni Vozza, riportate in un libro di Flora Villani.
Marilù Barnaba ha letto la testimonianza dello zio Mario Rossani;
Michela De Martino ha ricordato suo padre Carlo detto “patata” , proprio per aver mangiato patate nei campi di prigionia;
Pasquale Topputi ha ricordato le peripezie vissute dal padre Cosimo, dai fronti di guerra ai campi di lavoro;
Achille Chillà ha declamato, in gergo dialettale, il racconto di Gigi Rizzo in ricordo del padre Giacomo;
Vincenzo Lopriore, con la proiezione di immagini e documenti, ha tracciato il ricordo del padre Antonio, perseguitato dalla violenza dei nazifascisti, ammonendo sul dovere di conservarne il ricordo, perché senza memoria non si costruisce il futuro.
RACCONTO DI ANNA DEL PADRE FRANCESCO MONTANARO
Coloro che sono sopravvissuti si sono portati dentro piaghe non rimarginate, depressioni, silenzi, incubi.
Le condizioni dei campi erano inumane, i prigionieri erano affamati, non potevano comunicare con i parenti lontani, i servizi igienici quasi inesistenti.
La sera del 15 aprile 1945 giungono da Radio Londra notizie fantastiche: i Tedeschi sono in rotta!
Dopo un viaggio avventuroso durato diversi mesi, mio padre rientrò a Monopoli il 16 ottobre del ’45.
Sulla porta di casa la mamma quasi non lo riconobbe. Lei, che dal giorno della Liberazione, andava sempre alla stazione per vederlo arrivare!
Mio padre pesava come un bambino, sporco e lacero.
Ha parlato con me di questo brutto periodo quando ho iniziato, alla scuola elementare a studiare la Storia. Ha voluto raccontarmi la sua Storia.
Per tutta la sua vita ha raccolto con molta cura tutte le briciole di pane rimaste sul tavolo, a colazione, a pranzo e a cena, e le masticava adagio perché non si consumassero!
Perché, anche se sazio, la fame, la grande fame, è rimasta sempre in lui fino alla morte!
RACCONTO DI GIOVANNI VOZZA
Il freddo ci faceva stare gli uni addossati agli altri più del necessario, [nel viaggio da Meppen a Wesuve, maggio 1944] gomito a gomito, rannicchiati sul pavimento infangato dei vagoni, ravvolti nelle vecchie e lacere coperte avute nel lasciare quel luogo triste di pena che ci aveva tenuti rinchiusi come galeotti per sei lunghi mesi; sembravamo degli esseri storditi senza facoltà di ripresa.
Dove ci portavano? Chiusi nel vagone anche l’aria e la luce erano state ridotte per l’applicazione di sbarre di legno incrociate nei tondi finestrini, nessuna possibilità di comunicare con l’esterno per appurare la meta del viaggio che pur dovevamo conoscere in virtù delle norme internazionali accettate anche dalla Germania.
Per i nostri bisogni personali compivamo delle acrobazie ed anche delle sudicerie.
Il viaggio che avrebbe dovuto durare due giorni soltanto secondo i viveri a secco ricevuti prima della partenza si protraeva invece da quattro giorni e non si era ancora alla fine. La fame stringeva lo stomaco. Con nostalgia ed invidia guardavo sott’occhio qualche beneficato della sorte che sgranocchiava ogni ben di Dio: erano i fortunati che ricevevano pacchi dall’Italia.
RACCONTO DI GIACOMO RIZZO, NARRATO NEL 1984 AL FIGLIO LUIGI, DETTO GIGI, SCRITTO IN DIALETTO NEL 2019.
(Qui riportato in dialetto monopolitano e traduzione in italiano).
Turnó
Tornò
U 20 de settèmbre du 1943 âzzeccòrne i tèdische in Albènê a Tiràne,tenêve appène vendun’ènne,
Il 20 settembre del 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi in Albania a Tirana, teneva appena ventuno anni,
i stêve a ffè u suldéte pe defènne a pannère taljéne, su purtàrne preggiunire in Gèrmanje a Bèrline,
e stava a fare il soldato per difendere la bandiera italiana, fu deportato in Germania a Berlino,
‘ndâ nu chèmbe de cungendrèmènde.
dentro un campo di concentramento,
‘ndâ nu tréne pègge di neméle, fòrne purtète tèndè giuvene taljéne
dentro un treno, peggio degli animali, furono portati tanti giovani italiani,
‘ndà chide chèmbe chi bbarracche totte suzze a ffìle a ffìle ,
in quei campi con le baracche tutte uguali a fila a fila,
cu fìle spenéte attorne attorne i c-chéne c’agghjattavene chi dinde addèfore.
con il filo spinato attorno attorno e i cani che abbaiavano con i denti fuori,
Quènne arrevó a destìnazzjône, vedó né masse de scarpe i né masse de cchjéle,
Quando arrivò a destinazione vide una cumulo di scarpe e una cumulo di occhiali
nò putêve mé sepê u purcê de tottè chide scarpe i cchjéle, dòppe, totte ame sèpúte u purcê!
non poteva mai sapere il perché di tutte quelle scarpe e occhiali, dopo tutti abbiamo saputo il perchè !
U tenarne do j-ènne a péne i j-acque i u fèscjavene fadjè totte a scjurnéte ‘nda code chèmbe Stalag III a Bèrline.
Lo tennero due anni a pane e acqua e lo facevano lavorare tutto il giorno nel campo Stalag III a Berlino,
Pe do j-ènne i perinde na’ sèpàrne nodde de jídde,
Per due anni i parenti non seppero niente di lui;
â mèmme Nunzjéte chè javetêve vecìne u passàgge a llevèlle dâ stazzjône,
la mamma Annunziata che abitava vicino al passaggio a livello della stazione,
ogni v-vòlde chè sendêve èchjoderse u passàgge scêve a vedê ce turnêve u fígghje,
ogni volta che sentiva chiudere il passaggio andava a vedere se tornava il figlio,
mè ogni vvòlde turnêve scunzuléte chjangènne allà chése.
ma ogni volta tornava sconsolata e piangendo alla casa.
Dòppe do j-ènne, a settèmbre du 1945,
Dopo due anni, a settembre del 1945.
totte i prigiunire chè stavene ‘nda chide chèmbe fòrne lebbèréte di russe i putàrne turnè alli càsere.
tutti i prigionieri che stavano in quel campo furono liberati dai russi e potettero tornare alle case.
Tènde di chide giuvene muràrne maldescégne, accìse dâ fème, spèréte, i nà turnàrne c-chjê.
Tanti di quei giovani morirono in malo modo, uccisi dalla fame, fucilati, e non tornarono più.
Né nòtte Luègge i Nunzzjéte stavene a ddòrme i sendòrne tuzzè alla pòrte, Luègge gredó: ci ê?
Una notte Luigi e Annunziata stavano a dormire e sentirono bussare alla porta. Luigi gridò: chi è ?
Jàpre papà sò Giacomine!
Apri papà, sono Giacomino.
Ci ê? Gredó arréte Luègge chè nan credêve a i rècchje sê.
Chi è ? Gridò di nuovo Luigi che non credeva alle sue orecchie.
So Giacomine, jàpre â pòrte agghje turnéte!!!
Sono Giacomino, apri la porta, sono tornato !!!
Dòppe manz’ôre totte i perinde stavene ddè a salutè Giacomine c’avère turnéte séne i salve dè chèdè b-brottè uèrre.
Dopo mezz’ora tutti i parenti stavano là a salutare Giacomino che era tornato sano e salvo da quella brutta guerra.
FOTO DI ALCUNI INTERNATI MILITARI DI MONOPOLI RICEVUTE DAI FAMILIARI

CONCLUSIONI DELL’INCONTRO
Gli interventi dei prof.ri Martino Cazzorla e Achille Chillà, appassionati cultori di storia locale, hanno sottolineato la fondamentale e meritoria opera dei testi di Stefano Carbonara, nel recupero della memoria storica della città con l’Opuscolo sugli Internati e nella valorizzazione dei suoi beni storici, architettonici e paesaggistici con la nuova Guida Turistica.
Cosimo Loperfido, infine, ha allietato il pubblico presente declamando la poesia dialettale “Menòple” di Tonio D’Arienzo, proprio in omaggio alla nostra terra e alla nostra gente.
Foto di S. Carbonara, Biblioteca Comunale, Bruna De Marinis e Antonio Livrieri.
Per i libri contattare l’autore stefanocarbonara45@gmail.com cell. 3384591147
MAPPE DI MONOPOLI







































Grazie prof. Stefano Carbonara per avermi invitato ha declamare una poesia dialettale su Monopoli….
Grazie prof. Stefano Carbonara per aver RICORDATO con il suo opuscolo gli “INTERNATI MILITARI ITALIANI DI MONOPOLI 1943-1945… Grazie a tutti i presenti per aver reso possibile questo bellissimo evento…