Nel 1734, con il re Carlo di Borbone anche nel Regno di Napoli viene avviata una politica di riforme, in linea con quanto accade in altri Stati dell’Italia e dell’Europa in età illuministica.
Il segno più tangibile è l’istituzione del Nuovo General Catasto per introdurre un più moderno sistema di tassazione, riducendo le esenzioni feudali e in particolar modo quelle dei beni ecclesiastici. Il catasto è detto onciario, perché per la valutazione dei beni da sottoporre a tassazione viene usata l’oncia, un’antica moneta in uso fino all’epoca dei re aragonesi, quindi non più circolante da alcuni secoli.
In tutto il Regno le Università sono tenute ad una serie di adempimenti funzionali alla realizzazione del suddetto catasto e alla ripartizione dell’imposta, che varia a seconda della tipologia dei possessori di beni.
Questi sono distinti in diverse classi: cittadini, vedove e vergini; chiese e luoghi pii del paese; non residenti bonatenenti, ossia possessori di beni, sia laici sia ecclesiastici; chiese e luoghi pii forestieri.
Fatta eccezione per Napoli e i suoi casali, esenti dalla tassa catastale, le Università devono eleggere deputati ed estimatori incaricati della redazione degli atti preliminari al catasto e dell’apprezzo, ossia della valutazione dei beni.
Coloro i quali possiedono beni in una data località sono tenuti alla redazione della rivela, una dichiarazione nella quale, oltre a riportare tutti i componenti della famiglia con le relative professioni, indicano i redditi e gli eventuali pesi deducibili ai fini del calcolo della base imponibile.
Al termine della raccolta delle rivele, sostituite da valutazioni dei deputati ed estimatori in caso di mancata dichiarazione, viene compilato il registro del catasto, nel quale è riportato il calcolo della tassa a carico di ciascun nucleo familiare.
L’11 ottobre 1741 don Giovanni Taveri, sindaco di Monopoli, convoca il General Parlamento al fine di stimare il peso di questa Università di Monopoli da pagare alla Regia Corte e assicurare che questo peso sia con uguaglianza ripartito, in modo che il povero venghi a pagare secondo le sue forze ed il ricco
paghi in proporzione dei suoi averi, perché questa università sia meno angustiata dai Commissari esattori e dalle loro vessazioni.
Per assistere alla importante riunione, nella gran sala del Consiglio prendono posto i cittadini in base al loro rango: i nobili del primo ceto sugli scanni a loro destinati, i dottori, i notai, i benestanti del secondo ceto sulle panche, i popolani del ceto inferiore in piedi, oltre le transenne.
Funge da segretario il notaio Bardi, sono presenti don Nicola Maria Caracciolo, regio governatore,
gli eletti Francesco Palmieri, Alessandro Mariani e Donato Antonio Magno, i decurioni della prima piazza
Francesco e Giuseppe Affatati, Saverio Romanelli, Giuseppe e Felice Manfredi, Nicola Francesco e Giammatteo Indelli, i decurioni del ceto civile Paolo Domenico Accinno, Giulio Cesare Palmitessa, Francesco Paolo La Ghezza, Fran cesco Mariani, Benedettoantonio Palmitessa.
Sono assenti Giammichele Ammazzalorsa, Saverio La Porta, Giacomo Sante Valente, Francesco Calefati e il
sindaco Taveri.
Tra i decurioni, in base alle istruzioni regie, sono eletti sei deputati, due del primo ceto, due del medio
e due dell’inferiore, timorati di Dio, non inquisiti, con pratica degli affari e conoscenza dei luoghi e dei
beni immobili, che hanno il compito di verificare le rivele.
Sono eletti inoltre quattro estimatori periti, due paesani e due forestieri: Angelo Marco Saladino e Natale Pepe, monopolitani, Vito Mallardo e Giovanni Antonio Chiarella, forestieri.
Per l’incarico di scribente viene nominato il notaio Francesco Paolo Troisi. I lavori per l’accertamento dei
beni, per le difficoltà incontrate, la reticenza dei proprietari, la superbia dei nobili, l‘ignavia della gente, durano oltre dieci anni e si concludono nel 1754, con la pubblicazione degli atti del Catasto Generale della fidelissima città di Monopoli, diviso in cinque volumi. In essi sono indicati i nuclei familiari, il numero dei
componenti, il rapporto di parentela con il capo famiglia, la loro età, l’attività lavorativa, lo stato di salute.
Per i nobili sono indicati anche i componenti della servitù, delle donne viene registrata la dote. Dei terreni censiti, poiché il catasto onciario non si avvale ancora della struttura geometrico-particellare, che pure proprio in quegli anni è adottata nell’importante catasto di Maria Teresa d’Austria in Lombardia, sono indicati i nomi locali dei singoli appezzamenti, la contrada, i confini, l’estensione.
È descritta la tipologia delle colture, delle costruzioni rurali come masserie, torri, case, casucce, chiese, cortili, trappeti, pozzi o foggia d’acqua, grottoni, iazzili, giardini. La misura dei terreni è in tumulata, detta poi tomolo, corrispondente ad ettari 0,85. Il tomolo si divide in due mezzetti, ciascun mezzetto in quattro stoppelli.
A Monopoli, per la parte della marina, compresa l’area urbana, è adottata una diversa misura del tomolo locale pari a 0,63 ettari.
Il catasto fornisce informazioni anche sui fabbricati urbani, passando dalle case palaziate dei nobili, ai soprani, ai sottani abitati dai popolari, ai magazzini, alle botteghe. Una volta accertato il valore imponibile dei beni, l’imposta è espressa in ducati.
Nel 1773 il canonico Alessandro Nardelli, nella sua opera La Minopoli, così descrive la città:
Nella bella graziosa ed amena riviera dell’Adriatico nella Peucezia, oggi Terra di Bari, gode il piacevole suo sito Monopoli.
Essa è posta, parte dentro a mare, e parte sopra il lido, sicché sembra una penisola.
Nella punta del lido vien difesa da un ben guarnito Castello.
Il suo Popolo ha valenti e prodi naviganti, laboriosi pescatori, accorti mercadanti, diligenti coloni, savi Giureconsulti, sottili scienziati, spiritosi Guerrieri, incliti medici e supremi eruditi. Tiene diversi porti, ma non troppo sicuri.
L’adornano vaghi, e deliziosi giardini di ogni sorta di frutta e specialmente di aranci, di cedri, di limoni, di pomi che diconsi di Adamo, e di ogni altro agrume di tale abbondanza che ne provvede a tutti i vicini. È ricca di orti; ed il foro olitorio, o sia Piazza delle Erbe, in ogni stagione abbonda di tutte le verdure. Il suo territorio olivato comincia da quello di Polignano, e si estende fin quello di Ostuni per ventiquattro miglia e sino ai monti più di quattro miglia.
E quando è copiosa la raccolta, giunge fino a quaranta mila salme di olio e ne provvede non meno il Regno che tutta l’Europa. Viene anche circondata da monti, che le fanno una speciosa corona.
E sopra i monti si estende una vasta e smisurata selva, che contiene assai ampio territorio di terre seminative. Qual selva confina con Mottola, Taranto, Martina ed Ostuni. Fa l’Annona frumentaria, sicché di lei può dirsi Cerere vi piantò le spighe.
Abbonda di vino, perché le vigne sono senza numero e deliziose: dove per la sua amenità si ammirano fabbricati e grati casini, oltre le case rusticali ovunque disperse.
Quivi per tutto l’Autunno gode ogni persona il suo dolce diporto ed in questa stagione la patria spopolata si vede; a qual motivo ogni villa fa pompa de’ suoi giardini con piante di nuova invenzione e varietà di frutta. Molto è a cuore ai Cittadini codesta villeggiatura autunnale.
Monopoli è cinta da forti mura, le quali al di fuori sono difese da profonde fossate, e guarnita viene da quattordici Baluardi. Si osservano oggi tre Porte. Una conduce alla via di Bari e chiamasi Porta Nuova, e prima Porta Concilii, perché si radunava il magistrato. La seconda Porta Vecchia che guida per la via della distrutta Egnazia. La terza Porta del Porto bagnata dal mare.
I suoi cittadini sono di spiritoso ingegno, adorni di virtù, ad ogni cosa abili ed idonei; la loro principale indole è di ben accogliere i forestieri, ed essere di animo generoso.
Se si esclude il riferimento ai porti insicuri (problema che si trascina per secoli), è tutto un trionfo di agrumi, ulivi, spighe di grano, grappoli d’uva, dolcezze dei giardini nell’amata villeggiatura autunnale.
Anche accantonando la visione idilliaca del Nardelli, si può certo dire che a fine Settecento Monopoli è il comune di Terra di Bari con la più elevata rendita imponibile sui terreni.
Per spiegare questo primato è da tenere in conto l’opera di valorizzazione e trasformazione delle culture realizzata dai contadini destinatari di contratti che si avvicinano all’enfiteusi, almeno per quanto riguarda gli obblighi di apportare migliorie.
Anche i monasteri, nel corso del ‘700, frammentano i loro possedimenti in piccoli lotti, che vengono assegnati a lavoratori della terra, perché li coltivino e li migliorino, con il pagamento di un censo.
Se si considera, però, il rapporto tra rendita e superficie, il quadro risulta in parte diverso. Un ettaro di terreno coltivato a Monopoli comporta una rendita di 7 ducati, a fronte dei 18 di Molfetta e dei 20 di Bari.
Questa disparità è attribuibile al carattere estensivo dell’agricoltura che perdura, senza innovazioni e ammodernamenti. Lo stesso impianto a maglie larghe degli uliveti è parte integrante di un sistema che fa leva sulla vastità delle superfici messe a coltura e sullo sfruttamento della manodopera, piuttosto che sul miglioramento dei livelli produttivi e della commercializzazione.
Ciò vale anche per l’attività manifatturiera. Nel ‘700 a Monopoli si lavora il cotone con ben 300 telai e 4.000 filatrici domestiche e con produzioni di tele, merletti, veli. Inutile, però, cercare i segni di un decollo verso modelli propriamente industriali; al contrario anche in questo campo, come in quello agricolo, si riscontrano precisi limiti.
A livello locale manca l’intraprendenza nella commercializzazione e alla stessa coltivazione del cotone e, a volte del lino, si attribuisce un ruolo sussidiario, per garantire la rotazione in preparazione alla semina dei cereali. Ci si accontenta di varietà di semi non proprio pregiate, che spesso sono piantate in promiscuità con l’ulivo.
Anche nel settore primario dell’economia locale, quello della produzione olivicola e della trasformazione delle olive, si registrano inadeguatezze.
Per quanto riguarda la raccolta permane l’antico metodo di lasciar cadere naturalmente le olive e raccoglierle dopo che si sono accumulate al suolo. Ciò comporta il deterioramento dei frutti con conseguenze sulla qualità dell’olio ricavato, venduto prevalentemente come prodotto non commestibile per la fabbricazione del sapone di Marsiglia, per la lavorazione della lana in Inghilterra, come combustibile per illuminazione (olio lampante).
I sistemi di trasformazione delle olive sono quelli tradizionali, con frantoi in maggior parte ipogei, poco salubri, in cui le olive permangono a lungo prima di essere triturate con macine di pietra e impiego dei torchi alla calabrese.
Le fabbriche di sapone che vengono impiantate in loco non riescono ad essere competitive sul mercato, anzi i loro prodotti spesso sono inviati in Francia perché vengano completate le operazioni di raffinazione e poi reimportati.







