Giovanni XXIII sessant’anni fa presentava la sua enciclica Pacem in terris con queste parole: «La pace: prima di essere equilibrio di forze esterne, essa è dono divino, pegno dell’amore di Cristo».
Il pontefice, proveniente dal bergamasco, senza mezzi termini condannava il ricorso alle armi come mezzo per risolvere qualsiasi controversia. Immaginava una vita di pace e non solo come assenza di guerra.
Ma come un traguardo.
Un processo educativo, spirituale, politico ed economico senza limiti di tempo. Papa Francesco negli ultimi tempi ha citato l’enciclica giovannea, decretandola come tragicamente attuale: «Oggi come allora il mondo è sull’orlo del precipizio di un conflitto nucleare. Siamo nella tentazione di usare armi in grado di distruggere popoli e territori».
«Il merito dell’enciclica è quello di aver introdotto definitivamente nel magistero il superamento della teoria della “guerra giusta”», conclude il documento della Conferenza Episcopale Italiana.
Lo stesso concetto molte volte espresso dallo stesso Papa Francesco: «Di fronte al pericolo di autodistruggersi, l’umanità comprenda che è giunto il momento di abolire la guerra, di cancellarla dalla storia dell’uomo prima che sia lei a cancellare l’uomo dalla storia». Va ancora oltre e si avventura nella spiegazione di un altro problema. Si chiede: «Stato di emergenza per i migranti? Dobbiamo essere seri. Come si fa a cacciare e far morire nel Mediterraneo chi va in cerca della propria felicità»?
Tutti gli esseri viventi, uomini, donne e i bambini vanno alla ricerca di una vita migliore.
Il card. Matteo Maria Zuppi, di fronte alle restrizioni imminenti alla “protezione speciale”, volute dalla Meloni, ha consigliato «di fare bene quella normale».
Mons. Giancarlo Perego, direttore di Migrantes (Cei), «deluso e amareggiato» continua a sollecitare: «Servono politiche umane sull’immigrazione. È diventato urgente sistematizzare le vie legali di ingresso» e sottolinea che «il sistema di accoglienza in Italia ha bisogno di essere rafforzato».
Sul quotidiano Avvenire Maurizio Ambrosini è lapidario: «Definire come emergenza l’arrivo di persone dal mare in cerca di asilo, un fenomeno che con alti e bassi si ripete da anni, è la certificazione del fallimento nel governare questo tipo di flussi,insieme al rilancio di una visione patologica della mobilità umana dal Sud al Nord del mondo».
Antonio Losito







