
Forte Bavetta è il luogo scelto dai nazisti, dove quotidianamente venivano eseguite le fucilazioni.
Tutte condanne a morte di partigiani, arrestati, durante i mesi dell’occupazione nazista, con la complicità, talvolta molto determinante, dei fascisti italiani.
Questi, poi, festeggiavano in privato l’avvenuta delazione e la successiva esecuzione.
In quel giorno, in quel posto, anche don Giuseppe Morosini, parroco e partigiano fu fucilato.
Era stato arrestato il gennaio del 1944 dalla Gestapo, dopo una denuncia di un delatore fascista, un tale Dante Bruna, che ebbe in cambio lire settanta mila. Una bella somma per i tempi di allora.
Fu torturato.
Mantenne un contegno orgoglioso.
Condannato a morte e chiuso a “Regina Coeli”.
In attesa della fucilazione sosteneva i compagni di carcere, soprattutto gli ebrei. Il giorno dell’esecuzione i tedeschi trasferirono il valoroso prete a Forte Bavetta.
Fu fucilato dalla Polizia Africa Italia, detta PAI. Al momento della fucilazione e precisamente all’ordine: «Fuoco!», dieci, dei dodici componenti il plotone, spararono in aria. Ferito dai due colpi, Don Giuseppe Morosini fu ucciso dall’ufficiale fascista, che comandava l’esecuzione, con due colpi alla nuca.
Era nato in provincia di Frosinone, a Ferentino.
Nel 1937 fu ordinato sacerdote.
Nel 1941 cappellano militare del quarto Reggimento di Artiglieria, con destinazione Laurana.
Nel 1943 tornò a Roma.
Dopo l’8 settembre entrò nelle file della Resistenza. Era collegato alla banda “Mosconi”, che operava nei pressi di Monte Mario.
Fu assistente spirituale. Si adoperò incessantemente per procurare vettovagliamenti e, soprattutto, ottenere informazioni. Da un ufficiale della Wehrmacht, ebbe addirittura una copia del piano operativo delle forze tedesche schierate sul fronte di Cassino. Trasmise tutto agli Alleati.







