
Un uomo giovanissimo, dopo la condanna, ha trascorso vent’anni nel braccio della morte.
La notte de 19 maggio scorso è stato giustiziato.
Poco prima ha drammaticamente letto le sue belle e ultime parole: «Vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato in questi anni per l’affetto dato e ricevuto. Sono come il cielo. L’amicizia e l’amore sono un piatto pieno di nutrimento per l’anima. Spero di lasciare a tutti ricordi belli, felicità e nessuna tristezza».

È stato perdonato dalla famiglia della sua vittima, Berthena Bryant e oltre centottantamila persone hanno inoltrato richiesta di clemenza a Greg Abbot, governatore del Texas.
Con l’intento di commutare la condanna a morte in ergastolo. Altre migliaia di persone, in varie città degli Stati Uniti, avevano chiesto che gli fosse risparmiata la vita.
Egli stesso aveva rivolto un ultimo appello al governatore del Texas, per chiedergli che gli fosse data una seconda possibilità.
Con occhi pieni di lacrime, ma con voce ferma: «Non sono più la stessa persona che vent’anni fa ha ucciso, sono diventato un uomo nel braccio della morte», ha pronunciato queste parole con lo sguardo sereno di chi, in caso di clemenza, è pronto e disposto «a continuare a vivere per migliorarmi».
Un ragazzo sbandato, ormai diventato buono, completamente cambiato. Una persona che con mitezza chiede solo di continuare a vivere.
Un uomo in cerca di perdono.
Invece è prevalsa la logica della morte. Non c’è stato perdono. Senza perdono non c’è giustizia.
È necessario rivolgersi a tutte quelle parti del mondo, dove vige ancora la pena di morte, per rinnovare l’impegno a combattere contro quel tipo di condanna e contro ogni forma di violenza.
C’è tanto odio da estirpare. È necessario curare ed educare con la comprensione e con il perdono.
Tanta è la strada da fare.







