Uno dei primi e più tenaci oppositori del regime di Mussolini è il liberale Piero Gobetti.
All’età di 21 anni, nell’articolo del 23 novembre 1922 con il titolo “Elogio della ghigliottina”, mette in risalto i pericoli del fascismo per l’Italia.
Il fascismo è come l’autobiografia della nazione, sintesi di tutti i vizi degli italiani.
Nel conformismo e nel rifiuto della lotta politica ci sono i caratteri più profondi dell’indole di un popolo che si ostina a non crescere, incapace di difendere la propria libertà.
Il fascismo è una catastrofe perché è una indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità.
E’ indispensabile che la maggioranza degli italiani recuperi il valore della intransigenza morale, per riavviare in Italia una lotta politica, anche a costo del sacrificio personale.
Un monito che vale, forse, ancora di più oggi, a 100 anni da quei giorni.
Specie dopo i fatti dell’assalto alla CGIL, i raduni di Forza Nuova e gruppi affiliati, i silenzi di alcuni leader del centro destra e le loro alleanze con noti esponenti europei di chiara marca illiberale, la tiepidezza di diversi democratici.
“ELOGIO DELLA GHIGLIOTTINA”
Il fascismo vuole guarire gli italiani dalla lotta politica, giungere a un punto in cui, fatto l’appello nominale dei cittadini, tutti abbiano dichiarato di credere alla patria, come se nel professare delle convinzioni si limitasse tutta la prassi sociale.
L’attualismo (la filosofia di Giovanni Gentile), il garibaldinismo, il fascismo sono espedienti attraverso cui l’inguaribile fiducia ottimistica dell’infanzia ama contemplare il mondo semplificato, secondo le proprie bambinesche misure.
La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né la fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti.
Il chiamarci di volta in volta con un nome piuttosto che con un altro non è dunque una questione di stile, ma appena un modo di eludere le persecuzioni e di farci sopportare.
Se dovessimo salire davvero in cattedra saremmo dei ben strani predicatori, e chissà chi potrebbe capire le nostre pazze intenzioni.
Ossia il nostro antifascismo non è l’adesione ad un’ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo dirlo fisiologicamente innato.
Se il nuovo si può riportare utilmente a schemi e ad approssimazioni antichi, il nostro vorrebbe essere un pessimismo sul serio, un pessimismo da Vecchio Testamento senza palingenesi, non il pessimismo vile e letterario dei cristiani che si potrebbe definire la delusione di un ottimista.
Amici miei, la lotta tra serietà e dannunzianesimo è antica e senza rimedio.
Bisogna diffidare delle conversioni e credere più alla storia che al progresso, concepire il nostro lavoro come un esercizio spirituale, che ha la sua necessità in sé, non nel suo divulgarsi.
C’è un solo valore incrollabile al mondo: l’intransigenza e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti.
Temiamo che pochi siano così coraggiosamente cinici da sospettare che da queste metafisiche si possa giungere al problema politico.
Ma la nostra ingenuità è più esperta di talune corruzioni e in certe teorie autobiografiche ha già sottinteso maliziosamente un insolente realismo politico obbiettivo.
Noi vediamo diffondersi con preoccupazione una paura dell’imprevisto che seguiteremo a indicare come provinciale per prevenire gravi allarmi.
Ma di certi difetti sostanziali anche in un popolo “nipote” di Macchiavelli non sapremmo capitarci se venisse l’ora dei conti.
Il fascismo in Italia è una catastrofe, è una indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo.
Si può ragionare del Ministero Mussolini, come di un fatto di ordinaria amministrazione.
Ma il fascismo è stato qualcosa di più: è stato l’autobiografia della nazione.
Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco.
Confessiamo di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre 1920 e pubblicammo nel febbraio scorso “La Rivoluzione Liberale” con un senso di gioia, per salutare auguralmente una lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa, pur nasceva.
In Italia c’era della gente che si faceva ammazzare per un’idea, per un interesse, per una malattia di retorica!
Ma già scorgevamo i segni della stanchezza, i sospiri alla pace.
E’ difficile capire che la vita è tragica, che il suicidio è una pratica quotidiana che una misura di eccezione.
In Italia non ci sono proletari e borghesi: ci sono soltanto classi medie.
Lo sapevamo: e se non lo avessimo saputo ce lo avrebbe insegnato Giolitti.
Mussolini non è dunque nulla di nuovo: ma con Mussolini ci si offre la prova sperimentale dell’unanimità, ci si attesta l’inesistenza di minoranze eroiche, la fine provvisoria delle eresie.
A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio.
Noi pensiamo anche a ciò che non si vede: ma se ci si attenesse a quello che si vede bisognerebbe confessare che la guerra è stata invano.
Né Mussolini, né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi.
E’ doloroso che chi lavora da anni dover pensare con nostalgia all’illuminismo libertario e alle congiure.
Eppure, siamo sinceri fino in fondo, io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché alle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso.
C’è stato in noi, nel nostro opporsi cieco, qualcosa di donchischiottesco!
Ma nessuno ha riso perché ci si sentiva una disperata religiosità.
Non possiamo illuderci di aver salvato la lotta politica: ne abbiamo custodito il simbolo.
E bisogna sperare( ahimè con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni fino in fondo.
Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenere tutti i frutti; chiediamo le frustrate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro.







