Il primo progetto dell’ingegnere Sorino
La vicenda della costruzione della nuova città all’esterno delle mura è lunga e piena di ostacoli.
Nel 1788 la vecchia città entro le mura, con 16.000 abitanti su una superficie di circa 16 ettari, è sovraffollata. Si impone la necessità di ingrandirla.
Il 19 dicembre 1788, dopo la petizione presentata dall’Università di Monopoli, Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, concede di poter edificare un nuovo Borgo accosto alle mura, di doversi obbligare li possessori dei terreni necessari a vendere o censire a beneficio dell’Università al giusto prezzo, da periti creduto equo.
Nel 1793, facendo seguito ai numerosi ricorsi presentati dai proprietari dei terreni, l’Università affida l’incarico del disegno del nuovo Borgo e l’apprezzo per la vendita all’ingegnere Francesco Sorino della Regia Corte di Monopoli, che consegna il lavoro nel febbraio 1794. Il progetto prevede al di là delle mura una piazza circolare, intorno alla quale sono disposti a corona i nuovi edifici.
La Regia Camera di Napoli boccia sia la pianta, per la mancanza delle superfici e dei nomi dei proprietari, sia i criteri di valutazione, da 300 a 400 ducati al tomolo.
L’ ingegnere Sorino redige una nuova pianta delimitando esattamente il perimetro del nuovo Borgo, corrispondente a 36 partite di terreni, di cui 26 ortalizi, 3 giardini, 6 seminativi, 1 sterile, con valori per tomolo da 200 a 600 ducati, per un totale di 18.303 ducati.
I proprietari sono 21, in gran parte enti ecclesiastici come i Padri Domenicani della Missione, Monte Is plues, Capitolo Cattedrale, Monache di S. Leonardo e di S. Giuseppe e Anna, Commenda Gerosolimitana di S. Giovanni, Seminario Vescovile, Parrocchie di S. Salvatore e di S. Maria Amalfitana, Padri Celestini. Fra i privati: Natale e Nicola Formica, famiglie Ghezza, Carbonelli, Accinni, Rota e Galderisi.
Si intende adottare l’esproprio generalizzato, negando ai proprietari la facoltà di opporsi.
Nel settembre 1794 la Regia Camera dispone di procedere all’imputazione in contumacia contro i possessori che non si presentino e di chiedere il parere all’avvocato dell’Università, Domenico Morgigno, che valuta non profittevole l’acquisto da parte dell’Università, mentre si esprime favorevolmente alla vendita ai privati dei terreni, per permettersi a ciascun cittadino di comprare o censire il terreno necessario per la fabbrica a costruire.
Il regio decreto del marzo 1795 dispone di rivolgere direttamente ai cittadini la grazia di comprare o censire come loro tornerà conto per fabbricare, alle condizioni di prezzo stabilite dall’ingegnere Sorino.
In pratica si decide di rinunciare all’acquisto da parte dell’Università e di demandare ai privati l’acquisto dei terreni e la costruzione dei nuovi fabbricati, secondo le piante dello stesso Sorino.
Il secondo progetto dell’ingegnere De Simone e le opposizioni dei proprietari.
Il Commissario del Regio Patrimonio, Giuseppe Gargano, affida l’esame delle piante all’architetto Antonio De Simone della Regia Camera di Napoli, che accerta diverse irregolarità, in quanto vi erano molti dissordini e le fabbriche sarebbero venute del tutto irregolari e avrebbero prodotto sconcerti.
A lui viene dato l’incarico di eseguire un nuovo progetto del Borgo fuori le mura.
De Simone accantona la pianta circolare del Sorino e si ispira alle linee guida del neoclassicismo: prevede una grande piazza centrale di forma quadrata, edifici a due piani con grandi portici lungo i quattro lati, due piazzette minori, una a sud e l’altra a nord, intorno un nuovo abitato di 82 isole disposte su un reticolo ortogonale di strade.

Una grande scacchiera razionale, ordinata e funzionale, di 31 tomoli e mezzo (20 ettari circa, considerando la misura del tomolo di marina pari a 0,63 ettari) con una piazza centrale, di m. 155,75 sul lato maggiore, m. 139,40 sul lato minore e con una superficie di mq. 21.712, che ne fanno la più grande di Puglia e tra le più grandi d’Italia ( il dato della superficie di mq.18.000 riportato nella scheda del sito del Comune è errato, per cui è necessaria una correzione).
Anche la realizzazione della villa dei Martinelli (poi Meo Evoli) in contrada Cozzana, terminata nel 1792, costituisce una forte spinta alla progettazione di una nuova edilizia di stile neoclassico nella costruzione della città oltre le mura, assecondata dalla presenza nel governo cittadino da esponenti della stessa famiglia, presenti nel governo cittadino.
Il 14 gennaio 1796 viene firmato il decreto reale del nuovo borgo extra moenia, dal quale i cittadini di Monopoli sono autorizzati a costruire il Sobborgo, eseguendo la Pianta del magnifico ingegnere Antonio De Simone, mentre i padroni dei terreni sono tenuti a venderli ai cittadini al prezzo stabilito dall’ingegnere locale Francesco Sorino. Il controllo delle procedure viene affidato al rappresentante regio Raffaele Andriani.
La realizzazione del progetto si avvia in maniera incerta, con riluttanza al rispetto delle regole, anche per il susseguirsi dei molti rivolgimenti politici intervenuti nel Regno di Napoli.
Ai tempi della Repubblica Partenopea, nel 1799, c’è chi si presenta in Comune coll’armi alla mano, per ottenere le deroghe agli allineamenti previsti dal De Simone.
Nel 1803, quando i Borbone si sono ripresi Napoli, ma di lì a tre anni cederanno ai Francesi, il regio portolano di Monopoli invia 7 mandati di comparizione a cittadini che hanno occupato il suolo pubblico a loro piacimento.
L’inizio della costruzione del nuovo sobborgo durante il Regno di Murat e l’abbattimento parziale delle mura
È verso la fine del decennio francese che la costruzione del nuovo Borgo decolla per proseguire durante la Restaurazione.

Risale a questi anni il restauro di un vecchio palazzo settecentesco in via Orazio Comes, con veduta sul porto vecchio, ad opera dei Martinelli, da cui prende il nome.
Il 1825 è un anno cruciale per il problema della cinta muraria collegata al nuovo borgo.
L’ingegnere Francesco Sorino e il deputato alle opere pubbliche Vito Martinelli propongono la costruzione di rampe alberate di raccordo, con demolizione parziale delle mura. La Deputazione del Borgo, una commissione ad hoc, è di parere contrario.
Nella seduta del 15 luglio 1827, sotto la presidenza del sindaco dott. Giovanni Carbonelli, il Decurionato, considerato che il piano delle rampe non ha trovato attuazione per difetto di mezzi e che alla Comune non porterebbe comunque né utili né autentici abbellimenti, delibera che le mura siano abbattute a spese dei privati cittadini intenzionati a costruire, i quali dovranno in aggiunta colmare il fossato e pagare il prezzo anche del suolo necessario a costruire una strada di 40 palmi, che correrà lungo il vecchio abitato (strada Fontanelle, poi via Vasco, e via S.Vincenzo). In cambio potranno utilizzare per le nuove costruzioni il materiale ricavato dall’abbattimento.
Nel giro di alcuni anni la distruzione delle vecchie mura è massiccia e definitiva, privando così la città di una parte importante della sua storia e della sua cultura.
Intanto l’ingegnere Francesco Sorino dirige i lavori per la ristrutturazione della piazza dei Commestibili (dal 1865 piazza Garibaldi). Vengono aperti cinque archi nella facciata della Caserma spagnola, che fungono da cerniera tra la piazza e il mare, si realizzano le botteghe per i macellai e una piazza coverta.
Su di essa, negli anni ’40, su progetto dell’ing. Vito Tedeschi, viene costruito il Teatro Rendella, al quale si accede tramite la scalinata dell’attiguo Palazzo Comunale, a conferma delle molteplici valenze della Piazza, che coniuga la funzione mercantile con quella amministrativa e culturale.
Fra il 1827 e il 1832 si sviluppa la costruzione dei fabbricati lungo i lati della Piazza, secondo il progetto dell’ingegnere Antonio De Simone, con la disciplina delle norme deliberate dal Decurionato, lasciando cadere l’obbligo di realizzare i Porticati, risultati molto costosi.
Le ferree decisioni del giovane sindaco Barone Ghezzi per il rispetto delle regole.
Ferreo custode dell’osservanza delle regole si rivela il giovane sindaco Barone Tommaso Ghezzi Petraroli, che non esita a far demolire una casa costruita dal cav. Affatati, perché non conforme agli allineamenti.
Il sindaco riconduce all’ordine an che i Signori della Missione, i Padri insediati nel Convento di S. Domenico, per niente inclini a rispettare la regolarità geometrica del piano De Simone.
Così, quasi sessant’anni dopo, l’ingegnere Sebastiano Losavio può progettare un giardino pubblico nell’ortalizio del Convento (attuale Piazza XX Settembre), mentre all’ingegnere Alvise Collavitti sono affidati i lavori di ristrutturazione.
Tornando al sindaco Ghezzi, il Decurionato da lui presieduto (seduta del 4 maggio 1828), delibera che i proprietari siano obbligati a costruire le cloache entro 4 mesi, con una multa di 12 ducati per i trasgressori. Si stabilisce anche che i lavori di costruzione dei piani inferiori debbano essere terminati entro 6 mesi, quelli dei piani superiori entro 2 anni.
Nella seduta dell’11 novembre 1830, viene aumentato il prezzo dei terreni destinati alla costruzione del nuovo borgo, fissato in 600 ducati al tomolo.
Il 6 febbraio 1832 il Decreto Regio di Ferdinando II autorizza ad acquistare i suoli, ingrandendo il perimetro del nuovo borgo in virtù del sensibile aumento della popolazione.
Così caddero le antiche bastionate e mura di cinta e sopra e intorno ad esse è surta in mezzo secolo una seconda Monopoli più estesa della vetusta, con case ben arieggiate, fiancheggiate quasi tutte da giardini di agrumi con vaste piazze e larghe e diritte strade.

I problemi idraulici e le sistemazioni dei torrenti Ferraricchio e S. Donato
Non mancano i problemi legati al deflusso delle acque lungo le due lame che interessano il nuovo abitato e ne hanno segnato lo sviluppo: Lama Belvedere e Lama S. Donato.
La prima passava a nord del vecchio abitato medievale con sbocco al mare a Cala Curatori, la seconda più a sud con sbocco a Cala Porto Vecchio.
A metà Ottocento la lama Belvedere ospita il letto del torrente Ferraricchio, la lama S. Donato quello dell’omonimo torrente.
Nel 1875, quando gran parte della nuova città è stata costruita, entrambi i canali sono scoperti, facili
all’esondazione delle acque scorrenti.
Alcuni ponti dislocati in corrispondenza delle strade ne permettono l’attraversamento. Nell’alveo dei torrenti ristagnano le acque piovane, la presenza di sostanze organiche produce cattivi odori.
Per risolvere questi inconvenienti l’Amministrazione Comunale, presieduta dal sindaco Raffaele Sanvito,
affida all’ing. Alvise Collavitti la redazione di un progetto per la deviazione del torrente Ferraricchio e una
sua parziale copertura. I lavori, conclusi nel 1877, risolvono in parte i problemi.
Le alluvioni frequenti, come quelle eccezionali del 1894 e del 1896, quando l’acqua raggiunge l’altare della chiesa di S. Francesco, mettono però in serio pericolo la vita degli abitanti.

Il 17 dicembre 1903 il Consiglio Comunale, con richiesta firmata dal sindaco Giovanni Turchiarulo, chiede al Ministero dei Lavori Pubblici un progetto di sistemazione dei torrenti S. Donato e Ferraricchio, in modo che le loro acque possano defluire in sicurezza al mare, a nord del porto, oltre la diga Tramontana in costruzione.
Il 14 settembre 1910 viene consegnato il progetto che prevede la deviazione del torrente S. Donato nel torrente Ferraricchio attraverso un canale di 256 metri.
Per il torrente Ferraricchio si predispone uno sbocco a mare nella zona nord, fuori dal porto, al termine di un nuovo alveo di cui 505 metri in galleria sotto la nuova città e 397 metri in trincea.
Dai libri di Stefano Carbonara, storico e scrittore.







