Qual è la ragione per cui in passato molti dirigenti politici, che si sono avvicendati nella direzione del nostro Paese, sono riusciti a fare delle riforme fondamentali e tuttora durature? C’erano personaggi di rilievo, una vera classe politica, proveniente dalla Democrazia Cristiane e dal Partito Comunista Italiano, certamente colta e preparata. Posizionati diversamente. Al governo e all’opposizione. Piaccia o no.
Si notava, ed era palpabile, competenza e passione per le sorti dell’Italia.

L’irrompere, nel 1994, sulla scena di un personaggio nuovo come Silvio Berlusconi, in un colpo solo ha spazzato via il concetto della penetrazione nei problemi. Nessuna competenza vissuta. Né virtù. Ha rappresentato soltanto l’avvento del populismo assoluto. Di cui è stato il padre?
Con la sua presenza e con le sue televisioni ha fatto diventare la politica una sottocultura, tipica del bar dello sport, banale e superficiale. E adesso non riusciamo a tirarci fuori. Né siamo capaci di volare alto. Siamo circondati da politici improvvisati.
Un outsider, Romano Prodi, fu capace di capovolgere questa prospettiva. Vinse due volte contro Berlusconi, battendolo alle urne. Fu successivamente, però, messo fuori gioco da un ineffabile egocentrico.
Mario Monti e Mario Draghi, negli ultimi due decenni, nominati Presidenti del Consiglio dei Ministri come tecnici sono riusciti entrambi nell’impresa. Hanno messo da parte il populismo, che, con il riapparire dei governi cosiddetti politici, si rigenera automaticamente e determina il fallimento dell’azione politica.
In Italia la classe dirigente arranca e la società nel suo complesso, solitamente, mostra di possedere una marcia in più. È più avanti. Nel caso nostro, questa volta Giorgia Meloni con il suo governo mette in evidenza questo fondamentale aspetto. La differenza è insanabile.
Dopo le votazioni del 25 settembre scorso, Draghi ha lasciato la Presidenza del Consiglio.
Nei venti mesi di permanenza a Palazzo Chigi ha dovuto affrontare l’epidemia del Covid-19 ed è stato il fautore della ripartenza dell’economia del nostro Paese. In più, con la guerra di Putin contro l’Ucraina, ha subìto un evento internazionale imprevisto. Ha stravolto i suoi piani ed è stato costretto a un impegno costante e continuo nel cammino, talvolta pieno di ostacoli, della compagine europea, sostenendo una navigazione di assoluta tranquillità.
E nei giorni immediatamente precedenti il termine del suo incarico, è riuscito a imprimere un fondamentale tassello al tetto del prezzo europeo dell’energia. E non solo, perché aveva in animo di affrontare, insistere e affermare con precisione qualcosa che aprisse la strada all’attuazione di un piano per i diritti.
Per Giorgia Meloni il problema più rilevante è il non avere al suo fianco personalità di rilievo e di spessore.
Si è circondata di nostalgici tramontati e vecchi. Questi, infatti, sono taluni ministri del suo governo, non solo politicamente arretrati, ma soprattutto incompetenti. Fa eccezione il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, l’unico ben noto oltre i nostri confini.
Adesso la Presidente del Consiglio dei Ministri ha indicato, nella presentazione del suo governo, sia alla Camera dei Deputati che al Senato, una strada più moderata e centrista, rispetto alle sue vibranti esclamazione urlate nella piazza di Vox.
Ha cercato, senza speranza alcuna, di avvicinare e contattare autorevoli tecnici. Ma ha ricevuto in risposta porte decisamente chiuse, ripiegando in altre direzioni e ha soddisfatto le richieste di alcuni “amici” di Putin.
Nelle sue intenzioni c’era l’esigenza inderogabile di creare un governo formato da personalità migliori. Ha dovuto invece accontentarsi di quello che offriva la piazza. Un disastro? Il peggio? La presidente Giorgia Meloni adesso è sola? Da sola riuscirà a trovare le soluzioni?
Non possiamo negarle il merito di aver portato il suo partito al 26%.
Antonio Losito







