
Il compromesso storico è la strategia politica elaborata nel 1973 dal segretario del Pci Enrico Berlinguer e pubblicata in tre articoli sulla rivista “Rinascita”. Si basava sulla convinzione che in Italia le sinistre non potessero governare da sole con una maggioranza risicata, pena il rischio di destabilizzazioni politiche e di manovre antidemocratiche, come era accaduto in Cile con il colpo di stato militare contro il governo di Salvador Allende. Puntava perciò a ricercare un accordo delle tre grandi componenti popolari (comunisti, socialisti e cattolici) e quindi con il partito ritenuto rappresentante delle masse cattoliche (la Dc) per garantire una larga base di consenso a una politica di riforme.
È il seguito della “Svolta di Salerno”, quando Palmiro Togliatti, tornato in Italia l’undici aprile del 1944, educando i quadri del suo partito affermò: «Noi non possiamo accontentarci di criticare o di inveire, e sia pure nel modo più brillante. Noi dobbiamo possedere una soluzione di tutti i problemi nazionali, dobbiamo indicarla al popolo nel momento opportuno e saper dirigere tutto il Paese alla realizzazione di essa. Trasformando in questo modo il nostro partito, siamo convinti di non lavorare solo per noi stessi, ma nell’interesse di tutta l’Italia». Successivamente Togliatti fu Ministro senza portafoglio negli esecutivi Badoglio e Bonomi. Dal 1944 al 1945 ricoprì la carica di Vicepresidente del Consiglio e poi, dal 1945 al 1946, Ministro di Grazia e Giustizia nei governi di coalizione antifascista presieduto da Alcide Gasperi.
«L’11 settembre del 1973 l’esercito cileno, guidato dal Generale Augusto Pinochet, interrompe con un golpe l’esperimento democratico del leader socialista Salvador Allende, impegnato nella costruzione di un governo di forze popolari e socialiste. È l’11 settembre e la voce di Allende risuona alla radio dal palazzo della Moneda e invita il popolo cileno a continuare la battaglia per la democrazia. È il suo ultimo discorso. Muore lo stesso giorno e per il Cile i giorni della dittatura saranno molto lunghi. Dall’altra parte dell’oceano, un mese dopo, il segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer propone “il compromesso storico”. Con tre articoli su “Rinascita” Berlinguer illustra la sua analisi della società italiana, partendo dal colpo di Stato in Cile. Così scrive il 12 ottobre del 1973: “la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”».
«Berlinguer è convinto che l’Italia, come il Cile, sia una democrazia debole, provata dagli scandali e dal terrorismo, dalla crisi economica e da quella che mina la legittimità delle istituzioni. In questo senso spiega chiaramente che il compromesso storico non è una strategia politica di sinistra, ma deriva dalla necessità di costruire una nuova politica democratica. “Noi parliamo non di un’alternativa di sinistra, ma di un’alternativa democratica” scrive Berlinguer su Rinascita. E per questo afferma che la prospettiva di governare l’Italia con un’alleanza dei partiti di sinistra – con i socialisti, i socialdemocratici e i repubblicani – è illusoria, perché non si guida il paese con il 51% dei voti. Per rispondere alle esigenze di rinnovamento e di stabilità occorre allearsi con la DC, con il PSI, e con tutte le altre forze democratiche».
«Alle elezioni politiche del 1976 in molti temono il sorpasso del PCI. Indro Montanelli invita gli italiani “a turarsi il naso” e a votare DC per impedire che l’Italia finisca nelle mani del più forte partito comunista dell’Occidente. Nei fatti, la DC riesce a recuperare le perdite del 1975 e a tornare ai livelli del 1972, il PSI registra una seria sconfitta insieme a tutti i partiti laici, che vengono drasticamente ridimensionati, e il PCI segna un ulteriore passo in avanti rispetto alle amministrative dell’anno precedente. Ormai non è più il partito della sola classe operaia, è un partito interclassista ed è interprete delle esigenze di rinnovamento e di stabilità del paese».
«Gli italiani hanno premiato i grandi partiti. Ma quali sono le soluzioni per formare un governo? Nel nuovo Parlamento non è possibile dare vita ad un governo di centro sinistra: il PSI è in piena crisi e si dichiara indisponibile a proseguire su quella strada, i laici hanno perso le elezioni e non possono garantire un governo stabile. Giulio Andreotti, incaricato di formare il governo, si orienta per la formazione di un monocolore democristiano. Socialdemocratici e repubblicani decidono di assecondare questo tentativo e preannunciano la loro astensione, ma ormai non è più possibile escludere il PCI dalle trattative. In un incontro con Berlinguer, Andreotti chiede formalmente ai comunisti di astenersi, nonostante non facciano parte della maggioranza che sostiene il governo. Il PCI accetta contribuendo alla nascita del “governo delle astensioni”, anche detto il “governo della non sfiducia”. È l’ennesima anomalia del sistema politico italiano. Gli osservatori esteri si chiedono quando finiscano le stranezze italiane, ma si complimentano per la fantasia dimostrata. Il governo nasce con i voti della DC e vive grazie all’astensione dei partiti dell’arco costituzionale».
«A sinistra molti sottolineano che non è questa la ratio del compromesso storico e che il PCI non riuscirà ad ottenere ciò che ha chiesto ai democristiani in cambio della non sfiducia. In realtà, come nota lo storico Giuseppe Mammarella, più che un comune programma di rinnovamento, la DC e il PCI sono impegnati a fronteggiare la crisi politica, istituzionale ed economica del paese. Ma è un’azione quotidiana di contrattazione che compromette sempre di più il PCI agli occhi del suo elettorato. Di fronte alle difficoltà di dare una risposta efficace e persuasiva ai problemi del paese, nei primi mesi del 1977, tra le forze politiche prende corpo l’idea di passare ad una nuova fase fondata su una precisa e chiara intesa programmatica tra i partiti, che superi il governo delle astensioni. Il PCI e il PSI sostengono la formazione di un governo di “solidarietà democratica” con tutti i partiti dell’arco costituzionale. Ma la DC è assolutamente contraria. Solo dopo qualche mese di contrattazione, l’accordo programmatico viene condiviso dal PCI, dal PSI, dal PRI, dal PSDI, dal PLI e dalla stessa DC. Si tratta di un testo scritto dai politici che hanno seguito l’elaborazione dell’accordo per conto dei rispettivi partiti in cui si parla dei problemi dell’ordine pubblico, di politica economica, degli enti locali, della scuola e dell’Università, dell’informazione e della Rai TV».
«In questo quadro, in cui è così difficile dare slancio ad una nuova stagione politica che risponda alle aspettative suscitate dal governo della non sfiducia, il 2 novembre del 1977 Berlinguer pronuncia a Mosca, in occasione delle celebrazioni dell’anniversario della rivoluzione bolscevica, un discorso di fondamentale importanza. In quella occasione il segretario del PCI afferma: “la democrazia è oggi non soltanto il terreno sul quale l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma anche il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista. Ecco perché la nostra lotta unitaria – che cerca costantemente l’intesa con altre forze di ispirazione socialista e cristiana in Italia ed in Europa occidentale – è rivolta a realizzare una società nuova, socialista che garantisca tutte le libertà personali e collettive, civili e religiose, il carattere non ideologico dello Stato, la possibilità dell’esistenza di diversi partiti, il pluralismo nella vita sociale, culturale ed ideale”. Il 6 novembre Ugo La Malfa, segretario del PRI, in un’intervista dichiara che Berlinguer ha operato una “svolta politica nettissima”. Pensa che sia giunto il momento di “superare il regime delle astensioni realizzando un impegno paritario delle forze democratiche nel governo”. Ma la strada per una partecipazione diretta dei comunisti al governo appare ancora tortuosa».
«Il 7 dicembre del 1977 Berlinguer, in una riunione della direzione del partito, esplicita la richiesta del PCI di formare un governo con la partecipazione di tutti i partiti dell’arco costituzionale. La DC si oppone e Andreotti comunica che nessuna apertura ai comunisti sarà possibile, se non prima delle elezioni politiche. Nel gennaio del 1978 Berlinguer incontra Aldo Moro e gli chiede di agevolare l’entrata dei comunisti al governo. Ma ad opporsi sono in molti: la destra democristiana, il Vaticano, gli amici americani, la destra italiana. Il 12 gennaio in un comunicato del Dipartimento di Stato americano viene dichiarato il non gradimento degli USA all’ingresso dei comunisti nel governo italiano. La soluzione arriva dallo stesso Berlinguer che il 27 gennaio 1978 cambia la richiesta del suo partito che non chiede più di entrare nel governo ma di far parte della maggioranza che lo sostiene, in una forma contrattata che preveda l’accordo su alcuni temi specifici».
«A quel punto, nella DC, si apre uno dei dibattiti più importanti di tutta la storia del partito cattolico. Il 28 febbraio del 1978 all’assemblea dei gruppi parlamentari democristiani Aldo Moro, che è il principale sostenitore dell’apertura a sinistra, porta il partito verso il governo della solidarietà nazionale. Propone una maggioranza programmatica che comprenda il PCI. Con la grande capacità di mediatore che lo contraddistingue, Moro riesce a tenere insieme tutto il partito su questa scelta e a superare l’opposizione di Andreotti e della destra del partito, decisamente contrari all’entrata del PCI nella maggioranza che sostiene l’esecutivo. Il Presidente della DC pronuncia un discorso severo che richiama il partito al riconoscimento dei rapporti di forza in Parlamento, e alle esigenze di modernizzazione espresse dalla società italiana. La DC accetta di passare dal governo della non sfiducia a quello della solidarietà nazionale e si dichiara favorevole ad un esecutivo democristiano a tempo, che non vada oltre l’elezione del Presidente della Repubblica, e che sia sostenuto da comunisti, socialisti, repubblicani e socialdemocratici. Raggiunta l’intesa, Andreotti forma il governo ma il programma si rivela molto simile a quello dell’esecutivo precedente».
«La sera dell’11 marzo Andreotti presenta al Quirinale la lista dei ministri, non apportando alcun cambiamento rispetto alla compagine governativa precedente. I comunisti sono delusi e preannunciano battaglia alla Camera: alcuni di loro maturarono il proposito di non recarsi nemmeno in Parlamento a votare la fiducia. Ma il 16 marzo, il giorno della presentazione in Parlamento del nuovo governo Andreotti, a Roma in via Fani le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro e assassinano i cinque uomini della scorta. È il loro attacco al cuore dello Stato. Tra la paura e lo sconcerto, Camera e Senato votano la fiducia al governo in una sola giornata. Ma la stagione del compromesso storico avrà fine di lì a poco. Con la morte di Moro, dopo 55 giorni di prigionia, ha termine una stagione della storia d’Italia».
Antonio Losito







